mercoledì 25 novembre 2015

#FFF2015. Il piacevole richiamo letterario dell’assurdo: "Sul soffitto" di Éric Chevillard

Sul soffitto
di Éric Chevillard Del Vecchio, 2015

trad. Gianmaria Finardi



Leggere Chevillard è una sfida avvincente. Sebbene la trama si riveli semplice e lineare, il lettore è stupito da due fattori: l’apparente senso dell’assurdo esistenzialista che aleggia nel corso delle vicende e la struttura narrativa apparentemente senza schema.

Sarà bene partire dalla trama. Il protagonista (e narratore) senza nome porta da sempre una sedia rovesciata sulla testa. La pratica gli viene consigliata da piccolo da un medico per correggere la postura. Il narratore finirà per farne un must della sua esistenza da asociale incallito.Qual è il suo obiettivo? Tramandare questa nuova moda ai posteri, sebbene lamenti l’attenzione e le risa che ne conseguono. Perché è “proprio a lei [la sedia, ndr] che devo il fatto di avere il mio posto nella comunità”. Primo elemento assurdo e primo richiamo letterario: il protagonista ricorda un Des Esseintes del giorno d’oggi, attratto dal fascino della solitudine ma al contempo dalla tentazione di essere ricordato ed accettato dalla società. Non a caso, il protagonista riuscirà ad attirare nuovi adepti che seguiranno questa bizzarra filosofia di vita secondo la quale:
Questa sensazione di comodità [sulla sedia, ndr], il mio cranio la proverebbe meglio e più sottilmente del mio culo, anche con più piacere, poiché il cranio dell’uomo è una scatola di osso molto dura mentre le natiche dello stesso sono così, rotonde, carnose, molto morbide, che un supplemento di comodità sembra superfluo […]
Arriva una svolta. Protagonista e adepti della sedia a suo seguito vengono bruscamente sloggiati dalle forze dell’ordine dal cantiere in disuso (si badi bene, il cantiere di una biblioteca). Si trasferiscono tutti sul soffitto di Méline, la ragazza del protagonista (il quale cerca di convincere anche la povera borghesuccia a convertirsi alla filosofia della sedia). Secondo elemento assurdo e altro riferimento letterario: il Messia della sedia vuole fondare una nuova società parallela al “mondo di giù”, andando alla conquista di tutti i soffitti circostanti. Un moderno Robinson Crusoe, su sua stessa ammissione all’inizio del romanzo (“[…] sono diventato sveglio, un vero Robinson Crusoe […]”). Abbandona la sedia – momento descritto come un vero e proprio trapasso a miglior vita –, diventa politico e stratega. Apparentemente asociale e vittima della società, al contrario il protagonista si rivela un vero e proprio animale sociale. Lotta per la sopravvivenza personale e dei suoi adepti, escogita strategie, si adatta al nuovo “punto di vista”, sogna un futuro in grande, fa progetti, sospira ai nuovi profili culturali e letterari che verranno formandosi.

Insomma, la sedia e la biblioteca mai completata non sono altro se non simboli di una civiltà “in disuso”, abbandonata a se stessa, crateri di un antico splendore politico, sociale e culturale (come insegna la storia della sedia, di cui il protagonista ci regala un dettagliato excursus). Allo stesso modo, la famiglia Raffin è l’emblema di una borghesia sterile e corrotta, guidata dalla monotonia delle azioni e dall’immobilità culturale.
Cosa fare allora? Bisogna ricostruire dalle ceneri, sopra quella società troppo in basso, tagliando definitivamente i ponti con il mondo di sotto per rinascere ed elevarsi come la fenice in uno “spazio neutro, vergine, offerto al libero esercizio dei suoi talenti”.

Stilisticamente parlando, la trama si articola in periodi proustiani (lunghi anche dieci righe) intermezzati da lunghi excursus apparentemente estranei alla vicenda principale (semmai ce ne sia una vera e propria, chi può dirlo?). Gli excursus originano meditazioni sulla società (i paragoni con il mondo animale non scarseggiano), sulla storia, sulla vita – di certo, gli aneddoti e le parabole della signora Stempf non sono inseriti per puro esercizio letterario.

Una prosa che ricorda quella del Nouveau Roman, costruita ad hoc per un pubblico attento, sveglio, pronto a cogliere qualsiasi dettaglio (anche la posizione delle virgole, come ci fa ben notare il traduttore Gianmaria Finardi nel suo commento finale). La narrativa dei nouveaux romanciers viene riecheggiata vagamente anche dalla figura del protagonista stesso, anonimo e decostruito. Questo mondo rovesciato, enfatizzato dalla sintassi e dal lessico ricercato, ricorda ancora uno dei più grandi titoli francesi dell’Ottocento, À Rebours (in italiano Controcorrente). Ciò che è certo, è che l’autore non lascia nulla al caso come si sarebbe portati a pensare inizialmente, al contrario tutto è incastrato in uno schema, tutto ha un posto e uno scopo ben preciso. A partire dalla scelta del titolo, con il quale Chevillard pone l’accento proprio sul soffitto, su quel terreno “neutro e vergine” di rinascita e di libertà.
                                                                                                               
Che tipo di sfida lancia allora Chevillard al lettore contemporaneo? Da qualsiasi punto di vista lo si analizzi, Sul soffitto è una fonte inesauribile di provocazioni – innocue e non – e rimandi indiretti. Un invito alla riflessione, forse, in un mondo in cui il pensiero è dominato sempre più dalla monotonia, dalla pigrizia e dai pregiudizi sociali.
Arianna Di Fratta


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