sabato 7 marzo 2015

Il contrario della solitudine

Il contrario della solitudine
di Marina Keegan
Mondadori, 2015

Traduzione di M. Faimali

pp. 217
€ 17



Non è stato facile scrivere a proposito della raccolta di saggi e racconti Il contrario della solitudine di Marina Keegan. Difficile infatti pensare lucidamente quando la critica americana ha osannato la scrittura di questa giovane laureata a Yale arrivando a definirla come una delle voci più promettenti della sua generazione; racconti pubblicati sul New Yorker – dove pochi giorni dopo la laurea un lavoro la stava aspettando - , un internships al Paris Review, numerose pubblicazioni sulla rivista del college e un saggio dedicato alla classe di laureati del 2012 diventato ben presto virale. Il talento di Marina era qualcosa di tangibile ed è piuttosto naturale immaginare il futuro brillante che si prospettava per questa promettente scrittrice e giornalista originaria del Massachusetts.
Ma non è il pericolo di ridondanza per l’ennesimo elogio ad un libro su cui critici ben più autorevoli della sottoscritta hanno speso parole di stima a rendere faticosa la stesura di questo articolo, non il timore di pronunciare parole già dette o porsi come voce fuori dal coro qualora non ne condividessi gli entusiasmi. Le ragioni che hanno reso necessaria una più prolungata riflessione dopo la lettura del libro, la ricerca del distacco necessario dopo il coinvolgimento emotivo che le parole della Keegan mi hanno suscitato, si lega in primo luogo – ed è inutile negarlo – al tragico destino della sua autrice: a pochi giorni dalla laurea cum laude in una delle più prestigiose università americane e la promessa di un futuro brillante per una ventiduenne che desiderava più di ogni altra cosa seguire la propria vocazione, Marina è infatti rimasta uccisa in un terribile incidente stradale, mentre insieme al fidanzato – che era alla guida quando pare sia stato colto da un colpo di sonno e che è uscito illeso dall’incidente in cui la ragazza ha perso la vita – si stava recando nella casa di famiglia a Cape Code per festeggiare il cinquantacinquesimo compleanno del padre. Inevitabilmente leggere queste pagine ora, consapevoli di ciò che è stato, carica le parole di Marina di presagi e significati di cui l’autrice era chiaramente inconsapevole ma che è davvero difficile ignorare. Ciò non vuol dire, chiariamolo subito, che la morte precoce della scrittrice abbia infuso un’aurea di mito intorno alla sua figura e alla sua opera al punto da rendere impossibile una critica distaccata, consapevole dei limiti che si possono riscontrare in testi non del tutto pronti per la pubblicazione o non tutti all’altezza delle nostre aspettative; ciò che invece significa, per me almeno, leggere le parole di Marina consapevole di quello che il destino le ha riservato, è rimanere del tutto senza fiato di fronte ai timori, le incertezze e le riflessioni di una giovane scrittrice di talento, dalla voce vivace a tratti divertente e malinconica, acuta osservatrice delle contraddizioni del mondo accademico, che ogni volta sceglie una forma differente per raccontare le sue storie, dal saggio al racconto al testo poetico, senza mai perdere la propria cifra stilistica.

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Il talento della Keegan è qualcosa di innegabile che la morte precoce e violenta ha reso assoluto, ma se guardiamo a questa raccolta mettendo per un attimo da parte le esaltazioni fini e se stesse e a tratti ridondanti, quello che resta sono otto racconti ed otto saggi, più quel celeberrimo saggio che da il titolo alla raccolta che ha fatto in un certo senso della Keegan una star, diventando immediatamente virale dopo la tragica scomparsa dell’autrice e rendendo noto il nome di Marina anche fuori dal circuito accademico e culturale.
Partiamo appunto dal graduation speech, una prassi consolidata nel mondo accademico anglosassone che spesso ha regalato esempi diventati celeberrimi, con quelle parole di incoraggiamento e speranza verso il futuro brillante che è lì fuori in attesa della nuova classe di laureati, discorsi anche adombrati da una certa nota malinconica per la conclusione di un’esperienza umana e formativa tanto importante, alcune volte vagamente divertenti, molto più spesso solo altisonanti. Ci siamo abituati a sentirli in film e telefilm americani, quasi sicuramente ne abbiamo cercato uno o due su youtube e sulle riviste dei college più prestigiosi, e in qualche modo l’incoraggiamento di quell’impavido chiamato a parlare alla platea silenziosa – non importa se fisicamente presente di fronte a lui o oltre lo schermo del computer su cui legge le parole di incoraggiamento - mi ha fatto pensare in più di un’occasione ad un generale che incita le proprie truppe poco prima di una grande battaglia: ne ricorda le vittorie e la fatica conquista dopo conquista per arrivare fin lì, incita gli animi un attimo prima della prossima sfida.

