mercoledì 8 gennaio 2014

“Pallone criminale”, Simone Di Meo e Gianluca Ferraris

Pallone criminale
di Simone Di Meo e Gianluca Ferraris
Ponte Alle Grazie, 2012
pp.350
euro 14

A volte, guardando le partite di calcio degli ultimi anni (e forse non solo degli ultimi anni), può capitare di pensare al wrestling: non per gli scontri fisici, ovviamente, ma per il teatrino che sembra rappresentare. La passione dei tifosi vede ancora genuinità nella maggior parte dei gesti atletici, ma cosa si può pensare venendo a scoprire che il maldestro autogol di Andrea Masiello in Bari-Lecce del maggio 2011 non fu un incidente di un goffo difensore ma una scelta ben precisa legata alle scommesse clandestine?
Simone Di Meo (giornalista napoletano che collabora con “Il Giornale”, “Il Sole 24 Ore” e “Panorama”) e Gianluca Ferraris (giornalista di “Panorama”, genovese) ricostruiscono con questo libro-inchiesta la parte nascosta del mondo del calcio, aprendoci un po’ gli occhi sonnacchiosi con i quali speriamo sempre che la nostra squadra vinca o che la Juventus perda.

L’Italia sembrava essersi fatta gli anticorpi col famoso scandalo del Calcioscommesse dei primi anni ’80: ma nel corso dei lustri sono arrivate cose forse anche peggiori: da Calciopoli (2006) al più recente Scommessopoli (nome peraltro orribile), che sfiorò grossi nomi come quello di Antonio Conte e che in questi giorni vede coinvolto persino Rino Gattuso.
A inizio libro c’è un’avvertenza:
«In questo libro si fa riferimento, tra l’altro, e numerose inchieste giudiziarie tuttora in corso e a procedimenti (sia penali che sportivi) non ancora giunti a sentenza di terzo grado. Pertanto è bene specificare che tutte le persone citate a vario titolo in relazione a questi casi sono e vanno considerate innocenti fino ad accertamento definitivo da parte delle magistrature competenti.»
È importante infatti chiarire che il solo essere citati non vuol dire essere colpevoli. Fa però impressione leggere dei rapporti di alcuni giocatori di Serie A con alcuni ultrà che hanno pericolosi contatti con la criminalità organizzata, soprattutto al Sud: da Fabrizio Miccoli (Palermo) che diventa amico del figlio di un boss, ai vari giocatori del Napoli che presenziano feste organizzate dai tifosi in cui non mancano rappresentanti degli ambienti delinquenziali. Resta famoso, e emblematico, il caso di Balotelli che fece una gita a Scampia con persone diciamo equivoche. Se ciò non vuol dire che i giocatori siano collusi (appare chiaro, leggendo il libro, che spesso i calciatori devono presenziare ai vari impegni extra-calcistici sapendo poco o nulla delle persone con cui vengono fotografati), dimostra però che c’è un forte interesse da parte della criminalità organizzata nei confronti dei protagonisti del pallone: e come mai? A pagina 148 troviamo la risposta:
«Gli osservatori più attenti dei fatti di camorra scrivono che le immagini tra calciatori e padrini di Scampia fanno parte della dialettica tipica del potere criminale e servono a rafforzare la leadership dei boss tra i loro affiliati e agli occhi delle altre organizzazioni. E anche se non si tratta di amicizia vera e propria, il rapporto esibito con le star del campo verde è un’altra tacca sul bastone del prestigio e del comando malavitoso. È un po’ come se, nel loro linguaggio, i camorristi volessero dire ai propri simili: “Guarda con chi esco. Guarda di chi sono amico”.»
Dunque il calciatore come amplificatore di potere. Purtroppo, però, l’influenza della malavita nel pallone non si limita a innocenti fotografie: scorrendo le pagine del libro – scritto con un approccio molto narrativo, che permette un’agevole lettura – scopriamo come il riciclaggio e le scommesse siano ormai penetrati a livelli talmente alti da far dubitare della regolarità di interi campionati: si fa riferimento, per esempio, al Napoli di Maradona (fine anni ’80) e ai forti indizi che fanno supporre che il famoso scudetto perso nelle ultime giornate a favore del Milan fu un favore alla criminalità organizzata, che in caso di vittoria finale dei partenopei avrebbe dovuto pagare somme altissime agli scommettitori clandestini che avevano puntato sugli azzurri Campioni d’Italia.
La novità degli ultimi anni, con l’avvento di una rete globale (non solo informatica), è che può anche capitare che i gestori occulti del sistema scommesse non siano neanche più in Italia (ma, per esempio, in Paesi come Singapore) ma riescano a influenzare l’andamento di partite di alto livello dei nostri campionati professionistici.
Ma perché, a un certo punto ci chiediamo, le mafie hanno messo le mani sul mondo del calcio? Solo business? È utile una citazione del Capitolo terzo:
«La criminalità organizzata sa che non c’è strumento migliore del calcio per costruirsi un legame duraturo con la popolazione e l’ambiente. Se il grande imprenditore alla Berlusconi, alla Cragnotti, alla Tanzi, decide di investire nella proprietà di una squadra di football senza quasi mai guadagnarci è perché si aspetta ritorni di altro tipo: pubblicità, opportunità di mercato, nuovi rapporti. Il fine che muove le mafie è esattamente lo stesso.»
A dire questo è Raffaele Cantone, ex sostituto procuratore della DDA di Napoli, attualmente giudice della Corte di Cassazione.
Resta a noi tifosi, dopo aver letto questo volume disturbante e per ciò importante, decidere se continuare a illuderci e a spendere passione e soldi per quel poco che resta di sport.
Piero Fadda.

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