mercoledì 26 dicembre 2012

Il giovane Holden: una lettura in tre atti


Il giovane Holden
di J.D. Salinger

Einaudi 2008
pp. 248
€ 12

In molti si sono lasciati conquistare dalla figura di questo dis-graziato ragazzo americano uscito dalla penna di uno scrittore originale come Salinger. Queste poche parole non hanno l'intenzione di aggiungere interpretazioni o di fornire nuovi criteri di ermeneutica o di fenomenologia di un racconto che ha segnato milioni di lettori ed è divenuto il simbolo di molteplici realtà sociali e culturali. L'intento è solo quello di condividere e di evidenziare delle percezioni personali suscitate dal testo. In questo senso, si propongono tre riflessioni basate su tre aspetti del racconto di Holden.

Le anatre del Central Park.

Sembra una pazzia, e anche il protagonista lo ammette, ma continuamente la narrazione ritorna sulle anitre del Central Park e sulla loro destinazione durante i freddi inverni newyorkesi. A più riprese Holden domanda e si domanda che fine facciano le anitre del laghetto quando d'inverno è ghiacciato. Domanda paradossale per un personaggio che dichiara, a un certo punto, di sapere che i volatili emigrano nei periodi freddi. Una domanda semplice, che però a guardarla bene ritorna, magari con forme diverse, nelle nostre vite di tutti i giorni. Forse non ci chiediamo dove finiscono le anitre ma ci chiediamo dove sia finito quel primo amore, o quell'amica o quell'amico che negli anni non abbiamo più sentito o frequentato. Ci chiediamo dove sono finiti quei sentimenti che ci hanno afflitto o rallegrato, se sono nascosti sotto la coltre di ghiaccio dell'indifferenza, verso di noi e verso l'altro, o se qualche addetto li ha caricati tutti su un camion e li ha portati via, impoverendo il nostro sentire o sollevandolo da scomodi fardelli.

Il museo di storia naturale.

Tutti lo abbiamo frequentato; e Holden, come ogni bambino che è stato portato in gita al museo, racconta le sue impressioni. Ne racconta in particolare una, banale. Salinger, per bocca di Holden, ci ricorda che andando al museo troviamo sempre le stesse cose nella stessa collocazione; siamo noi a cambiare. E questo, in prospettiva del tutto antropologica, è una verità imprescindibile. Quante cose affrontiamo ogni giorno allo stesso modo? Stanno sempre lì, nella loro tradizionale collocazione: metropolitana, ufficio, scrivania, capi e superiori di qualsiasi generazione e specie... Ma il tu cambia, gradualmente, e ogni cosa o persona che, come nel museo, si trova sempre lì acquista un valore ed un significato differente secondo del proprio percorso di crescita personale, in base a come quel tu negli anni è cresciuto, maturato o involuto. Allora viene in mente l'atleta. Egli anche se non aspira alle olimpiadi, ogni settimana compie meticolosamente i suoi esercizi, sempre gli stessi; si allena ad affrontare giochi, gare, competizioni alle quali verrebbe meno se non ci fosse quel continuo ritornare sugli stessi movimenti, sui soliti esercizi. Così la riflessione di Holden fa percepire delle iridescenze positive nelle nostre consuetudini. La mente e il corpo crescono e mai una realtà assomiglia ad una altra, a quella di ieri o a quella di domani, e rendono la vita qualcosa di fronte alla quale continuare a stupirsi.

La vecchia Phoebe.

Tra i diversi personaggi che occupano la scena del racconto di Holden dopo suo fratello morto prematuramente, c'è sicuramente la sua sorellina Phoebe. Una bambina che spinge Holden a spiegare il senso del titolo The catcher in the rye. È forse questa la vetta del racconto, quando Holden è di fronte a sua sorella che giustamente viene definita saggia.
Applicare un racconto alla propria vita, leggere un libro e considerarlo come una finestra alla quale affacciarsi per sentire spiegare o interpretare meglio quello che a noi succede, spinge a vedere l'intervento di Phoebe come essenziale, anche per noi lettori. Dove si va a cogliere il senso delle cose, o a rilevare una visione pura e semplice di un'esistenza sempre più complicata? Credo che il colloquio di Holden con la sorellina ne indichi la strada maestra. I bambini, e chi ne ha lo ha sperimentato di continuo, nella loro linearità di pensiero, senza dietrologie e inganni, nel loro procedere sempre a fin di bene, anche se per il bambino è sempre il suo bene, sono un interlocutore che spiazza, radicalmente. Hanno nel loro modo di porsi una saggezza ed una sapienza tali perché senza pretese. Ad affrontare le domande dei bambini ci si schernisce dietro risposte futili ed evanescenti, non tanto perché loro non siano in grado di capire la realtà che noi adulti viviamo ma perché, nella nostra condizione, non siamo in grado di fornirgli risposte che siano una reductio ad unum, dirette, che in poche pennellate vere sappiano presentare uno scenario in cui le prospettive non sono sviluppate ed i chiaroscuri ancora non sono in lotta. Parlare con i bambini, alla luce dell'esperienza di Holden, può essere forse un monito a riappropiarci di una essenzialità che la società, le amicizie, le mode e le dinamiche del consumo hanno messo a tacere, una riconquista capace di realizzare una tacita ribellione contro un sistema di vita che si ferma alla superficie delle cose. Ed è questo il merito della piccola, saggia Phoebe, quello di smontare le impalcature, di far calare le maschere ed arrivare fino al nocciolo, all'essenza del presente facendone risaltare l'armonica semplicità.

Leggere Il giovane Holden diventa un'esperienza, l'occasione per porre l'attenzione su un universo di valori che il protagonista stesso denuncia e che l'Autore, con semplicità, descrive ed accenna. E credo che sia in questi elementi il significato di un successo così ampio nella letteratura contemporanea.