giovedì 19 novembre 2015

#FFF2015 Il ladro di libri: avere vent’anni a Parigi




Il ladro di Libri
di Alessandro Tota e Pierre Van Hove

Coconino Press, 2015
pp. 180
€ 17,50

Cosa significa avere vent’anni? Non intendo l’intero decennio; parlo proprio dei vent’anni tondi (due-zero), quell’anno in cui, se hai deciso di frequentare l’università, stai provando ad affrontare il trauma di una nuova vita di studi, se invece hai deciso di immetterti nel mondo del lavoro, stai iniziando a combattere con le insidie del mondo degli adulti. In entrambi i casi, comunque, qualunque sia l’atteggiamento che hai deciso di assumere, il senso di inadeguatezza ti accompagnerà per molto tempo, ben oltre la terza decina, o almeno fino quando la tua vita non avrà imboccato la strada che conduce alla meta scelta. Potrebbe sembrare la descrizione della generazione di giovani choosy del XXI secolo, ma in realtà quella descritta è una condizione esistenziale che tutti i ventenni dell’umanità hanno vissuto. Definirei il graphic novel di Alessandro Tota e Pierre Van Hove una cronaca dei vent’anni e di tutti gli stravolgimenti che questi comportano nella vita di ciascuno di noi.

Nella Parigi del 1953, sfondo della storia, non si dialoga di cultura su Skype e non si scambiano i propri pensieri su Twitter, ma ci si incontra nei caffè e alle serate di gala organizzate dall’editore Gallimard, mecenate esimio della città. Un mondo di giovani diametralmente opposto a quello attuale ma che nasconde al suo interno lo stesso furore e lo stesso spirito propositivo di ogni generazione di ventenni.

Daniel Brodin ha infatti poco meno di vent’anni e si trova a Parigi per studiare legge; così ha voluto la sua famiglia (in particolare il nonno, avallato dallo zio comunista), originaria di un piccolo paesino di campagna dove il lavoro rappresentava l’unica moneta con cui pagare la propria affermazione nel mondo. Impensabile una vita bohémien a bighellonare tra i vicoli della città. Daniel, però, ha trovato nei libri la salvezza dalla monotonia della vita di campagna e non solo: la lettura e la scrittura gli causavano “una continua erezione” che lo ha accompagnato tutta la sua adolescenza. Impensabile, allora, ignorare i fermenti avanguardistici in atto una volta giunto in città. Come non perdersi nelle sale gremite dei caffè dove singolar tenzoni poetiche facevano emergere le nuove energie compositive? Proprio in una serata mondana, Daniel si ritrova a vendere come sua creazione una poesia di un autore misconosciuto appartenente al “gruppo dei pazzi”, poeti italiani minori. Il plagio passa inosservato, la poesia riscuote un successo inaspettato e per Daniel si aprono le porte di nuove possibilità, in primis la pubblicazione dei propri componimenti su «Les Temps Modernes», la rivista diretta da Sartre. “Il giorno più felice della mia vita” dichiara senza remore; ma Daniel è giovane, appunto un ventenne, e un vortice di eventi lo spingerà ad essere vittima, carnefice, agitatore, raffinato artista e dissoluto avanguardista, fino al picaresco epilogo della sua storia.

Il disegno di Pierre Von Hove, che rimanda esplicitamente alla tradizione di Robert Crumb, Daniel Clowes e dell’underground statunitense (dal gusto per il bianco e nero, alla fisicità cartoonesca dei personaggi, alla suddivisione ordinata della tavola in 9 vignette, seppur non manchino le splash page adatte a raccontare i postumi di notti brave tra assenzio e hashish) e che molto ricorda la tecnica fotografica, si coniuga alla perfezione con la sceneggiatura imbastita da Alessandro Tota (tra i fondatori della rivista «Canicola» e autore di graphic novel visionari e rivoluzionari, come Fratelli e Yeti). Il premio Gran Guinigi per il miglior graphic novel al Lucca Comics & Games 2015 è tutto meritato. La storia, infatti, si snoda su tre livelli contemporaneamente, in apparenza slegati ma che in realtà convergono verso il medesimo punto. 

Su un solco si muove la vita di un giovane che si racconta in prima persona; pochi i dialoghi e molte le didascalie, in un continuo avvolgere su se stessi le proprie sensazioni e i propri pensieri, spesso amplificati e idealizzati (chi è che non costruisce in mente opere architettoniche dalle fragili fondamenta?). 

Sulla seconda strada si apre una finestra sui fermenti letterari della Parigi degli anni Cinquanta: si conoscono nomi nuovi dell’avanguardia lettrista e si scopre il peso che il pensiero di Jean-Paule Sartre, Albert Camus, Simone de Beauvoir e René Char ebbe inevitabilmente su quella generazione antiborghese, madre dei sessantottini che su queste idee fondarono il proprio movimento.

Sul terzo livello, quello più profondo e affascinante, si toccano astrazioni più profonde sui concetti di felicità, successo e arte. Il protagonista in un primo momento crede che il successo sia farsi abbracciare da una marea di gente che approva il suo (falso) componimento; avalla quest’idea, mitigando la gloria con la vita dissoluta tra alcool e fumi insieme al gruppo di poeti contestatori. Nel corso della storia capisce che invece la felicità consiste in altro: una casa, una donna a cui organizzare piccole sorprese e la monotonia delle dolcezze quotidiane. Proprio quando perde ogni cosa, guadagna tutto. Tuttavia la vita riserva sempre delle sorprese e anche il pensiero della felicità, a volte, non è sufficiente ad assicurare la serenità. 

Daniel è un Il ladro di libri non solo metaforico, poiché si appropria di opere altrui, ma anche reale, in quanto inizia la sua carriera di voleur proprio rubacchiando volumi dalle librerie. È un gesto per lui irresistibile e in tutta l’irrazionalità di quest’atto sta la bellezza del volume: è una storia inventata, che racconta le vicende di un uomo comune con tutti i suoi vizi e i suoi tic, ma al tempo stesso riluce della grandezza artistica che le fa da sfondo, realistica come altrimenti non potrebbe essere.

Federica Privitera

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