mercoledì 26 febbraio 2014

"I camminatori" di Italo Testa, Premio Ciampi 2013

I camminatori
di Italo Testa
Premio Ciampi Valigie Rosse 2013

pp. 47


I camminatori è una raccolta di poesie legata al “Premio Ciampi” per la sezione italiana 2013 e per questo edito da Valige Rosse. O forse sarebbe meglio dire curato e stampato. Questo perché Valigie Rosse non è in realtà una casa editrice nel senso proprio del termine, quanto piuttosto uno splendido progetto culturale ed editoriale, indipendente e no profit. La collana di poesia è nata del 2010 in occasione della scomparsa del cantautore livornese Piero Ciampi (il nome stesso del progetto viene fuori dai versi di una sua canzone «Tu avevi preparato/ le tue valigie rosse/ e con tono deciso/ chiamavi per telefono un tassì») e i volumi che la compongono sono detentori del premio allo stesso Ciampi dedicato.

Il premio è composto da due sezioni, una di poesia italiana e una di poesia straniera, curate rispettivamente da Paolo Maccari e Valerio Nardoni. Si tratta di una sorta di riconoscimento alla carriera, che ha lo scopo di individuare voci affermate e solide del panorama letterario piuttosto che scovare poeti emergenti.


Nel 2013 dunque per la sezione italiana è stato selezionato Italo Testa, poeta e saggista piacentino classe ‘72, già autore di alcune raccolte di poesia, tra cui Luce d’alianto, inserita nel Decimo quaderno di poesia italiana della Marcos y Marcos del 2010, La divisione della gioia, sempre del 2010 e pubblicata da Transeuropa, l’e-book Non ero io uscito nel 2009 per un altro interessantissimo progetto culturale come Gammm e Canti ostili pubblicato nel 2007 per Lietocolle. Tra le altre cose Testa è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui i prestigiosi Premi Montale e Dario Bellezza.

I camminatori è un lavoro incredibilmente originale. Più un piccolo poemetto che una raccolta di poesie. Si tratta di piccoli ritratti, quasi dei frame cinematografici (non a caso il testo è illustrato con le fotografie di Riccardo Barghellini), che ritraggono delle figure umane inafferrabili e indecifrabili; i “camminatori” che il poeta, come lui stesso ci dice, ha visto per anni, senza mai riuscire ad afferrarli, solo a Parigi, tra il 2008 e il 2009, ha potuto «registrarne qualche prima traccia». Sembrano scenari di fantascienza, figure assurde e irripetibili, che attraversano le città senza posa, che entrano nei bar, si affaccendano per strada, abitano i vagoni abbandonati e le stazioni, assaltano i treni; i loro movimenti sono meccanici, irreali, inspiegabili. Vagano e sfilano senza peso né forma, eppure, «non danno mai l’idea/ di perdersi/ padroni di se stessi». Sono personaggi transeunti e transitori, «avanguardie di una nuova umanità», metafore della nostra futile necessità, occupano le zone «interstiziali» dell’esistenza, camminano ai margini. Eppure c’è un senso nella loro follia, un significato nel loro assurdo procedere. I camminatori siamo noi e sono altro da noi, sono lo specchio deforme, e per questo più veritiero, che ci riflette, sono la nostra copia sfatta e fedele. Inutile discostare lo sguardo «ovunque tu cammini/ camminano».
La poesia di Italo Testa è una poesia figurativa dallo stile apparentemente improvvisato e per questo ancora più sapiente. Non esiste punteggiatura, a determinare il ritmo sono gli accenti, con la predominanza di parole sdrucciole, che producono una musicalità sincopata, una marcia intermittente e coinvolgente. I protagonisti sembrerebbero essere i camminatori, gli abitanti di questo scenario orwelliano, ma più probabilmente è l’io lirico, che disperatamente cerca di «seguirli», «contarli», «spiarli», addirittura «fermarli», così come si cerca di fermare il fumo, ed è invece costretto a identificarsi con essi, a confondersi e mischiarsi, senza trauma né sofferenza. All’indifferenza del mondo si oppone allora la vitalità del cammino, costante e inarrestabile, questo procedere frenetico e dirompente, questo scendere e salire senza sosta, in cui però ci si orienta per istinto. E, pur senza avere un sentiero, non ci si perde mai, non si sbaglia mai.

E anche se non so quanto quest’ultima, sottile metafora, potrebbe essere condivisa dall’autore, la lascio ugualmente a conclusione di questa recensione, perché mi sembra che renda grazia e giustizia a una raccolta bellissima e allo stesso tempo struggente.

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