sabato 24 ottobre 2015

#FFF2015. Piccole parabole prima dello schianto: "Prendere il volo" di Adrien Bosc


Prendere il volo
di Adrien Bosc

trad. italiana di Laura Bosio
Guanda, 2015



Mi ricordo che la violinista Ginette Neveu 
è morta nello stesso aereo di Marcel Cerdan. 

Georges Perec, Mi ricordo


Sono passati tanti anni da quella tragica notte tra il 27 e il 28 ottobre 1949, quando il potente Constellation, “l'aereo delle star”, finisce la sua corsa schiantandosi contro un promontorio. L'aereo di punta di Air France, il volo F-BAZN, era partito in serata da Parigi, direzione New York: non sarebbe arrivato mai a destinazone. Precipitò sul monte Redondo, Isole Azzorre. Il caso ha voluto che a pilotarlo, quella notte, ci fosse Jean de la Noüe, ex pilota dell'aviazione francese durante la guerra: uno sberleffo del destino che ti fa sopravvivere alle bombe per farti morire in una manovra di routine.

Nessun guasto tecnico, forse un errore umano, forse la fatalità di un attimo o di una rotta maledetta. L'aereo stava semplicemente atterrando per fare rifornimento di gasolio, e poi risalire in cielo e attraversare l'oceano. Le condizioni meteo erano state definite ottime, eppure l'aerero fatica ad atterrare. “I have the field inside”, e invece probabilmente erano luci di una cittadina contro la quale andò a sbattere. Nessun sopravvissuto su quel volo, 37 passeggeri e 11 componenti della flotta per sempre uniti da un destino imperscrutabile, che sembra voler ribattere con presunzione, forse soprattutto in queste occasioni, che di fronte alla morte non ci sono differenze di nessun tipo.


E così muoiono insieme cinque pastori baschi, la violinista più promettente del mondo, un autista iracheno e il campione di pugilato Marcel Cerdan. E tutti gli altri, le alminhas, come sono ricordati nella lingua di quella isola sperduta dove hanno perso la loro vita. Erano tutti diretti negli States, chi per trovar fortuna, chi per ereditarla, chi per vincere. 48 persone, così diverse e inizialmente disgiunte ma unite per l'eternità da un istante.

In Prendere il volo, ogni passeggero diventa protagonista della sua storia, e ogni storia è come un breve racconto a sé, nel segno di quella unica cornice disgraziata. Ogni anima ha una sua specificità, come se l'autore ci tenesse sì a ricordare il loro essere un insieme, le “vittime del constellation”, ma al tempo stesso vuole dipingere la loro identità unica e specifica, tracciando i ritratti loro e delle loro storie con precisione e partecipazione.
Marcel Cerdan andava a New York per guadagnarsi il titolo di campione di pesi medi, strappandolo a Jake la Motta. Di lui restano impresse nella memoria le ultime fotografie scattate all'aeroporto prima di partire “con il solito cappotto”, i dialoghi con il suo agente, anche lui sullo stesso aereo. E lo struggente ricordo della sua storia d'amore con Edith Piaf, che lo attendeva invano al La Guardia. Era stata lei a chiedergli di prendere un aereo, quell'aereo, anziché un transatlantico, per godere di una giornata d'amore con lui: amante costretta ad accontentarsi di un ritaglio di tempo, di un giorno rubato, vivrà tutta la vita col rimorso. L'autore riporta qualche lettera, tratta direttamente dall'appassionato carteggio tra i due amanti: “Sono fiera per te amore mio, vorrei essere la più bella di tutte, la più perfetta, perchè tu non possa mai smettere di amarmi. Per questo cerco di diventare più bella e di migliorare moralmente. Tu sei perfetto e vorrei tanto assomigliarti” scriveva Edith a Marcel.
Sullo stesso aereo Genette Neveu, violinista prodigio, e i suoi due strumenti trasportati nella stessa custodia. Aveva girato il mondo in tournée e ora tornava per conquistare la Canergie Hall. La sua salma, dopo uno sfacciato scherzo del destino che ha voluto che venisse scambiata con la salma di un'altra vittima, ora è sepolta a Père-Lachaise, poche file dopo Chopin, dice Bosc. Nel cimitero degli artisti “finalmente Ginette Neveu trova riposo”. E suona il suo Stradivari, mai più ritrovato.
E accanto a Marcel e Ginette, compagni di viaggio e di tragedia, tanti altri uomini di cui l'autore racconta la storia. Piccole parabole, curate nei dettagli una per una, ricche di particolari (che non importa verificare come reali o meno, forse lo sono pure) che restituiscono un'immagine ricca, anche se in un istante. I cinque pastori baschi, che dal paese, alla stazione di Bordeaux e fin sull'aereo parlano tra loro, in dialetto, del vicino di casa. Ernest Lowenestein, che dopo aver divorziato con la moglie, sta tornando a casa per riconciliarsi. Business men, specializzati in import-export. “Torre di Babele, l'elenco dei passeggeri che compare sulle prime pagine dei giornali mostra l'estensione dei paesi di provenienza.” Storie di famiglie spezzate, amori interrotti, carriere concluse.
Non c'è esasperazione in questo romanzo: la tragedia si consuma privata, dietro le vite spezzate di chi rimane orfano, con una sobrietà disarmante. Non c'è suspence in questo romanzo: sin dalle prime pagine si capisce cose sta per succedere. L'aereo precipiterà, lo fa alla pagina 30. Senza effetti speciali, l'autore si mantiene distaccato perfino in questi passi, quasi una cronaca aspra che vuole restituire l'incidente per come è stato.
Un romanzo che, se deve essere definito a livello di genere, si faticherebbe ad etichettare. Alcuni passaggi sono decisamente cronachistici, in questi casi l'autore irrompe nella scena e prende il posto del narratore, parla in prima persona, dice di aver effettuato ricerche, visitato quei luoghi, come se volesse costruire il suo testo su uno spesso fondo di verità. Testo che però sottolinea essere un romanzo, come si legge in copertina. Infatti altri passaggi sono più rarefatti, sospesi tra verità e finzione. Non mancano spaccati di vita di quegli anni: da Walt Disney all'Anno Santo del 1950. E poi quel paragrafo finale: invenzione, autobiografia o senso di tutta la storia? Tanti fattori che si mescolano in un amalgama di elementi che certamente si equilibra, pur dando alla fine l'impressione di aver letto “tante cose diverse”. Forse l'effetto è voluto, a cominciare dalla ripartizione in capitoli di pochissime pagine, separati l'uno dall'altro, tutti con una citazione in apertura che il più delle volte dà un senso alla porzione di mondo che descrive, senza però pretendere una lettura universale. Del resto si sta parlando di un incidente aereo che ha tolto in un secondo la vita a 48 persone innocenti, e c'è poco senso di fronte a tutto ciò.
Adrien Bosc è un autore emergente, leggo dal risvolto di copertina che è del 1986 e ha già fondato una casa editrice, vinto il Grand Prix du Roman de L'Académie française e tanti altri riconoscimenti, pubblicato il suo primo romanzo (questo) che viene associato a una “moderna Spoon River”. Già il paragone vale una carriera, che per lui è agli albori e sta per... prendere il volo.

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