venerdì 22 febbraio 2013

Gino Nebiolo, "Morte e vita di Lazzaro"


Morte e vita di Lazzaro
di Gino Nebiolo
SEI, 2012

pp 229
€ 13,50



Vien da chiamarli novelle, i diciassette bellissimi racconti di “Morte e vita di Lazzaro” di Gino Nebiolo, per quel sapore antico, di narrazione come si deve. Diciassette racconti di argomento religioso, fra miracolati, anacoreti, stiliti, frati pazzi, cattedrali, conventi, biblioteche, canti gregoriani, angeli custodi pasticcioni e aspiranti diavoli. Lazzaro è il fil rouge che ci accompagna attraverso tutto il libro, in un percorso di morte e rinascita, di sguardo interiore, di ricerca d’essenzialità, segnato da dubbi e domande, fede e scetticismo. Lazzaro è colui che, più di ogni altro personaggio, incarna, a nostro avviso, la sostanza della creatura, fatta a immagine e somiglianza di Dio, ma mortale e perciò spaventata, ansiosa, alla disperata ricerca di conferme, di assensi divini, di risposte al perché della sua finitezza. Lazzaro resuscitato si chiede se, dopo la morte di Gesù sulla croce, la morte di Dio stesso, lui, creatura meschina eppur miracolata, dovrà poi morire ancora. La sua è quasi un’inchiesta, un’indagine sui fatti. Ma non è sui fatti che si basa la fede. Alla fine, contro ogni aspettativa razionale, lo ritroveremo, presente attraverso i secoli, ancora vivo nel sepolcro che gli ha fatto da casa, quasi più come Idea che come essere in carne e ossa.  
Sul rovesciamento dello scetticismo in un atto finale di pura fede, di grazia divina, si basano anche molte delle altre novelle, che compiono un cammino dai tempi di Cristo ai giorni nostri. Paradigmatica “Le acque soprastanti”, dove il protagonista, dopo aver lottato per tutto il racconto contro l’incredulità che lo attanaglia e mina la sua fede, scopre alla fine che ciò in cui non credeva, ciò in cui è impossibile credere, alla fine c’è, se non proprio materialmente, forse sotto qualche forma, anche solo d’immaginazione. Le domande che padre Ildebrando si pone sono le stesse della teologia – della quale l’autore mostra una competenza minuziosa – l’excursus che egli porta a termine attraverso tutti i testi, canonici e non, è impressionante - ma, alla fine, solo lanciandosi nel vuoto, con un gesto simbolico di abbandono alla grazia della fede,  squarcerà il velo e farà apparire la verità o, almeno, la sua verità.
Così come Sant’Ileone, il santo che non c’è, che non è mai esistito ma che si rivela più vero del vero, perché creato, addensato, coagulato dalla credenza di migliaia di fedeli, al punto che – pur sapendolo inesistente – lo si prega e lo si ringrazia e si chiede perdono per aver dubitato di lui. Forse proprio su questo si basa il cattolicesimo, sulla credulità che diventa religione, che dà sostanza all’inesistente perché condensa i bisogni d’infinito dell’uomo.
Fondamentale per tutto il libro lo studio della verità: quid est veritas, verrebbe da dire.

Volevo la verità. Ecco un altro dei miei mostruosi peccati: la pretesa di sollevare un velo, qualora velo vi fosse, su un caso che aveva commosso generazioni di fedeli. Ma chi ero io, verme trascurabile e tentato dal demonio, a cercare la verità?” (pag 104)

È dunque peccato la verità, la sua stessa ricerca, il bisogno tommasiano di verifica, il non accettare i dogmi di fede per quelli che sono ma volerli sindacare?

Torna nella tua cella, medita sulla tua superbia, dimentica tutto.” (pag 107)

 È peccato il bisogno della creatura Lazzaro di sapere se è stato solo uno strumento della volontà divina, un capriccio di un Dio bisognoso di affermare se stesso?  
Sorprendente anche il racconto dell’amministratore delegato che si fa stilita, prima per una protesta che dovrebbe durare un giorno e della quale egli stesso vedrà l’insignificanza, poi per tutta la vita. L’uomo scopre la beatitudine di una visione dall’alto, distaccata da tutto, dai bisogni materiali, dagli affetti, dai rumori di fondo, e sceglie un’esistenza di contemplazione ascetica, di sublimazione dei desideri.

L’interesse, o per meglio dire il turbamento di De Cardis consisteva nel chiedersi che cosa quei monaci eroici provavano dall’alto, quali potevano essere le loro emozioni, da che cosa oltre ad una fede di acciaio nasceva la gioia di sentirsi al disopra delle miserie del mondo. Perché, egli non dubitava, Simeone e gli altri appollaiati sulle loro colonne avevano raggiunto la felicità” (pag 176)   

Se proprio dobbiamo cercare un precedente alla forma di questa scrittura, ci viene in mente “Il maestro e Margherita”. Lo stile dei racconti è a tratti concitato, in altri momenti sciolto ed erudito allo stesso tempo, colto e popolare, pervaso da un’ironia squisita - vedi la conversazione di padre Ildebrando con i topolini, o la goffaggine dell’angelo custode “sbadato” - che alleggerisce la lettura ma non la svilisce, anzi, crea una patina di antico sulle novelle, di  già sentito in senso buono. 

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