martedì 25 marzo 2014

Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, storia di una coscienza politica


Francesco Piccolo
Il desiderio di essere come tutti
Einaudi 2013

pp. 261
€ 18,00

«Il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista». 


Non aspettatevi un romanzo. Si tratta piuttosto della storia di una coscienza politica, perché il protagonista dice di essere nato a nove anni, quando capì di far parte del mondo che lo circonda, non di una realtà che si ferma solo alle mura di casa propria. Racconta di essersi scoperto comunista a dieci anni, quando prese a tifare per la Germania Est nella partita contro la Germania Ovest, durante i Mondiali nel '74: da un lato la squadra con le tute sgargianti che tutti davano per vincitrice, e dall'altro quella vestita semplicemente che per tutti aveva perso in partenza; da quella sera stare dalla parte dei più deboli e dei meno abbienti diventa un sentire politico.

Una trama semplice, lo scopo del libro si rivela una profonda riflessione attraverso il racconto di un pezzo di storia italiana, vissuto da dentro, a Caserta e poi a Roma; ha il sapore di un libro di memorie, che indaga il rapporto di un ragazzino con la sua famiglia, il primo amore dalla coscienza politica piuttosto forte, la professione di scrittore, il giornalismo; e il ricordo di avvenimenti storici viene sapientemente intrecciato con scorci cinematografici, passi di letteratura, pezzi giornalistici, come dire che tutto è stato sviscerato e ha dato luogo ad una ricca riflessione.

Una delle particolarità del libro di Piccolo, infatti, consiste nel citare capisaldi del giornalismo,
raccontare testi di altri autori, per descrivere nel modo migliore un avvenimento, un modo di essere. Per parlare della superficialità di un membro della sua famiglia, per esempio, il protagonista fa riferimento a un racconto di Carver, Con tanta di quell'acqua a due passi da casa, e ne racconta la trama. Raramente mi è capitato di leggere libri che riportano intere trame di altri libri (se non i manuali di letteratura), e quelle pagine sono così efficaci che confesso di essermi fiondata sul racconto di Carver; altra splendida citazione è quella de L'insostenibile leggerezza dell'essere di Kundera, cui l'autore ricorre invece per spiegare cosa voglia dire ritirarsi in una sorta di estraneità a un regime, nel bene e nel male. Per raccontare dell'invadenza, dell'ingerenza nelle sue svariate forme, invece, Piccolo ricorre più volte al mito di Atteone che spia la nudità di Diana mentre fa il bagno, che è poi il soggetto della famosa fontana alla Reggia di Caserta, luogo che ritorna spesso nella narrazione.

Quasi a confermare che sia la storia di una coscienza politica, il libro è diviso in due parti, una intitolata La vita pura: io e Berlinguer, la seconda dal titolo La vita impura: io e Berlusconi; la copertina molto è semplice, bianca, con una scritta rossa che campeggia, TUTTI. Quell'immagine in realtà si trovava nella prima pagina de l'Unità il 14 giugno 1984, il giorno dopo i funerali di Enrico Berlinguer.

Adesso leggo quell'ADDIO rosso a caratteri cubitali tenuto alto dalle braccia di tantissimi per mostrare al mondo di far parte di TUTTI. Provo un dolore precisissimo. E a quel dolore reagisco, sia con disperazione, sia con commozione: piango e alzo il pugno verso l'alto mentre la bara di Enrico Berlinguer avanza lentamente nella strada e io lo saluto da casa dicendo con disperazione che ci sono anch'io, che anch'io sono parte di TUTTI.

Berlinguer occupa tanta parte del libro, Piccolo ne spiega le scelte politiche, i discorsi, i rapporti con Moro e quelli con Craxi, i fischi all'ultimo congresso dei socialisti cui prese parte; racconta di come fosse un politico che veniva sentito così vicino da essere chiamato per nome, con la sua umanità. Descrive inoltre l'idea dell'alternativa democratica, l'intuizione che ebbe insieme ad Aldo Moro: il PCI e la Democrazia Cristiana avrebbero dovuto diventare interlocutori:

Berlinguer dice con molta chiarezza che una garanzia di democrazia non esisterebbe nemmeno se la sinistra unita raggiungesse il cinquantuno per cento dei voti. «Ecco perché noi parliamo non di una "alternativa di sinistra", ma di una "alternativa democratica" e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico.

