martedì 1 dicembre 2015

#PagineCritiche - La mongolfiera della ragione: L’invenzione della libertà (1700-1789) di Jean Starobinski


L’invenzione della libertà
di Jean Starobinski
traduzione di Manuela Busino-Maschietto
Abscondita srl, 2008, Milano
pp. 186
22




Dalle tenaci tenebre 
la verità traesti,
e delle rauche ipotesi
tregua al furor ponesti

Vincenzo Monti, Ode al Signor di Montgolfier

Un pensiero aereo ma non leggero nel senso negativo del termine è quello che si dipana nelle pagine di L’invenzione della libertà (1700-1789) di Jean Starobinski. Un’opera che il letterato ginevrino pensò come sorta di baedeker per comprendere meglio cosa sia stato il secolo cosiddetto “dei Lumi” e fino a che punto gli elementi che porteranno poi e alla Rivoluzione Francese e al successivo “stupido” Ottocento siano eccentrici rispetto all’indirizzo del secolo. Un secolo grande e magnifico, ricolmo di speranze e di sfide che l’uomo, in duplice tenzone contro Dio e contro se stesso, lancia in più direzioni. Attraverso i riferimenti, le citazioni e le riflessioni sui più grandi pensatori del tempo (il tempo di Voltaire e di Rousseau ma anche del “primo” Goethe e di Walpole) si cerca così di tratteggiare il Settecento, “mettendo in luce le ombre e oscurando i lumi”. Su di tutto domina l’idea, anzi l’Idea, che proprio in questo tempo si venne a costruirsi, dopo un’evoluzione durata secoli, il concetto di libertà individuale, di affrancamento degli spiriti e di rinnovamento degli ideali.

Starobinski, in una prosa diamantina e lucente, ricolma di suggestioni e rimandi ad altre opere (e resa in maniera eccellente dalla traduzione di Manuela Busino-Maschietto) analizza con cura anche i mutamenti semantici di determinati termini come, per citare il più importante, “invenzione”. Invenzione, sino al Secolo dei Lumi, voleva dire “ritrovare qualcosa”, ovvero recuperare da un passato più o meno mitico un qualcosa di utile e funzionale per il presente. Ma nel Settecento tutto cambia ed ecco che invenzione assume il significato che ancora adesso ha: ovvero quello di “scoperta”. Questo periodo storico è il tempo delle scoperte: scoperte nelle scienze, nelle arti, nella letteratura e nel diritto. È vero che i manuali di Storia ci hanno tramandato come, sostanziale a partire proprio da qui, ogni secolo, nel bene come nel male, potesse essere inteso come “il secolo delle scoperte”. Ma quello che cambia qui è il senso della parola, il significato di invenzione. Ma non finisce qui.
Lo studioso, appellandosi ora alla letteratura, ora alla filosofia ora alla storia di genere, ripercorre ad esempio il concetto di “piacere” e di “festa in maschera”, rinvenendo nel grande successo di quest’ultima una “spia” del Secolo:
La festa mascherata procura a ciascuno la delizia di vedere e d’essere visto senza compromettere la propria identità, esponendo di sé soltanto un’apparenza arbitraria, che varia a seconda del capriccio e della circostanza. Liberato da tutto ciò che lo lega e lo definisce per nascita, per condizione, per funzione, l’essere mascherato si riduce all’immagine, ch’egli offre nell’istante, alla battuta che inventa sul momento. Come l’attore, l’uomo mascherato manifesta un’essenza istantanea, la cui libertà, inesauribile ma breve, gode della protezione della menzogna.
Diavolo d’un Settecento e d’un Starobinski. Queste parole potrebbero essere benissimo utilizzate per descrivere l’odierna moda dei Social Network dove, non in contraddizione con il pensiero del ginevrino, anche se apparentemente “siamo noi a metterci la faccia”, ognuno può costruire “l’immagine di sé vorrebbe che avessero gli altri”. Allo stesso modo della maschera da “medico veneziano” il profilo di Facebook, l’account di Twitter o la pagina di Instagram sono dei “camuffamenti del proprio Io” o, se si preferisce, “un idealizzarsi in chiave estetica del sé”.
Tuttavia parlavamo, all’inizio, di pensiero alato, anzi aereo. E già perché Jean Starobinski, in ultima analisi, afferma come il “secolo dei Lumi” sia stato anche e soprattutto il primo secolo in cui l’uomo ebbe l’opportunità di volare. Libratosi anche nell’unico elemento a cui non poteva accedere, l’intero Universo (sia mentale che reale) va visto con occhi diversi. Ed ecco allora che la conquista dei cieli si accompagna anche con la conquista della libertà. Un uomo più libero e più solo, in un mondo tanto grande e in balia della natura, ma con tutte le armi per “dominare il caos”.
E, non a caso, Starobinski , termina L’invenzione della libertà con un quadro di Francesco Guardi, Ascensione di un pallone sul canale della Giudecca a Venezia, ritenendo che quell’immagine sia la più significativa del secolo: uomini mascherati (ecco che ritorna il travestimento) come se fosse ancora il secolo “del gran Barocco” osservano, ammirati e un poco intimiditi, una mongolfiera librarsi nel cielo, andare lontano, poco più che una macchia di colore sull’orizzonte veneziano.
L’uomo è pronto per farsi dio, con tutte le ansie e il peso di questa responsabilità.  Il presente “nasce” nel Settecento.


Mattia Nesto 

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