domenica 3 novembre 2013

Pillole d'Autore: "La vedova incinta" di Martin Amis


Un prologo, sei libri e una coda. Già nella sua struttura, La vedova incinta si dichiara letterario fino al midollo. Dramma, commedia, teatrale nell'ambientazione e nella lingua, è imbevuto di buona letteratura. Non è un caso che nei Ringraziamenti finali Amis condensi una fetta della sua cultura letteraria, quegli amori che così abilmente trovano spazio nel libro. I riferimenti sono tanti e i più diversi: Ted Hughes con il suo Tales from Ovid, "l'illustre storico marxista" Eric Hobsbawm e la sua opera fondamentale Il secolo breve, Wordsworth con The Borderers e Philip Larkin con Parlare a letto. E ancora Saul Bellow con Ne muoiono più di crepacuore e Auden con Letter to Lord Byron. Non mancano nemmeno Keats, Blake e poi c'è tutta l'opera di Jane Austen, maestra indiscussa di narrazione per qualsiasi autore british perché "madre di quel 'confine del buonsenso' che tanto caratterizza il romanzo inglese". Infine Shakespeare, del cui genio è inutile cercare di dare definizione.


Perché partire dai ringraziamenti? Perché in essi si trova già l'essenza del romanzo, una commedia dal sapore shakespeariano che comincia nel 1970 in un castello italiano e poi scorre in avanti, a volte con lunghi salti altre con una lentezza che uccide i personaggi, fino al 2009.

Teatrali i luoghi: primo tra tutti quel castello immerso nella campagna toscana, una barricata un po' fuori dal tempo che fiero resiste mentre lì fuori è in corso una vera rivoluzione. Teatrali i personaggi che si ritrovano lì per una vacanza: giovani, attraenti, nel pieno delle loro pulsioni sessuali, chic e bizzarri, agnostici e religiosi, bigotti e disinibiti, timidi e liberi.
Teatrale il loro modo di vivere il sesso, che a volte è espressione di un bisogno intimo, altre desiderio di nascondersi, più spesso una pulsione narcisistica e a tratti autodistruttiva. Il protagonista è Keith, un giovane letterato che nel castello vive un vero e proprio trauma sessuale. Attorno a lui i ragazzi e le ragazze di questa allegra compagnia, personaggi indimenticabili che durante una magica estate italiana vestono i panni (non solo metaforici) dei personaggi dei grandi romanzi.
Con una scrittura dalla ricchezza stilistica infinita, plurale e molteplice come i destini di Keith e dei suoi amici, Martin Amis ci consegna una storia che parla del Tempo, del sesso, delle relazioni umane, della Storia e delle sue rivoluzioni. Ci sono dentro le meschinità e la cattiveria dei giovani, la loro immaturità, la ricerca faticosa di una propria identità. Vi innamorerete dei personaggi femminili: Lily, Scheherazade, Gloria, Rita, della loro scandalosa innocenza. Riderete per i dialoghi scoppiettanti tra Keith e suo fratello, vi affezionerete alla voce narrante del romanzo, che solo alla fine svela la sua identità - artificio letterario che Amis padroneggia con maestria.

Mentirei se vi dicessi che è un romanzo facile, da leggere tra una fermata di metropolitana e l'altra. Vi chiederà attenzione, esigerà che ritorniate su alcuni passi per approfondirli, coglierne la musicalità. Postmoderno nella lingua, ironico nel tono, classicamente ordinato nella struttura esteriore, intricato e confuso nell'avvicendarsi di trame ed episodi che appartengono a momenti temporali diversi, è l'espressione dell'intelligenza di un romanziere che si mette in discussione, se è vero che nel fragile Keith ha rappresentato se stesso, attore e vittima di quell'estate in cui finì un'era senza che ne cominciasse una nuova. Perché, parafrasando il filosofo russo Alexander Herzen: "La rivoluzione, nel momento in cui uccide un regime, senza darne vita a uno nuovo, genera una vedova incinta."