Un'apertura al dialogo, a tutti gli effetti, ben distante dalle posizioni che negli anni a venire avrebbero preso i partiti d'ispirazione comunista in Italia; da qui un dilemma che ogni elettore di sinistra si sarà posto, su Berlinguer e sulla funzione della sinistra nel nostro paese.

Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro.

Come dire che il progresso è il dialogo. Sappiamo benissimo che questo storico incontro tra il partito della Democrazia Cristiana e il Partito Comunista non avvenne mai: Piccolo racconta infatti del rapimento di Aldo Moro una mattina di marzo, delle lettere che scrisse mentre era tenuto in ostaggio dalle Brigate Rosse, e di come in quelle lettere si sentisse l'uomo, il padre di famiglia, prima ancora che il politico. Tra l'omicidio di Moro e Craxi, certi progetti non si realizzarono e Berlinguer si arroccò in una chiusura che da allora divenne un tratto caratteristico della politica italiana: l'idea della purezza.

Quello che Moro aveva temuto, si verifica alla lettera: il PCI diventa interlocutore esterno della realtà. Ma quello che Moro indicava come un pericoloso punto di forza, diventa una condanna alla marginalità, alla sconfitta.

E poi:

Se Berlinguer non era propenso a diventare un eroe della purezza (come è diventato), se ha speso la quasi totalità della sua vita politica in favore del compromesso, e quindi della governabilità – allora posso finalmente dare una risposta alla domanda che mi ha accompagnato per tutta la vita. 

La realtà della sconfitta di cui parla l'autore culmina con la ricostruzione del momento in cui Bertinotti fa cadere il governo Prodi, nel 1998. Per una cieca ostinazione nel percorrere la strada della purezza riconosciuta negli ultimi atti politici di Berlinguer, la sinistra italiana si chiama fuori da qualsiasi dialogo, nella strada della "purezza senza fertilità", per dirla con Piccolo e riconsegnando il paese nelle mani di Berlusconi. 
Il desiderio di essere come tutti ripercorre la delusione di un uomo di sinistra rispetto a questi avvenimenti politici, l'evoluzione del pensiero e delle proprie scelte di voto in seguito a certi  scenari.

Con questi criteri, siamo diventati la parte più reazionaria del paese, nonostante ci fossimo definiti moderni, oltre che civili.

È incredibile come sia utile ricostruire gli ultimi decenni di storia del nostro paese, attraverso questa lettura estremamente scorrevole - seppure a volte ridondante - che ci aiuta a capire cosa ci ha portati al presente, così povero di personalità politiche dello spessore di Berlinguer, di Pertini, di Moro e pochi altri. Guardare indietro per capire da dove veniamo non fa poi così male. Cosa c'è all'origine dell'assetto odierno dei partiti politici e degli schieramenti? Perché la sinistra è così marginale? E perché la politica si incentra sempre di più sui partiti di centro?
Non importa il colore politico: che la propria fede sia di destra o di sinistra, la lettura di Piccolo risulta fruttuosa, perché si tratta della storia della sinistra italiana raccontata da uno di sinistra, con le dovute critiche, i ripensamenti e le autocritiche, soprattutto; offre inoltre una visione molto completa al livello culturale, sociale, storico e politico degli ultimi decenni, di cui ripercorre i fatti salienti. Sarebbe bene che le giovani generazioni si concedessero una lettura concentrata del libro, per arricchire la lettura con video, ritagli di giornale, film, libri; dato che a scuola raramente si fa in tempo a studiare un passato così vicino e che questi grandi nomi sono spesso ignorati. Del resto alla narrazione si aggiungono anche spunti di teoria della politica molto istruttivi.

Non sono stato infelice a causa di Berlinguer, non sono stato felice a causa di Berlusconi. Anzi, molti dei legami tra vita e privata e vita pubblica hanno fatto in modo che Berlinguer rendesse meno infelice la mia giovinezza, e Berlusconi rendesse meno felice l'età adulta. Però si può essere infelici nonostante si creda in qualcosa, e si può essere felici nonostante si detesti qualcosa.

Non si può fare a meno di leggere queste righe con un pensiero rivolto a chi oggi fatica a vivere in Italia, a chi vuole andare via in un posto dove costruire un futuro è possibile. Piccolo vuole trasmettere una volta per tutte un messaggio forte di amore assoluto per questo paese, per la vita pubblica e per la politica.

Quelli che decidono di andarsene da questo Paese, o semplicemente dicono per tutta la vita di volerlo fare, è perché si vogliono salvare.
Io invece resto qui. Perché non mi voglio salvare.

Lorena Bruno