venerdì 11 dicembre 2015

#piulibri15 | La terribile sarabanda di un omicida maldestro

African Psycho
di Alain Mabanckou

trad. italiana di Daniele Petruccioli

66thand2nd, 2015

pp. 160
17,00€


Se vi aspettate un romanzo che racconta di un folle omicida, rimarrete delusi. O meglio, il folle omicida c’è e parla in prima persona ma in African Psycho nulla rimanda a una seria metodologia criminale. Grégoire Nakobomayo ha deciso di uccidere Germaine il 29 dicembre, in tempo per avere la mente libera dai pensieri durante i festeggiamenti per l’ultimo dell’anno. Vuole finalmente onorare il ricordo del suo maestro, il grande Angoualima che tanto ha spaventato le strade e i vicoli di Colui-che-beve-l’acqua-è-un-imbecille. Quello che si segue, nelle pagine del testo, è un romanzo di formazione al rovescio, la caricatura di una crescita. Perché, come lo stesso Alain Mabanckou confessa alla presentazione del suo testo all’edizione 2015 di Più Libri Più Liberi, la sua prima intenzione è quella di annullare l’immagine del criminale che ogni lettore ha in mente, sulla scorta di ciò a cui hanno abituato i libri e film di marca occidentale; vuole invece far entrare nella dimensione psicologica di un looser, un mediocre delinquentello dalla testa rettangolare a cui capita di tutto (o che si fa capitare di tutto) al punto da procrastinare all’infinito l’efferato gesto.



Le scene buffe e paradossali (condite da denominazioni curiose e frizzanti, come il cimitero dei Morti-senza-diritto-al-sonno o la via Solo-cento-franchi) fanno da contraltare a una storia che dice tanto sulla psicologia dell’umanità intera. Dimenticando un attimo che il protagonista si professa sin dalle prime pagine seguace del più efferato serial killer del Congo e provando ad estendere i suoi pensieri in una chiave generale, gli spunti di riflessione sono molteplici.

Primariamente si tocca con mano il modo di pensare tipico dell’etnia africana di appartenenza di Alain (che non nasconde di aver fatto di questo testo una sorta di memoriale della sua infanzia, caso raro di figlio unico in una società abituata a proli infinite). Ciò che spiazza emotivamente il lettore è vedere associati con disinvoltura temi raccapriccianti come lo stupro, l’omicidio, la morte e la violenza a pagine di immenso divertimento, dove il maldestro Greg non riesce a decidersi su quale arma usare per compiere l’omicidio, in cui dialoga con lo spirito del maestro Angoualima o in cui non riesce a compiere una violenza carnale perché il suo coso non risponde agli ordini. C’è una continuo alternarsi di visibile e invisibile, di consapevole e inconsapevole e la ragione la spiega lo stesso Alain:
Ho imparato molto dello spirito africano dal mio personaggio. Quel modo di fare della mia etnia in cui si festeggia ai divorzi e si ride ai funerali. In qualunque occasione triste bisogna stemperare il tono. Ad esempio la morte non è mai triste, in Occidente si tiene il lutto, ci si veste di nero e si hanno sempre volti tristi. In Congo ci si diverte ai funerali: se il morto percepisce trsitezza non riuscirà a lasciare la terra con serenità.
 Tale legame con la cultura africana si ritrova nella dimensione stilistica de testo: passi descrittivi che sfiorano il lirismo si affiancano a periodi di tre o quattro pagine, privi di punti fermi, in un incalzante tono che mima l’oralità tipica delle storie degli anziani fruite attorno al focolare.

In secondo luogo il testo appare come una rete fitta di suggestioni artistiche. Non solo letterarie (sebbene Mabanckou abbia dichiarato di avere letto per anni ogni settimana 5 libri di 5 autori diversi provenienti da cinque continenti diversi), con Camus e Dostoevskij chiaramente citati o American Psycho di Bret Easton Ellis e L’uomo invisibile di H. G. Wells volutamente scelti dall’autore come fonte d’ispirazione, ma anche cinematografiche, teatrali e tratte dal mondo dei fumetti. Non è un caso se nel testo il protagonista dichiari, con il piglio paradossale ma divertente che contraddistingue tutta la storia:
Prima dicevo che il crimine non è il cinema. Il crimine non è nemmeno un romanzo giallo.
La terza dimensione ravvisabile nel testo è profonda e complicata. È quella della psicologia e dell’interiorità dell’essere umano. Per quanto il tono d’insieme risulti alleggerito dalla sarabanda di immagini, nomi e occasioni contenuti nel testo, trovo che due siano le chiavi di volta del tema della psicologia. La prima è l’esergo d’apertura:
«Sono davvero un assassino? Ho ucciso un uomo. Ma mi sembra di non essere stato io…». (Herman Ungar, Ragazzi e assassini)
L’inconsapevolezza di essere un assassino è sintomo dell’ignoranza del proprio io, dell’incostanza della propria vita. Perché se è vero che “chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia ha qualcosa da raccontare” (Flanney O’ Connor), non è altrettanto vero la sorte della storia personale di ogni sopravvissuto. La novella di Greg inizia con un bambino abbandonato dal mondo in ricerca costante di affetto e attenzione, che subisce un trauma per mano di un fratellastro; un ragazzo che sceglierà di fare la volgarità la sua marca distintiva ma che, pensando di affermarsi nella società come delinquente, subirà la sorte della vita e il suo paradosso di non riuscire mai a concludere nulla. Spontaneo il pensiero che emerge leggendo: chiunque abbia vissuto questo passato, vivrà una vita fragile ne futuro. Alain Mabanckou invece lancia il suo ultimo strale, che rende il testo un terribile divertimento dai valori alla rovescia:
Mi permetto di dubitare delle teorie che pretendono di spiegare con la storia del passato turbolento, dell’infanzia rovinata il comportamento di quelli come me. La volontà non avrebbe alcun ruolo, nelle mie imprese? Tutta la mia vita sarebbe già tracciata, e io sarei costretto a seguire per forza un percorso stabilito da un’entità superiore? Ma non fatemi ridere!
Nulla è deciso. Cosa rimane allora? Non una risposta si trova in African Psycho, ma una piacevole parentesi dolceamara, nel vero senso della parola.