martedì 3 gennaio 2017

#PagineCritiche - Quando ridere è una cosa seria: il nuovo saggio di Mary Beard

Ridere nell'Antica Roma
di Mary Beard
Carocci, 2016

Traduzione di Anna Maria Paci

pp. 348
€ 28 (cartaceo)



Chi ha detto che un saggio accademico non possa risultare piacevole quanto un romanzo? Leggendo Ridere nell'Antica Roma, ultimo lavoro di Mary Beard, tradotto e pubblicato da Carocci, si sorride e si riflette allo stesso tempo. L'opera, che raccoglie un ciclo di lezioni tenute a Berkeley nel 2008 (e quindi rimaneggiate) e una parte inedita, ripensata a distanza di tempo, è una vera e propria chicca per gli appassionati di storia, ma anche per chi ha voglia di interrogarsi su quanto il passato sia vicino a noi. E Mary Beard si avvicina e ci avvicina alla risata dei romani, tenendosi lontana due rischi diversi e opposti, ma sempre presenti: «di esagerare l'estraneità del riso del passato, e di renderlo fin troppo comodamente uguale al nostro» (p. 66).

Invece, la distanza c'è, ma non è così incolmabile. Il riso dei romani, che «era al centro delle disuguaglianze insite nell'ordine sociale e geopolitico» (p. 16), a volte sa veramente sorprenderci. Infatti, per quanto il riso sia insito nella natura umana, i motivi per cui si rideva sono veramente disparati e, talvolta, distanti dalla nostra concezione attuale. Secondo la "teoria della superiorità", si rideva per deridere o schernire una vittima; oppure, secondo la "teoria dell'incongruenza", è tutto causato dal contatto con qualcosa di illogico o inatteso; infine, si può anche ridere per sollievo, come ha sottolineato Freud più volte nella sua opera: si tratterebbe della «manifestazione fisica della liberazione di energia nervosa o di emozione repressa» (p. 49). Se i primi due aspetti ci sono familiari e sopravvivono nelle battute di spirito, nelle facezie e in alcuni artifici oratori per spiazzare gli avversari, la letteratura e la storiografia latine riportano esempi che a noi fanno accaponare la pelle, più che sorridere.
D'altra parte, la sensibilità romana è diversa anche da quella greca, come testimoniano molte barzellette dell'epoca, che prendono le distanze ora dall'uno, ora dall'altro popolo. La differenza è presente già a partire dal lessico: come rileva Mary Beard in un capitolo dedicato proprio a Ridere a Roma, in latino e in greco, il latino ha moltissime parole (difficilmente traducibili in italiano) per definire diverse sfumature di testi orali o scritti ironici; al contrario, il greco ricorre a parole dal significato più allargato e meno specifico. L'ambiguità di giochi linguistici, poi, aumenta la possibilità di sorridere di battute davvero intraducibili nelle lingue moderne: l'aggettivo "ridiculus", ad esempio, è una parola polivalente, che può indicare il bersaglio del riso ("ridicolo") o, al contrario, qualcuno o qualcosa che sa suscitare il riso ("spiritoso" o "divertente", secondo l'adattamento di Mary Beard). 
Inoltre, si rideva soprattutto per i gesti, specialmente assumendo particolari smorfie o espressioni facciali; per non parlare di difetti fisici come la calvizie o qualche deformità, che ben lontani dal politicamente corretto di oggi, suscitavano grandi risate. Infatti,
i doppi sensi, osserva per ben due volte Strabone, attirano le lodi perché sono ingegnosi, ma non fanno ridere granché. (p. 132)
Anzi, come rimarca Beard, i giochi verbali potevano anche far incappare l'autore in qualche rischio:
Giochi di parole, freddure e battute non erano privi di rischi. Se escogitati in anticipo o usati indiscriminatamente, tanto per suscitare una risata, o se erano generici anziché legati a un determinato individuo, costituivano l'armamentario non dell'oratore, ma dello scurra; sapevano di mercificazione del riso, ovvero erano tipici dell'uomo di spirito di basso livello. (p. 133)
Così l'imitazione era una delle tecniche più efficaci per far ridere, nella Roma dell'epoca, abbastanza controversa da guardare con una certa severità anche gli attori del mimo, perché «come si faceva a distinguere l'uomo di spirito che faceva ridere dall'uomo del quale si rideva?» (p. 135).
E d'altra parte, facendo ben attenzione a non rischiare di mescolarsi a mimi o a buffoni - d'altra parte onnipresenti nelle case degli aristocratici, e in particolare ai convivi -, gli oratori migliori facevano uso dell'ironia, che era il principale strumento per attaccare gli avversari, come provato nell'Institutio oratoria di Quintiliano. 
La storiografia ha registrato come anche i potenti ricorressero spesso al riso, con questa essenziale distinzione:
A Roma la regola basilare era che coloro che governavano bene e con saggezza facevano battute benevole, non usavano mai il riso per umiliare gli altri e tolleravano che si ridesse alle loro spalle. Chi governava male o era un tiranno, invece, reprimeva con la violenza persino la più bonaria presa in giro e usava le armi del riso e dello scherzo epr combattere i nemici. (p. 145)
I nomi e gli esempi si sprecano, e ci si stupisce di Silla, Vespasiano, Commodo, Claudio... fino al tentativo di Caligola, che fa sorridere noi lettori: a quanto racconta Svetonio, l'imperatore avrebbe provato a vietare il riso in tutta Roma dopo la morte della sorella Drusilla! La pena? La morte!
Molti altri sono gli spunti portati da Mary Beard, ma davvero godibilissimo è il capitolo 8, che si occupa del tanto discusso Philogenos, o "Amante del riso", che raccoglie 265 storielle divertenti in lingua greca, tra IV e V sec. d. C. Ecco che a fronte dell'approfondimento teorico di tutta la prima parte, ci si addentra nell'ironia vera e propria. Non è raro che alcune battute risultino del tutto incomprensibili e non facciano ridere noi contemporanei, ma più spesso ci sono freddure senza tempo e convenzionali, che colpiscono la famiglia, la vita sessuale, l'economia, le abitudini alimentari, ... 

È forse per l'incredibile varietà di prospettive da cui Mary Beard osserva il mondo della risata antica, o per l'approfondimento rigoroso (attestato da una fitta e utilissima bibliografia, spesso commentata nelle note), o per lo stile espositivo piacevolissimo, ricco di altrettanta ironia (non mancano frecciatine alla seriosità del mondo accademico). Ma soprattutto è per la curiosità e la passione che emergono di pagina in pagina che questo Ridere nell'Antica Roma è assolutamente da aggiungere alle letture di qualsiasi appassionato o studioso di storia.  

GMGhioni


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