giovedì 17 dicembre 2015

#CriticARTe - "Guarda! Danno l'arte alla tivvù!". Una raccolta di saggi per distinguere tra buona e cattiva divulgazione

Arte in TV.
Forme di divulgazione

a cura di Aldo Grasso e Vincenzo Trione

Johan & Levi, 2014

pp. 181

euro 16,00

La lettura di Arte in TV. Forme di divulgazione (Johan & Levi, 2014) andrebbe consigliata indifferentemente al telespettatore distratto e al fanatico dei canali tematici, alla studentessa snob e al professore di storia dell’arte a corto di idee, agli amanti del bello e del brutto e ai curiosi di ogni età. E tutti gli arty people – da quelli più sprezzanti e blasé a quelli più miti, solo apparentemente più tiepidi – non avrebbero che da imparare da questa bella raccolta di saggi. C’è anzi da credere che il volume curato da Aldo Grasso e Vincenzo Trione potrebbe contribuire non poco a rivoluzionarne l’atteggiamento rispetto a quel palinsesto, tanto vario quanto vasto, rubricato, appunto, sotto la generica dicitura di “arte in TV”. Potrebbe, cioè, aiutare a selezionare l’offerta, e magari convincere che guardare una puntata di Passepartout o ascoltare un intervento di Flavio Caroli non costituiscano irredimibili peccati intellettuali; potrebbe, ancora, suggerire integrazioni audiovisive alle (spesso) noiosissime lezioni frontali ex cathedra, e addirittura, nella più rosea delle previsioni, stimolare l’acquisto di un volume monografico su Yves Klein o la visita alla mostra in corso nel museo vicino a casa. Ennesima conferma del potere della TV? No, dell’arte. A patto che la sua divulgazione sia condotta sotto le stelle felici di una programmazione ragionata e della buona comunicazione.

I contenuti del volume, illustrati una prima volta nell’ambito del convegno Modi di vedere. Forme della divulgazione nella televisione italiana, tenutosi alla Triennale di Milano l’11 marzo 2014, hanno tante facce quante sono le forme che l’arte e la sua promozione hanno assunto, negli ultimi sessant’anni, nel passare dal tubo catodico allo schermo ultrapiatto, dai tre canali della RAI dei pionieri alle innumerevoli emittenti private, dal digitale terrestre ai grandi colossi delle TV a pagamento, dal bianco e nero al technicolor all’HD. Una metamorfosi, questa, che prende le mosse già dal “mitico” 3 gennaio 1954, con la messa in onda di Le avventure dell’arte, primissimo esempio di approfondimento culturale sui teleschermi del Bel Paese. Il legame tra arti visive e televisione italiana, insomma, c’è, è prima di tutto un fenomeno storico, e va ben oltre il fatto che in tempi più o meno recenti i nomi/volti di Federico Zeri e Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva e Francesco Bonami, siano diventati familiari anche ai non addetti ai lavori. È un rapporto complesso che, lungi dal risolversi nella notorietà del dicitore di turno, risale fino agli esordi orgogliosamente didattici del nuovo mezzo, quando la neonata TV – contenitore senza contenuti – si ispirava a modelli artistici ed estetici già esistenti, da quelli letterari a quelli della pittura e della scultura. Solo successivamente i ruoli si sarebbero invertiti, con il mezzo televisivo divenuto così forte da piegare la programmazione alle sue logiche ed esigenze (si veda, per esempio, il saggio di Martina Corgnati e Giuliana Caterina Galvagno, L’arte in quiz). E proprio a quel punto si sarebbe posto con maggiore pregnanza e frequenza il problema intorno alla divulgazione, algidamente demonizzata da alcuni e caldamente promossa da altri.

La chiave di lettura dell’intera questione – dal buttare giù lo story-board per un nuovo format al trascorrere ore e ore sintonizzati su Sky Arte (che fa trendy), passando per l’abiura senza misericordia nei confronti del bio-doc su Caravaggio col bell’attore del momento o dell’ultimo papillon di Philippe Daverio – risiede difatti nel modo in cui si decide di intendere questa parola: divulgazione. E non è certo un caso che l’epigrafe al volume sia proprio la sua controversa definizione, tratta dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia. Come ben spiega Aldo Grasso:

«è difficile definire precisamente cosa sia la divulgazione, dell’arte come della scienza, soprattutto in TV: spesso si ricorre alla parafrasi della parafrasi, si invoca l’aiuto della sinonimia, ci si aggrappa alla similitudine, si ricerca la metafora più appropriata. Questo imbarazzo nella definizione è un sintomo estremamente significativo della varietà di interessi che innervano la nozione di divulgazione e il suo uso. Divulgazione è “mediazione” tra esperto e lettore; è, con termine preso a prestito dall’informatica, “interfaccia” tra saperi e pubblico ma soprattutto è good story, una buona storia da raccontare; è, ancora, la capacità di trovare good stories; è, in termini meno classicistici e classisti, “comunicazione”, “informazione”; è “riduzione”; è, per barriere linguistiche, per apparati intellettuali, per problemi di sicurezza, semplicemente un’operazione “impossibile”; è “traduzione”; è “giro di frasi”; è “riassunto” e “parafrasi”. La divulgazione dell’arte può essere definita come una traduzione “mirata” più che “fedele”. E come circolano buone o pessime traduzioni, indovinati o improbabili doppiaggi, così la strada epistemologica che porta a questo tipo di traduzione – meglio, al suo momento valutativo – va verificata caso per caso, nei suoi risultati concreti».

Arrivato alla fine delle quasi 200 pagine, il lettore chiuderà il volume con la certezza che l’emissione di un giudizio positivo o negativo sul rapporto tra arti visive e teleschermo sia una questione più che mai relativa. Relativa, in prima istanza, ai programmi in sé, e dunque agli eventuali conduttori, al pubblico di riferimento (domestico e in studio), alle competenze degli “attori” e degli “astanti”, e soprattutto ai contenuti e alla loro manipolazione. Ma relativa, non secondariamente, al “desiderio” reale che muove le “alte sfere” – televisive, artistiche, accademiche – circa una concreta ed efficace condivisione di questa tipologia di contenuti culturali. Qualora la spinta sia dagli happy few verso “i di più”, ben venga la divulgazione, purché – se è lecita l’espressione desueta – condotta in buona fede, senza imbonimenti da una parte o trivializzazioni dall’altra. La differenza sostanziale, insomma, resta quella tra divulgare e saper divulgare, ovvero tra banalizzare e incuriosire, tra compendiare e offrire spunti di approfondimento. Per ricorrere ancora una volta alle parole di Aldo Grasso, «per fare un programma culturale, di buona divulgazione, non basta parlare di cultura. Non è nemmeno necessario evocare “linguaggi alternativi”: bisogna invece avere competenza, passione e gusto per il racconto. Il segreto della buona divulgazione è saper raccontare una good story, una buona storia».

Cecilia Mariani

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