domenica 15 marzo 2015

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"


Due suicidi
Fëdor Dostoevskij
Damocle Edizioni, 2015


Traduzione di Chiara Munerato


pp. 21
€ 5,00



Nel 1873, Fëdor Dostoevskij (1821-1881) assume la direzione della rivista Graždanin (Il cittadino) dove pubblica “Il diario di uno scrittore”, opera che contiene una serie di articoli, diffusi settimanalmente e poi raccolti in volumi. Gli scritti vertono su temi di cultura e attualità, come eventi di cronaca nera, antisemitismo, materialismo.
Quello pubblicato dalla Damocle Edizioni è un estratto denominato “Due suicidi”, scritto nel mese di ottobre del 1876. Prende spunto da due fatti di cronaca, le morti per suicidio di due giovani donne, l’una accompagnata da un cinico biglietto, l’altra da una preghiera e da un’icona stretta fra le mani.  Due morti simili eppure opposte, l’una dettata dalla noia, l’altra dal bisogno, l’una figlia della disillusione, l’altra della disperazione.
Fine vita e suicidio sono due temi molto sentiti dall’autore, specialmente dopo che gli fu revocata la condanna a morte sul patibolo, esperienza che lo segnò per tutta la vita. Sia ne “L’Idiota”che in “Delitto e castigo”, afferma che vivere, anche in condizioni precarie, anche per soli altri cinque minuti, è l’unico desiderio di chi è vicino alla morte.

L’intelletto è il nemico dell’uomo, è ciò che tormenta perché tenderebbe a dare ordine alla natura e agli accadimenti. Ma il caos si oppone (non a caso Dostoevskij è chiamato “artista del caos”), impedisce alla mente di dare forma alle cose, di placarsi. L’intelligenza tortura, non fa vivere rilassati come animali, fa capire che, se l’anima è destinata a morire col corpo, allora non ha senso coltivare ideali e battersi per essi.
La prima ragazza si è suicidata respirando cloroformio. Apparteneva a una casa di pensatori, d’illuministi. Ella credeva ciecamente in ciò che le avevano istillato ed è morta di noia, di una “sofferenza animalesca ed irrazionale”. È morta di “linearità”, di semplicità, anelando a qualcosa di più complicato, di meno logico, di più spirituale.
La seconda ragazza, una povera sartina senza lavoro, si è gettata dalla finestra con un santino fra le mani. È morta per necessità, con umiltà, affidando la sua anima a Dio dopo aver pregato.
Alla fine ci sono solo due strade: il nichilismo di Nietzsche oppure la spiritualità, la religione, il bisogno di credere nell’immortalità dell’anima. Due sono le creature, due i tormenti, due i suicidi.  

Anche questo piccolo testo fa parte della collana dedicata ai classici russi con testo a fronte, diretta e tradotta da Chiara Munerato.

Patrizia Poli

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