domenica 8 novembre 2015

#PagineCritiche - Albino Pierro: Neorealismo e fuga dal Realismo

Gli anni che vanno dal 1958 al 1963 sono detti del Miracolo Economico italiano. I fattori determinanti furono diversi: la fine del protezionismo economico, l’istituzione del MEC, la modernizzazione dei mezzi e delle tecniche di produzione industriale, ma soprattutto la possibilità degli imprenditori italiani di autofinanziarsi mantenendo basso il livello dei salari. L’Italia, che negli anni Cinquanta era ancora un paese fondamentalmente agricolo ed arretrato, ebbe un enorme slancio nell’economia, tale da provocare un cambiamento irreversibile della società e delle abitudini. Cambiò il linguaggio, l’abbigliamento, i consumi. Si fece spazio nella vita dei cittadini l’utilizzo dei beni di lusso (dagli elettrodomestici all’automobile), ci fu un’americanizzazione diffusa. In breve, nacque la  Società dei Consumi.             
                                  
In questi anni di assalto della modernità, il ritorno alla poesia ha il valore del recupero di una realtà originaria che stava scomparendo troppo velocemente. È allora il tempo della Poesia Dialettale – da Albino Pierro a Pier Paolo Pasolini – per redimere la freschezza dell’uomo e dei luoghi, ma anche per rifugiarsi in uno spazio incorrotto, libero da contaminazioni con la modernità. Il dialetto,  partendo da premesse  di tipo (neo)realistico, poteva condurre alla fuga dal Realismo. 
Albino Pierro riuscì, attraverso un attento e continuo lavoro formale e metrico, all’originalità e alla schiettezza del lessico, a creare nel dialetto tursitano una lingua illustre, a renderla celebre quale antica lingua romanza, che attirò l’attenzione di numerosi critici, filologi e linguisti internazionali. Grazie infatti alle risorse foniche e simboliche che tale idioma possiede, lo studioso tedesco Gerhard Rohlfs, nei suoi Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, lo definì il «vero rampollo di una latinità arcaica», nascosto nella zona sud orientale della Lucania «una delle aree più isolate e conservative dell’intera  Romània». 
In 'A terra d'u ricorde, Pierro spiega come la lingua delle sue poesie coincida con quella che si parlava a Tursi quando era bambino: «ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente». Un lavoro linguistico, oltre che poetico.
Pierro – poeta orale, disceso direttamente dalla Magna Grecia – con le sue liriche (che amava recitare personalmente) da voce ad una lingua originaria; i temi sono quelli classici: la vita, la morte, l’amore. Ricorre la solitudine, quasimodiano leitmotiv della lirica novecentesca.
Immancabile – come in Sinisgalli – il bestiario, espressione di un sentimento popolare, spesso di mestizia, messo in metafora a contrasto con tutte le bellezze “eterne e tali e quali”, eredità di un passato classico (di cui Metaponto ne è sicuramente l’espressione) e un passato di violenza (riconducibile all’invasione saracena).
Origini arabe ha infatti il rione costitutivo del paese di Tursi: la Rabatana; il posto fu abitato dai saraceni, che diedero il nome al luogo e lasciarono profonde tracce nell’architettura e nel dialetto locale. La lirica «A Ravaten» appare per la prima volta nel libretto A Terra d’u ricorde , tradotto come terra del ricordo, o se si preferisce terra della memoria, che ebbe la sua prima edizione a Roma nel 1960, poi inglobato nel volume Metaponto, edito da Garzanti nel 1982.  La terra del ricordo è Tursi.
La lirica «A Ravaten» (leggi qui: www.criticaletteraria.org/2012/04/pillole-dautore-albino-pierro.html) ha un valore senza dubbio religioso. Il poeta parte da immagini di luoghi ruvidi, dalla natura irta, dove i sassi sono pitrizze e gli abitanti disagiati, fino a trasalire in un climax ascendente verso  la figura ferma di madre-madonna. Stesso fervore lirico e disperazione trapelano dalle liriche amorose, che sono ordinate nella raccolta I ‘Nnnammurète; anche qui la donna-domina sovrasta la figura del poeta, annientato dall’amore al pari di un autore stilnovista.

 Esiste un costante conflitto psicologico tra i luoghi d’infanzia e quelli dell’età matura, oscurantismo e civiltà, poli spesso contraddetti e ribaltati; la natura è suggestiva e maligna in ogni dove, avversità che esprime in versi,  con l’uso di paronomasie  (ad es. vente c’arrivèntete nella lirica «Nun c’è pizze di Munne») e suoni duri. Per dirla con Contini, quella di Pierro è senza dubbio una poesia ‘materica’, ma è anche sperimentazione linguistica di un poeta colto e raffinato; è poesia del ricordo, che fugge in un passato prossimo, dove lingua e immagini paesane mostrano un quadretto d’umanità, sempre pervaso da una cappa scura di rassegnazione.

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