domenica 27 dicembre 2015

All'inferno fa freddo. La scrittura come liberazione e rinascita

All’inferno fa freddo. 
Racconti dal carcere
a cura di Antonella Bolelli Ferrera

Rai Eri, 2015
pp. 368  € 12,00


Sezione adulti

Nel sentir parlare del Premio letterario Goliarda Sapienza, che raccoglie e valorizza i migliori racconti scritti dai detenuti nelle carceri italiane, la mia prima reazione è stata di curiosità non certo libera da un moderato scetticismo. Mi sono offerta di leggere il volume attirata dall’idea, più che dalla speranza di imbattermi in una buona prova di letteratura. Mi aspettavo che, dato il contesto in cui si trovano inseriti gli scriventi, la valutazione sarebbe stata indulgente, che ad essere giudicati sarebbero stati i casi umani piuttosto che i racconti. Mi sbagliavo.

All’inferno fa freddo è un’opera forte, importante. I venti testi che compongono la sezione degli adulti differiscono per forma e contenuti, ma sono accomunati da un’uguale istanza comunicativa: la scrittura diventa occasione di libertà, non tentativo di autolegittimazione. Non si legge nelle storie un desiderio di suscitare compassione. La violenza viene presentata come qualcosa di banale, ovvia conseguenza di una serie di eventi che in parte derivano da scelte errate e in parte trascendono la volontà del colpevole, e per questo sconcerta tanto di più il fruitore impreparato. Lo denuncia Stefano Lemma, autore del racconto secondo classificato: “Sono gli eventi che cambiano la vita, e la vita cambia le persone” (42). La tecnica della cronaca imparziale, quasi asettica, viene spesso adottata, e ferisce in quanto lascia intravedere sotto la superficie abissi di dolore non descritti, non esposti.

È forse sui racconti non premiati che vale la pena soffermarsi: quei racconti in cui minore è l’elaborazione retorica, minore la mediazione, e dunque ancora maggiore l’impatto emotivo. Sono i momenti in cui lo stile di indebolisce quelli in cui più emerge l’urgenza del narratore, il bisogno pressante di dire di sé e della propria condizione di recluso. Sono i momenti in cui c’è meno controllo sullo stile quelli in cui si percepisce maggiormente una verità senza filtri, che condanna magari sintassi e grammatica, ma graffia il cuore del lettore. A questo impulso alla riscoperta di sé si deve la predominanza quasi assoluta della narrazione in prima persona, che porta ad esporsi senza vergogna, senza reticenze, allo sguardo forse implacabile dell’altro, che pure proprio per questo si scopre comprensivo, simpatetico, anima affine nonostante l’iniziale ritrosia.

Ciò che appare evidente nei testi non è mai un desiderio di rinnegare ciò che si è o le azioni compiute, quanto la volontà di sottolineare che esiste una possibilità di cambiamento, che la reclusione può tramutarsi, se vissuta con consapevolezza, in un’occasione di crescita: “A differenza degli oggetti senz’anima, noi abbiamo un vantaggio: il tempo passa e ci riscatta. Altrimenti saremmo nient’altro che spurghi della società, giocattoli rotti, anche noi saremmo oggetti senza funzione, dannati ed inutili” (114). In queste parole tratte dal racconto di  Federico Marsi si intuisce il desiderio, comune a molti altri, di recuperare lo status di individuo in un ambiente che tende alla disumanizzazione, a ridurre l’uomo alla propria matricola. Il carcere diventa il luogo in cui si realizza un percorso di ravvedimento e di riscatto, che passa attraverso la definizione - e l’accettazione - di sé come delinquente. L’autore (o, come in questo caso, l’autrice) spesso scopre di essere diventato quello che è, nel male ma anche nel bene, grazie ai propri trascorsi:

“Certo, devo essere stata amata prima della loro cecità, prima del loro alcolismo, quando un gesto d’amore tagliò l’ormeggio ombelicale per farmi iniziare il viaggio della vita. Sarei potuta nascere regina o forse solo una ricca borghese, ma cosa sarei stata? Forse non avrei sentito quel che sento, l’inquietudine che mi produce il vento, […] l’alito del mondo nelle anime che vi tremano dentro… Forse sarei stata pigra e altezzosa, non docile né umile con quella forza che mi cresce nel cercare l’amore. Non sarei stata attenta con i miei figli. Non avrei avuto l’energia di resistere alle umiliazioni, mantenendo l’anima casta, sospesa come un bagaglio prezioso salvato dalle acque nel guado” (Mica Dolic, 265).

