martedì 29 marzo 2016

#ScrittoriInAscolto: incontro con Antonio Moresco e il suo "romanzo d'addio"

Sono qui da solo, con il telefono staccato, le ante chiuse, nella città spopolata in questi giorni di ferragosto. Sono venuto qui per scrivere questo romanzo d'addio. La mia situazione è questa: ho pubblicato un anno fa Gli increati e mi trovo in un momento cruciale della mia vita, in cui ho bisogno di stare il più possibile da solo. Ho bisogno di tornare sotto terra, da dove sono venuto, ho bisogno di ricongiungermi a quella dolorosa libertà e a quella forza, a quella parte di me stesso dalla quale non mi sono mai separato e che è rimasta sempre lì ad aspettarmi. (L'Addio, Preambolo, pag. 5)

Foto di Claudia Consoli
Quando entro nella stanza della sede Giunti Editore di Milano Antonio Moresco è già lì ad aspettarci, seduto su una delle sedie che spetterebbero al pubblico. Ci saluta e ci accoglie con un sorriso, insieme attendiamo l'inizio dell'incontro. 
L'atmosfera è intima e raccolta, appena Moresco prende posto sulla sedia dedicata all'autore sembra quasi non esserci separazione tra lui e la platea. Non comincia in modo autoreferenziale parlando solo di se stesso. Ancora una volta ci sorride e aspetta le nostre domande: inizia un incontro all'insegna del dialogo.

A gran parte delle domande che avremmo voluto fargli in realtà lui ha già risposto nel Premabolo del suo ultimo romanzo, L'addio. È qui che racconta da cosa è nato il suo libro, quale serie di riflessioni e di sentimenti porta con sé. Un romanzo di congedo, appunto, o forse il romanzo di un ritorno a casa, in quel luogo da cui è nato il Moresco scrittore, che ha vissuto il suo percorso come "un lungo ed estremo combattimento".

L'ispirazione per la storia de L'addio è arrivata un paio di mesi fa, mentre era impegnato in un cammino nel cuore della Sardegna. È allora che un'immagine si è insediata senza più abbandonarne la mente e il cuore: 
La prima scintilla creativa è stata l'immagine di una grande città buia e di un gruppo di bambini che cantavano su un grattacielo. Che cosa mi abbia spinto esattamente non so dirlo, quando scrivo io non sono padrone in casa mia, talvolta vengo attirato da qualcosa di più forte.  
Foto di Claudia Consoli
Ma da dove comincia L'addio? È Moresco stesso a definire "insuperabile" la conclusione de Gli increati e a raccontarci che in realtà il romanzo ha un'origine precedente. Sempre nel Preambolo scrive:
Questo romanzo entra da prima di dove culminano Gli increati, altrimenti non avrebbe potuto essere scritto, viene dall'incontrario, da dietro, viene dopo perché viene prima. Ma non avrebbe potuto nascere se non mi si fosse aperto tutto l'orizzonte con Gli increati. E neanche senza la costellazione di romanzi-meteorite che hanno accompagnato e seguito la sua comparsa tormentando e sfondando con continue sortite questo limite che è stato posto tra la vita e la morte. (L'AddioPreambolo, pag. 8)
Una volta colto il nucleo originario del libro, approfondiamo insieme il genere e i temi. È un poliziesco che si svolge a cavallo tra due città, quella dei vivi e quella dei morti. In un cortocircuito temporale, non è possibile stabilire quale delle due venga prima: le persone e le anime viaggiano in due direzioni, dalla vita alla morte, dalla morte alla vita.
Sembra che le due metropoli si specchino l'una nell'altra: "non c'è molta differenza tra le due città. Nella città dei vivi credono di essere vivi, nella città dei morti credono di essere morti. La città dei vivi è piena di morti, la città dei morti è piena di vivi".
Tra la polizia dei vivi e quella dei morti esiste un sistema di comunicazioni criptate per le collaborazioni. Risolvere il caso più difficile spetta questa volta al detective D'Arco, "uno sbirro morto" dagli occhi bianchi chiamato a fare un viaggio nella città dei vivi per fermare un massacro in atto. Nella sua missione lo accompagna un bambino che diventa la sua guida nei meandri oscuri di una città senza fine e senza inizio, bisognoso come lui di comprensione e di vendetta.