Edizione di riferimento: Martin Amis, La vedova incinta (traduzione di Maurizia Balmelli), Einaudi, 2011, pp. 420



Questa è la storia di un trauma sessuale. Non era più di primo pelo quando gli accadde. Era un adulto fatto e finito: e consenziente - assolutamente consenziente. È davvero trauma, quindi la parola giusta (dal gr. "ferita")? Perché la ferita, quando si produsse - non gli procurò alcun dolore. Era l'antitesi sensoriale della tortura. Incombeva su di lui spoglio e disarmato, con le sue tenaglie d'estasi - le labbra, la punta delle dita. Tortura: dal lat. torquere, "torcere". Era l'antitesi della tortura, eppure torceva. Lo rovinò per venticinque anni.

Quando diventi vecchio... Quando diventi vecchio, ti ritrovi a fare i provini per il ruolo della tua vita; poi, dopo interminabili prove, finisci protagonista di un film dell'orrore - un horror mediocre, irresponsabile e soprattutto low budget in cui (come accade con i film dell'orrore) il peggio viene per ultimo.

Tutto ciò che segue è reale. L'Italia è reale. Il castello è reale. Le ragazze sono tutte reali, e i ragazzi pure (Rita è reale, Adriano, incredibilmente è reale). Nemmeno i nomi sono stati cambiati. Perché preoccuparsi? Per proteggere gli innocenti? Non c'erano innocenti. Oppure lo erano tutti - ma non possono essere protetti.


Era lì e tutt'intorno a loro. Che cosa potevano fare, i giovani? La risposta al cambio di marea, la riconfigurazione del potere: era questa la cosa in cui iniziavano ad avventurarsi, insieme a centinaia di milioni di coetanei. Era una rivoluzione. E sappiamo tutti cosa succede in una rivoluzione. Si vede quello che se ne va, si vede quello che rimane, si vede quello che arriva.

Quando usciva nelle strade di Londra, aveva la sensazione quasi costante che tutta la bellezza se ne fosse andata. E che cosa l'aveva sostituita? La bellezza è verità, la verità è bellezza. Forse questo era la bellezza. Ma come poteva esserlo? Non era vero. Per come la vedeva lui. La bellezza, quella cosa preziosa, se n'era andata. Rimaneva la verità. E di verità ce n'era una scorta infinita.

Scesero dall'autobus a Victoria, si abbracciarono senza calore e ciascuno andò per la sua strada. Che cosa si fa in una rivoluzione? Questo. Si piange quello che se ne va, si accetta quello che rimane, si accoglie quello che arriva. 
L'estate italiana - di tutta la sua vita, quello fu l'unico passaggio che assomigliava a un romanzo. Aveva una cronologia e una verità (era realmente accaduto). Ma vantava anche unità di tempo, luogo e azione; tendeva verso una quantomeno parziale coerenza; aveva una forma, uno schema, con i suoi sipari, i suoi bestiari. Quando si concluse, a lui rimasero una verità e una cronologia - e, oh sì, la forma intrinsecamente tragica (ascesa, picco, caduta), come la bocca di una maschera tragica: e questo è un volto comune a tutti quelli che non muoiono giovani.
La Vita è il mondo del Comunque sia, de Il che mi ricorda, del Disse lui, Disse Lei. La Vita non ha il tempo per il decantato decoro, gli elaborati artifici, e le esasperate stilizzazioni della dialettica di classe al tavolo di cucina. La Vita non è una scarpa a décolleté, col tacco che si assottiglia e la suola arcuata; la Vita è la zampa scialba laggiù all'atra estremità della gamba. La Vita si inventa strada facendo. E non può mai essere riscritta. Mai essere corretta. La Vita si articola in unità di sedici ore, tra il risveglio e l'ora di andare a letto, tra la fuga dall'irreale e il ritorno all'irreale.


A cura di Claudia Consoli


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