Il contrario della solitudine, pubblicato inizialmente sul numero speciale che il giornale di Yale dedica ogni anno alla classe di laureati, si colloca quindi in un filone ben consolidato nell’immaginario collettivo e la semplicità con cui la Keegan ha saputo dare voce alle insicurezze di tanti giovani laureati come lei – non importa se di Yale o di un’università pubblica in Italia, timori e incertezze sono quasi sempre le stesse per ognuno di noi – è con buone probabilità l’effettiva ragione per cui questo discorso è stato condiviso da un pubblico tanto numeroso, al di là dei tristi risvolti della vicenda biografica della sua autrice.Perchè proprio in quelle parole ho avvertito la parte più vera della Keegan e la capacità, parlando di sè stessa, di parlare ad ognuno di noi seduti in platea in attesa della sfida che ci attende una volta fuori dalla sicurezza del mondo accademico, con la sua comunità e rete di amicizie con cui abbiamo fino a questo momento condiviso preoccupazioni e vittorie. Nonostante avesse già avuto significativi riconoscimenti del proprio talento letterario, la Keegan di questo discorso è una ventenne con tutti i dubbi riguardo al futuro e alle scelte fatte fino a quel momento, il timore di deludere gli altri e soprattutto noi stessi, con cui è inevitabile provare una profonda empatia:

Siamo i critici più severi di noi stessi e ci vuole poco a deluderci. Basta dormire troppo. Procrastinare. Prendere scorciatoie. [...]Abbiamo questi standard irraggiungibili e probabilmente non saremo mai all’altezza della versione perfetta di noi stessi che fantastichiamo per il futuro. Ma non ci vedo niente di male. Siamo così giovani. Siamo così giovani.

C’è quella sensazione incredibile di opportunità che si avverte chiaramente nelle parole di Marina, mentre riflette – come anche noi forse abbiamo fatto innumerevoli volte – sulle scelte che anni prima avevano spinto lei e molti altri a intraprendere proprio quella strada e il confronto con i pochi tra loro che ai suoi occhi appaiono così sicuri, in qualche modo già risolti:

La maggior parte di noi, invece, è un po’ smarrita in questo mare di materie umanistiche. Non sappiamo che strada stiamo seguendo nè se abbiamo fatto bene a imboccarla. Se solo mi fossi laureata in biologia... se solo mi fossi interessata al giornalismo fin dal primo anno...se solo avessi fatto domanda per questo o quello..

È tutto lì, in quel graduation speech di cui sottolineiamo i brani che sentiamo più vicini, quelli che ci fanno dire: sono io, sono le mie paure, che qualcuno ha saputo esprimere per me. Quel “senso di possibilità” che Marina si augurava di non perdere mai, ma anche altre tematiche sono al centro dei racconti e dei saggi qui selezionati: il tempo che verrà, la gioventù ma anche le altre fasi della vita, l’amore e l’affetto, l’abbandono, la maternità, il confronto con la morte. In alcuni dei testi pubblicati si avverte un certo grado di incompiutezza – o quantomeno la mancanza di una revisione definitiva da parte dell’autrice, nonostante l’accuratissimo e meritevole lavoro di editing da parte di famigliari, amici e colleghi della Keegan, tra cui Anne Fadiman sua insegnante di scrittura creativa a Yale, che si sono impegnati per dare alla stampa il volume – nel motivo non pienamente sviluppato, nell’accostamento degli scritti; lavori che scivolano piuttosto velocemente una pagina dopo l’altra, interessanti ma non abbastanza da superare la prova del tempo, mentre altri hanno senza dubbio la capacità di indugiare più a lungo nella coscienza del lettore dimostrando la sorprendente maturità della scrittura della Keegan, da cui deriva l’amarezza anche dal punto di vista intellettuale oltre che naturalmente umano per il brusco interrompersi di una promettente carriera.
Racconti in cui l’autrice riesce in poche pagine a catturare la complessità di una donna annoiata, il corpo un tempo tonico ed allenato che inesorabilmente sfiorisce, il declino della passione coniugale mentre indugia nella malinconia della gioventù inevitabilmente perduta con la sensazione di un futuro tutto da scrivere. O ancora – e forse è proprio uno degli scritti più riusciti – una giovane donna che fa i conti con la morte improvvisa del ragazzo che da alcuni mesi stava frequentando, di fronte alla quale i dubbi sulla relazione sembrano sparire lasciando spazio solo agli aspetti più felici del tempo condiviso, mentre al dolore per la perdita si accompagnano le insicurezze e la gelosia nei confronti di chi in fondo aveva condiviso molto più di una manciata di mesi insieme. Il mondo accademico, ispirazione continua per la creatività dell’autrice, amicizie e relazioni su cui soffermarsi a riflettere, le ambizioni letterarie, la complessità dei rapporti a distanza fatti di incontri fugaci e gelosia. O legami sentimentali in qualche caso resi ancora più difficili da una realtà segnata dalla guerra e dalla paura, dove un uomo spara in pieno petto ad un altro, alla luce del giorno, dove il confine tra giusto e sbagliato, verità e menzogna si fa sempre più difficile da identificare e il debole contatto con la vita di un tempo diviene fondamentale per non impazzire.

Ai racconti fanno seguito otto saggi selezionati per la pubblicazione, in cui ancora riconosciamo la voce unica della Keegan, che sia la dolceamara riflessione sulla vita da celiaca o sul fenomeno crescente di giovani laureati di Yale impiegati nel settore della consulenza o della finanza. Variano gli argomenti su cui puntare l’attenzione, ma non cambia la curiosità con cui l’autrice osserva e si interroga: sull’ambiente accademico, così stimolante e rassicurante, sul mondo oltre i confini di Yale e sulle prospettive lavorative di una generazione che nonostante tutto lotta per il lusso di poter realizzare i propri sogni e cambiare il mondo.

Le parole di Marina sono un inno alla vita e alla gioventù: confusa, promettente, insicura, terrorizzata dal futuro e allo stesso tempo bramosa di mettersi alla prova, cadere e rialzarsi. Perchè dopotutto “siamo così giovani” e il futuro è ancora tutto da scrivere.

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