Un romanzo poliziesco sembra qualcosa di lontano da quello a cui Moresco ci ha abituati finora, ma leggendolo il lettore vi ritrova il suo equilibrio inconfondibile di azione e di metafisica, si immerge nella narrazione in un misto di abbandono, timore e voglia di scoperta. L'autore ci avvisa sin da subito: "qui non troverete le consuete reti di protezione, vi verrà chiesto di più e vi verrà dato di più."
A proposito del genere ci ha raccontato ancora:
Per me il genere in sé ha poca importanza, ma ho sempre letto e amato libri di genere; ho scritto anche un panegirico di Salgari che ho divorato da ragazzo, negli anni in seminario. Lo leggevo sotto il banco, di nascosto dal prefetto per non farmi scoprire. 
Già nel Romanzo di fuga aveva fatto la sua comparsa un detective di nome D'Arco che qui viene riproposto come attore principale, un "guerriero pieno di dolore e di furore" che ha poco in comune con il personaggio di allora:
In questo libro ho avuto bisogno di entrare dentro questo personaggio, di forzarlo come fosse un avatar
Foto di Claudia Consoli
Ma è entrando dentro le città del romanzo che si capisce il dolore e la ferocia che vi si annidano. Moresco parla di un mondo che distrugge e tortura i bambini:
Volevo parlare del male che domina il mondo e metto in scena il martirio dei bambini perché non c'è nulla di peggio di questo. Inoltre il bambino è un simbolo potente per me, sin da La lucina, poiché è misterioso, è in potenza, è un enigma molto più dell'adulto.  


L'addio è un romanzo sul male, su una società uccisa dalla sua stessa ferocia, senza veli mette in chiaro il nichilismo del nostro tempo proponendo una riflessione sull'origine del dolore nel mondo e sulla (im)possibilità di salvezza.
Nelle città di Moresco, talvolta buie altre piene di luci accecanti, c'è tutto il male delle nostre città e del nostro folle sistema di pensiero che ci sta conducendo a un'estinzione volontaria:
Sotto traccia al libro c'è la preoccupazione per la nostra specie che sta fagocitando i bambini delle generazioni future privandoli del futuro. Viviamo in un momento in cui l'economia è l'unica dimensione della vita. Non è mai stato così in passato; tutto è dominato da quella che già Dante chiamava "cupidigia". 
Il lettore de L'addio si perde in una storia dura, feroce: il detective e il bambino, due eroi di acciaio e di cartapesta armati fino ai denti ma nudi di fronte al dolore che li circonda, non bastano a fermare il circo dell'orrore compiuto dagli uomini.
Tutto questo emerge sin dalla prime pagine, dal momento in cui è Moresco stesso a dire al lettore:
Non riesco più a sopportare i rapporti umani così come sono configurati in quest'epoca, dove ogni cosa viene immiserita e rimpicciolita, anche l'elezione, l'amicizia e l'amore, dove ogni anelito si trasforma in delusione, ferita e perdita irreparabile. Non riesco più a sopportare il cinismo dominante, il piccolo cabotaggio esistenziale, la ristrettezza di orizzonti, la mancanza di grandezza, di sentimento, di libertà, di invenzione.  
L'aspetto più interessante del romanzo è il cortocircuito tra la vita e la morte proposto dall'autore. In un totale ribaltamento di piani, la morte è totalmente dentro la vita, la vita dentro la morte. Si perde la linearità che scandisce il nostro modo di guardare l'esistenza e veniamo anche noi chiamati a un unico grande interrogativo: viene prima la vita o la morte? E se la morte viene prima della vita, e con essa anche il male, come possiamo fermare la violenza? Sarà mai possibile individuarne il punto di origine? Sempre riguardo alla morte lo scrittore ha raccontato:
Abbiamo un'idea lineare e convenzionale della morte come di quel momento che segue la vita, la conclusione di ogni cosa. Cerchiamo costantemente di allontanarla con palliativi. Anche la tecnologia, in un modo disperato e scellerato, prova ad annullare la morte o a ridurla a un processo modificabile. Sulla paura della morte si è sempre fondata la nostra civiltà; secondo me la paura della morte è la più completa mancanza di libertà. 
Ma in questo scenario quali possibilità ha ancora la letteratura?
Non sono un censore, faccio parlare anche il Male: ho perso la speranza. Ma come Leopardi ho la convinzione che la letteratura possa dire alle persone quello che non sentono dire da nessuna parte. Viviamo in un'epoca di profonda chiusura, anche se erroneamente ci sembra che sia spalancata. La letteratura può ancora essere una feritoia, una fessura da cui guardare al mondo in un modo più umano. 
Anche nel buio di un mondo che si autodistrugge non viene meno la capacità visionaria di Antonio Moresco, la sua fiducia nel racconto come gesto possibile, intransigente, necessario. Da qui l'avversione verso certa cultura abituata a gridare alla fine della cultura:
Ci siamo fatti paralizzare dallo sguardo della Medusa. Cosa me ne faccio della cultura della nostra epoca se questa mi dice solo che sono spacciato? Io non cedo al nichilismo imperante, non ci sto a farmi mettere in un vicolo cieco. Sono ribelle verso l'idea terminale della letteratura e della cultura tipica del Novecento che chiude il possibile comunicandoci solo il senso della fine: la fine della cultura, della storia... La storia va avanti, ci prende a calci, ma ci va. 
Anche nei suoi libri più duri come i Canti del caos, infatti, non mancano le figure di speranza e ci sono dei momenti di dialettica tra buio e luce.
Qui la speranza vive nell'irriducibilità del detective D'Arco che non si arrende, nonostante continui a sanguinare.