Ugualmente sferzanti nella loro incisività sono del resto anche gli sporadici racconti scritti in terza persona, in cui non è affatto minore il coinvolgimento dell’autore. Dall’ironia e la leggerezza, con tanto di finale romantico a sorpresa, de “Il tempo siamo noi” di Giuseppe Rampello alla trama elaborata e convincente de “L’ottavo sacramento” di Sebastiano Primo; dalla perfezione stilistica di “La lunga strada verso casa”, in cui Michele Maggio descrive magistralmente personaggi e ambienti, creando un’atmosfera noir che rievoca locali fumosi e bicchieri di whisky alla Raymond Chandler, fino ad arrivare alla “Storia di Ele” di Alessandra Rosa. Vale la pena di spendere una parola su questo testo, uno dei due soli femminili compresi nel volume, nonché grande assente dal podio dei premiati tra cui avrebbe sicuramente meritato di trovarsi. Si tratta della cronaca dolente ed autobiografica dell'incontro fugace di una carcerata, Ale (che altri non è che l’autrice stessa), con una giovane donna che non riesce a sopportare l’umiliazione della prigionia. La scrittura di Alessandra è consapevole e dolorosa, senza fronzoli, efficace per la sua capacità di cogliere dettagli e immagini con poche, pregnanti parole. Al centro del racconto si colloca l’idea della solidarietà femminile di fronte alla morte, che cancella ogni differenza di ruolo: straziante è infatti la scena che mostra la disperazione della guardia carceraria con le unghie rosse spezzate mentre cerca di staccare Ele dalla finestra a cui si è impiccata. La defunta viene privata dal mondo di fuori della dignità di un nome o di un’identità (per i giornali è solo una “prostituta nigeriana”), spetta allora a chi è dentro restituirle post mortem ciò che le è stato tolto, tramite il ricordo e un nome che davvero la rappresenti (Ele, che in nigeriano significa “gazzella”). Forse proprio in questo epilogo si può leggere la morale dell’intera raccolta: dietro alle mura del carcere esistono persone e storie da raccontare troppo spesso dimenticate. Tocca allora a chi è dentro farsi testimone, urlare la propria verità, lanciare la propria matassa di parole oltre le sbarre, sperando che qualcuno la raccolga e aumenti, grazie ad essa, in consapevolezza e umanità.
Carolina Pernigo


Sezione Minori e giovani adulti
“La prima volta è esperienza, la seconda è vita. È fondamentale cambiare le carte per vincere due volte allo stesso gioco. Bisogna avere un altro sguardo per amare ogni giorno la stessa persona. È essenziale cambiare vita, per vivere a pieno la stessa.”
Quando cresci in una realtà ovattata, coccolata dalle persone che ami, libera di sbagliare e di scegliere di ribellarti, non riesci nemmeno a immaginare che tuoi coetanei non vivano gli stessi “drammi” quotidiani. Come concepire che, quando tu sei alle prese con l’ansia per un’interrogazione di greco classico, proprio in quel giorno in cui il tuo fidanzato ti ha chiesto di troncare, c’è qualcuno che si trova lontano da casa, in crisi d’astinenza da cocaina, in una stanza separata dal mondo esterno da due sbarre che lasciano entrare il sole con il contagocce? La tua mente non riesce ad avere una tale fantasia. Eppure gli autori dei racconti candidati al premio Goliarda Sapienza alla fantasia letteraria cedono senza paure, scegliendo di affidare alla parola scritta il loro bisogno di libertà e rinascita. Raffaele, Giulio, Coccinella, Fabrizio e Unknown scrivono brevi estratti della loro esistenza con una lucida determinazione e capacità di analisi che sorprendono vista la loro giovane età. Tutti hanno trascorso un periodo della loro vita tra CPA e IPM o si trovano ancora in comunità di recupero prima del ritorno a una vita che vogliono fortemente normale.
Proprio poco tempo fa riflettevo sulle parole del protagonista dell’ultimo romanzo di Alain Mabanckou che rifiutava l’idea che un’infanzia vissuta tra violenza, tristezza e solitudine influenzi il futuro dell’adulto del domani. Gli autori dei racconti partono da questo presupposto e lo approfondiscono facendolo intimo, restituendolo al lettore con la semplicità del loro stile di scrittura, che con la sua asciuttezza scarnifica con evidenza la realtà. Secondo loro, la prospettiva della propria vita non è un percorso unico, predeterminato e forzato; la vita è la possibilità che si ha di scegliere, facendo tesoro del proprio passato, doloroso, difficile e crudo ma non per questo elemento determinante. Unknown, autore di Double Face dice infatti:
“Non si nasce nella propria casa quasi mai,ci si trova,è dove sei libero,per sentirti come vuoi.Ora una cosa la devo dire, sarò sempre fiero del mio quartiere.Perché Noi non siamo quell’adesso,siamo tutti i secondi passatiche scorrono ancora dentro di noi.”

Il primo classificato del concorso nella sezione minori dimostra una spiazzante maturità letteraria nel raccontare la vita nella periferia romana ed esemplifica con chiarezza la possibilità di un riscatto futuro. Giulio, secondo classificato con il racconto Vivo o morto, lascia la Tunisia a 14 anni per fuggire a una vita di abbandoni; giunge in Italia (a Lampedusa che scopre con sconforto non essere ancora “Italia”, isola di un’isola più grande in cui trasformerà la sua tristezza in violenza) e qui troverà un nuova solitudine negli istituti penitenziari minorili; solo in comunità riacquisterà la fiducia nell’umanità e nel prossimo, incontrando gli angeli che gli apriranno le porta del futuro:
“Qui il tempo trascorre facendo ogni giorno passi in avanti nel mio percorso di cambiamento. Ora so che, quando sbaglio, avrò la forza per rialzarmi. Ora so che quel viaggio con la morte è ormai per me soltanto un ricordo lontano.”
Questi, insieme agli altri racconti (inclusi i non vincitori) sono perle di saggezza condensata sul significato di libertà, che altra non è che la possibilità di essere migliori. Per i giovani detenuti la scrittura, allora, diventa sinonimo di liberazione: comunicare con il mondo oltrepassando i limiti fisici imposti dalle strutture penitenziarie. Per questo mi sento di ringraziare il loro impegno due volte. La prima per l’adolescente ignara che sono stata in passato, perché se avesse letto le loro testimonianze avrebbe capito cosa significa vivere; la seconda per la donna che sono adesso, per averle ricordato di non dimenticare mai che la realtà non è solo quella visibile con gli occhi.
Federica Privitera

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