giovedì 23 aprile 2015

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Alessio




1. Estate 1997, Savona, provincia rivierasca come ce ne sono tante nel mondo. Una noia mortale, a meno che uno non accetti di mescolarsi con i turisti. Ma a me i turisti non erano mai piaciuti, soprattutto quelli che hanno la brillante idea di trascorrere in Liguria la loro estate. Non ce l'ho con i milanesi; negli anni avrei vissuto a Milano e me ne sarei anche innamorato. Il punto era il caos, la folla, in luoghi che nove mesi all'anno erano praticamente deserti. A quell'età ero forse meno socievole di oggi, e oggi chi ben mi conosce mi definisce un orso, un lupo solitario, un eremita. Tendo a stare zitto, le poche parole che dico, o scrivo, sono pesate. Molti anni dopo, quando dovetti scrivere la tesi di dottorato e tutti non riuscivano a sintetizzare, io avevo il problema inverso: allungare. La sintesi è un dono, come il saper convivere con se stessi, apprezzare la solitudine, che è un lusso per un animale sociale come l'uomo. Lo diceva De André presentando Anime Salve in giro per l'Italia, proprio in quel periodo, nel 1998. 

Grazie a un buon esame di licenza media mi venne regalato un motorino 50 che accentuò il vizio di appartarmi: se prima me ne andavo in un raggio di pochi chilometri con la bicicletta, su e giù per la campagna savonese, ora lo avrei fatto per tragitti molto più lunghi, in lungo e in largo per la Riviera. Fino all'università, quando il mio rifugio prese il nome di una città, Genova. 

Oltre al motorino mi venne regalato, o meglio prestato, un libro: Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Era una di quelle edizioni Mondadori tascabili, con la copertina mezza verde e facilmente deteriorabili. Fu mia madre, stufa di vedermi leggere fumetti Bonelli e romanzi di Wilbur Smith, ad avere l'idea. “Prendi, secondo me ti piace”. “E come lo sai?”, “Lo so e basta”. Mia madre e io siamo così: ci bastano pochissime parole. Ricordo di aver passato con lei intere domeniche, con mio padre a lavorare sui treni e mia sorella da qualche amica, senza che volasse una mosca. Ore di silenzio, un silenzio che non era vuoto, ma pieno di voci. Abbiamo sempre comunicato così. Quel giorno mi mise in mano il libro che io, diffidente, posai sul comodino e lì lo lasciai una settimana fino a quando, una notte, non potevo prendere sonno. Accesi l'abat-jour verde e mi decisi a sfogliare il libro:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiacchio.
Ma come, pensai, può essere che nel mondo esista gente che non sappia cos'è il ghiaccio? Continuai a leggere e mi ritrovai avvinghiato nella rete della prosa dello scrittore colombiano, fino a quel momento, per me, un totale sconosciuto. La vertigine di personaggi che succedono nell'incredibile universo-mondo-città-villaggio di Macondo mi travolse e avviai in quei giorni una pratica che avrei riservato solo alle mie letture preferite: rallentare. La paura del distacco dal libro fece sì che gli ultimi capitoli li consumai in un tempo lunghissimo. Quando terminai il libro sentii quasi un senso di abbandono e per mesi me lo tenni sul comodino, fino a quando un bel giorno mia madre mi chiese se l'avevo letto. “Sì”, risposi svogliato. “Ti è piaciuto?”. “Ma sì, dai. Non è male”. Fine della conversazione. Lo rimisi nella sua libreria e per qualche anno me ne dimenticai. 

Durante la primavera del 2000, quando frequentavo il terzo anno dell'Istituto Tecnico, arrivai a non poterne più di resistenze, transistor e antenne. Le mie lezioni preferite erano quelle di storia e detestavo la professoressa d'inglese perché non era per nulla British. Alle medie avevo avuto due docenti: la prima era una sfegatata ammiratrice dei Beatles e ci portò una sua foto scattata durante il concerto a Roma del 1965. Ricordo che per spiegarmi il significato della parola breathe si mise ad ansimare, quasi simulò un orgasmo. Volevo solo capire il significato del titolo di una canzone di Midge Ure. La seconda era appena rientrata da Londra dove aveva lavorato come lettrice di italiano in una università. Era un uragano. Ci convinse a partecipare a uno di quei programmi di pen friend che all'epoca andavano di gran moda. A me era toccata in sorte Patty, della Pennsylvania. L'ultima e-mail ce la siamo scambiati qualche giorno fa. Con queste esperienze alle spalle, la professoressa d'inglese dell'ITIS non poteva che deludermi, a meno che non si fosse presentato Mr Bean in persona. 

Ero deluso e annoiato, senza stimoli e inquieto. Un bel giorno vidi sul divano della sala quel Cent'anni di solitudine che mi aveva incantato pochi anni prima. Lo rilessi in tre giorni e lo rimisi al suo posto.

2. Settembre 2003, salone dell'immatricolazione dell'Università di Genova. Una folla immensa stava aspettando che venissero esposti i risultati delle prove d'ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie. Erano tutti in fibrillazione. Io leggevo la Gazzetta dello Sport. Per sicurezza mi ero portato anche un Dylan Dog, nel caso in cui l'attesa fosse stata troppo lunga. Quando il segretario uscì con i pesanti fogli, testimoni di un'era pre-Internet che sembra lontana quanto il Pleistocene, tutti si ammassarono. Li lasciai sfogare. Dopo dieci minuti ragazze e ragazzi da tutti gli angoli della regione si dileguavano tra sorrisi e delusioni verso il banchetto delle iscrizioni alla Facoltà di Medicina. Mi alzai e andai a vedere. Non avevo passato Fisioterapia, poco male. Avevo superato Scienze Infermieristiche ed ero stato assegnato a Savona. Bene, mi dissi, niente sveglie e niente treni in ritardo. Andrò a lezione in macchina o con la Vespa di papà, come quando facevo l'ITIS. Mi diressi verso il banchetto di Medicina, assiepato dagli sghignazzanti personaggi che poco prima deliravano davanti a dei tabelloni, ma non avevo alternative. Prima di arrivarci dovevo transitare di fronte a Ingegneria, Lettere e Lingue che, in quel momento, era deserta. Per ammazzare il tempo mi fermai e chiesi informazioni, così tanto per fare qualcosa, visto che avevo finito sia la Gazzetta che Dylan Dog e a Medicina mi aspettava una lunga coda. “Insegnate spagnolo?”, chiesi. “Certo, abbiamo alcuni tra i migliori docenti in Italia”. Non me ne fregava nulla della qualità della didattica, ma andai a fondo. “E questi docenti sarebbero in grado di insegnarmi abbastanza bene lo spagnolo da farmi leggere Cent'anni di solitudine in lingua originale?”. “Già alla fine del primo anno”. La ragazza rispose con una tale sicurezza che in cinque minuti mi ero ritrovato in coda all'ufficio postale di via Bensa, con il bollettino d'iscrizione alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere da pagare. Una settimana dopo, durante la prima lezione di spagnolo, avrei conosciuto quella che oggi è mia moglie e sette anni dopo avrei vinto una borsa di studio per un dottorato di ricerca in Letteratura Spagnola. Ora, nel 2015, dedico la mia vita allo studio e alla divulgazione delle letterature ispaniche. Io leggo perché un solo libro mi ha cambiato la vita.

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