E poi c'è tutta la costante ricerca sul linguaggio di Moresco che è qui è limpido, scintillante, esatto proprio laddove il contesto diventa più buio e tutto è impastato di sangue e fango.
"Ho bisogno di un linguaggio teso", ci racconta, "di parole che siano tutto muscolo, tessuto non inerte, ma connettivo."
A chi continua a parlare di lui come uno scrittore allegorico risponde:
Non ho mai pensato di scrivere per allegorie. Quando Zola scrisse Germinal, uno dei libri più realistici che sia mai stato scritto, uno spaccato vivo sulla vita nelle miniere francesi della fine dell'Ottocento, l'autore ha moltiplicato la forza documentaria dell'opera con la sua scrittura, l'ha amplificata. E poi non credo che una storia "non vera" sia più vera di una considerata reale. Per me Pinocchio e La metamorfosi sono storie vere.

In chiusura c'è stato spazio anche per un accenno alla sua candidatura al Premio Strega, annunciata di recente da Antonio Franchini. "Ho accettato con piacere di partecipare ma non andrò al premio con la bava alla bocca", ha concluso. Diretto, sincero, del tutto credibile.
Dopo il modo con cui ci ha introdotti nel vivo de L'addio, mi ero quasi dimenticata della candidatura al Premio di cui hanno parlato giornali e blog di settore. Pensavo più alle pagine di questo romanzo d'addio che in realtà non è un romanzo ultimo, al sistema della sua opera fatta di rimandi, riprese, tempi che si rincorrono.

Oggi, leggendo le ultime pagine del libro, ho pensato che è vero che la vita è tutto un cortocircuito: se la guardi da questa prospettiva diventa impossibile capire cosa venga prima e cosa dopo. Il castello di sabbia che abbiamo costruito per nascondere le nostre paure si rivela per quello che è.
Ecco quello di cui parlava Moresco: la feritoia della letteratura che fa entrare nuove verità.

Foto di Giulia Ciarapica

Claudia Consoli




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