venerdì 30 maggio 2014

Generazioni in contrasto 1/ La nostra cara distopia: La congiura contro i giovani

La congiura contro i giovani
di Stefano Laffi
Feltrinelli, 2014

pp. 176
€ 14



“Giovani senza futuro”, “giovani senza valori”, “giovani pieni di inventiva”, “giovani menefreghisti”: si fa un gran parlare ultimamente di gioventù, spesso in maniera retorica e con una acuta miopia al contesto storico; così non accade in La congiura contro i giovani, saggio militante sulla situazione odierna degli under 30. Ho usato il termine “militante” perché – oltre ad una forte prospettiva di critica sociale – la spinta principale che muove la penna dell’autore, come denuncia lui stesso, è viscerale e non semplicemente informativa: «... ho sentito l’urgenza di svelarlo, di descriverlo a tutti nei dettagli, certo di averlo visto ma con il dubbio che la complicità degli adulti mi avrebbe dissuaso dal crederci» (p.7). Ciò di cui parla Stefano Laffi, ricercatore sociale attivo in diverse riviste, è l’incubo che circonda tutti noi: una distopia consumistica e «adulto-centrica» accettata con superficialità. La vera forza di quest’opera è l’unione tra biografia, teoria e ricerca sul campo, proprio come in quel genere che Berardinelli teorizza da qualche tempo. Il saggio perciò ha un passo vario che può rallentare fino a soffermarsi su un’argomentazione precisa per poi accelerare nell’invettiva o nel ricordo.
L’autore prende avvio dalla nascita di una nuova persona, momento in cui tutto è precisamente parametrato e la casualità naturale ha ben poco asilo. La competizione è immediata, la norma marcherà stretto il bambino per moltissimo tempo e lui potrà scegliere tra il narcisismo e l’inadeguatezza, ma difficilmente per la spontanea espressione di sé stesso. Al contempo i genitori, così accurati nel controllo, mancheranno di relazioni pazienti e accurate a causa di tempi di lavoro asfissianti (e guadagni sempre più bassi). Tra le caratteristiche dello stile fluido che caratterizza il testo c’è il frequente uso di domande retoriche come questa:

«qual è stata la semina degli ultimi anni, di cosa abbiamo riempito il mondo, a cosa ci dedichiamo di più? La risposta non è né bambini né piante, qualunque adulto da questa parte del mondo sa bene che deve dedicare assai più tempo ad altro, che a fine giornata avrà toccato il volante, il mouse o il cacciavite assai più di qualunque forma di vita, che i segreti del proprio lavoro o le offerte del discount gli sono più noti di quello che passa per la testa di suo figlio in questo momento.» (p. 19)

Gli oggetti, secondo Laffi, sono i veri dominatori della nostra vita, come in una grande Matrix: lavoriamo per loro, gli dedichiamo tutte le nostre migliori energie, studiamo come renderli desiderabili al di là di ogni etica e loro ci chiedono anche il nostro tempo (per guadagnare denaro e acquistarli, e per la loro quotidiana manutenzione). Molto interessante, da questo punto di vista, il racconto sull’incontro tra esperti di marketing infantile: omologati uomini-azienda che ipotecano la fantasia e il tempo dei più piccoli per puro guadagno («E così, se sommi il tempo di esposizione ai messaggi e lo confronti con il tempo di dialogo in famiglia, ti rendi conto di chi parla davvero ai tuoi figli» p. 60). E se il mercato è la causa della distopia contemporanea, proprio il marketing è il suo mezzo di controllo:

«Il marketing mi è entrato in casa, mi ha pedinato, mi ha guardato nella pattumiera, ha tracciato i miei comportamenti, ha scritto fra virgolette chiamandolo insight cosa penso fra me e me, e sa cosa farò stasera o domani. Resto impressionato, e mi viene in mente che i sondaggi e i focus group sono come una polizia segreta al soldo del regime di mercato.» (p. 53)

La critica sociale di cui si fa portatore La congiura contro i giovani ha un ampio raggio d’azione, riuscendo a toccare anche esperienze minime e dettagli che acquistano un’ombra nuova. Vale la pena soffermarsi sugli aspetti più affini alla letteratura: la lingua, la lettura e le narrazioni. La prima ha uno stretto legame con il potere (come già affermava Barthes), che si va rafforzando in un contesto in cui la relazione diretta con l’adulto è spesso problematica e filtrata da controllo, aspettative e lontananza:

«Di certo si indebolisce il rapporto con la parola scritta, l’idea di una mediazione riflessiva come premessa all’agire, la scrittura come luogo in cui fare ordine delle cose e dare loro un senso, perché il consumo non ammette pause e riflessione, lasciando il primato all’azione e all’istinto.
L’azione in questione è però sempre sull’oggetto, non il gesto per gli altri e con gli altri, le merci pur essendo altro da te fingono di aderirti, ti addestrano al narcisismo, cioè a godere, non a conoscere.» (p.39)

 A questo si aggiunge l’annichilimento nel comfort di quella avventura che è la scoperta del mondo adulto fatto ormai di routine grigie e prive di eventi significativi: la noia domina e di conseguenza le letture più accattivanti diventano il fantasy, l’horror o il poliziesco. Una gioventù “espropriata dell’esperienza” parte di un’umanità che ha perso il senso di rivolta (nel senso datogli da Camus):

«È la mancanza di ribellione, della sua stessa possibilità prima ancora del suo esercizio, che ci rende così disumani. Ed è la censura della natura “relazionale e casuale” del corpo a favore di una logica di controllo e di premeditazione del godimento a impedire di fatto l’accesso all’amore, alla scoperta dell’altro e della sua irriducibilità a qualunque nostro disegno.» (p. 69)

In un contesto simile, il romanzo di formazione è una mistificazione: senza autorità, senza un panorama stabile da distruggere o conquistare, in concorrenza con tutti per ogni cosa, l’unica “maturazione” possibile è fare proprio il cinismo mercantilista in cui i valori sono il successo, il godimento e la visibilità, perché in questa società vince il più spietato.
Si potrà essere d’accordo o meno con il punto di vista di Stefano Laffi, ma certamente non gli si può non riconoscere uno stile icastico ed esplicito, diretta conseguenza di un pensiero ben delineato e interiorizzato. Una lettura che guarda negli occhi e pone problemi e domande.

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