lunedì 23 maggio 2016

Storia di un geografo spaesato: Premessa per un addio di Gian Luca Favetto

Premessa per un addio
di Gian Luca Favetto

NNEditore
2016
pp. 192

€ 13,00 [cartaceo]



A dispetto del lampante paradosso, Tommaso Techel, di professione geografo, è un uomo esistenzialmente disorientato. E del resto la sua idea di geografia, in cui il lettore si imbatte già nelle primissime pagine di questa Premessa per un addio di Gian Luca Favetto, è epistemologicamente poco ortodossa:"la geografia si occupa di uomini più che di montagne e fiumi, di popoli e culture più che di confini, e non ha leggi ma costumi e tradizioni. [...] La geografia è l'antropologia del territorio [...]. Ogni uomo è il risultato di una carta geografica [...]" (p. 13).
Ma quali che siano gli ambiti di competenza di un geografo, non si può sfuggire all'evidenza che essi hanno certamente più familiarità, etimologicamente, con la dimensione superficiale del pianeta (o Gaia che dir si voglia), con quanto cioè è misurabile, quantificabile, osservabile, catalogabile: "è solo superficie il mondo" dice infatti tra sé e sé il protagonista a pagina 12. È chiaro allora che, nonostante questa illuminata visione ritteriana fondata su una conoscenza 'empatica' ed ecumenica del pianeta (leggi: Erdkunde), quando Tommaso deve fare i conti con tutto ciò che per definizione sfugge al dominio della superficie qualcosa in lui cede definitivamente. E invece di fronteggiare lo stato delle cose, Tommaso, rifiutando l'ipotesi di una discesa sanguinante nei suoi abissi personali, decide di rimanere ancorato alla superficie, anzi di galleggiare, e agisce di conseguenza scappando (che è ben distante dal concetto di 'viaggio') a New York 
perché a New York c'è tutto il mondo, e lo puoi leggere come vuoi, dall'alto in basso, da destra a sinistra, in caratteri cirillici o ebraici, in cinese o indiano, da solo o in compagnia, ci sono tutte le lingue del mondo, e le ragioni, anche le regioni, le fatiche, le illusioni... (p. 63);
insomma, in una parola, in un microcosmo che è qualcosa di intrinsecamente molto vicino al concetto di 'non-luogo' di cui parla Marc Augé e che consente di perdersi, coscientemente (e finalmente, nel caso del Nostro), nella verticalità dei suoi grattacieli e nell'indifferenza babilonica delle sue strade che convergono verso un unico spazio-tempo a forma di dollaro. 
In questo alienante scenario metropolitano nessuna guida turistica o cartina geografica orienterà i passi del geografo-straniero Tommaso; il suo vademecum sarà infatti un romanzo trovato nel suo appartamento newyorkese che già dal titolo, Foreword for a Farewall, cattura l'attenzione del protagonista (e del lettore). In un continuo match-up (ovvero gioco di specchi o mise en abyme, per usare categorie narratologiche più note) tra la realtà e la sua rappresentazione letteraria, Tommaso, complice anche l'incontro con una enigmatica figura femminile, Cora Paul, sarà costretto a compiere quell'unico viaggio che ha sempre rimandato: una catàbasi verso quelle regioni sotterranee del suo essere padre, figlio, amante; e, in una sola parola, uomo. 
Tra i meriti del romanzo di Favetto, infatti, c'è sicuramente quello di aver delineato, con una perizia e un'efficacia narrativa solo a tratti annacquate da qualche forzatura stilistica, una parabola esistenziale di indubbia credibilità che sonda le radici complesse e le contraddizioni della contemporaneità, se è vero che il lettore, a conti fatti, è accompagnato verso l'ovvia e catartica identificazione con lo spaesamento del protagonista. Come un geografo dilettante ma tuttavia pienamente conscio della necessità vitale del suo compito, egli, in conclusione, non può fare altro che verificare la validità della propria rappresentazione del mondo; ben aiutato, in questo, da quella forma meravigliosa (miracolosa?) di rappresentazione del reale che chiamiamo letteratura. 


Pietro Russo

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