venerdì 16 novembre 2012

All'altro mondo per una tua parola

Caduto fuori dal tempo
di David Grossman
Mondadori, 2012

pp. 183

ebook 9,90 €
cartaceo 18,50 €



La morte, e la difficoltà di arrendersi all'addio supremo. Ma è davvero impossibile comunicare con il proprio figlio scomparso? E come farlo? L'ultimo libro di Grossman muove dagli interrogativi autobiografici di due genitori incapaci di riprendere la quotidianità, l'amore, e il semplice guardarsi negli occhi: in tutto vi è il riflesso del figlio, in tutto la consapevolezza di un cambiamento imposto dal destino. "Orfani" del figlio, hanno perduto anche la loro identità: vengono registrati da Grossman quali "l'uomo che parla" e "la donna che parla"; il loro presente è piegato a raccogliere il silenzio del lutto, l'urto del non-sarà-mai-come-prima (DONNA: "Tornerò/ mai/ a vederti/ com'eri/ e non come sei/ senza di lui?"). Tutto è bloccato al passato della vita del figlio e al passato della comunicazione drammatica della notizia della morte:
UOMO:
Vennero degli uomini, di notte,
portavano una notizia.
Venivano da lontano,
muti, severi,
e forse leccavano furtivi
quella notizia, la assaporavano
con stupore infantile,
comprendendo che
si può tenere
in bocca
la morte
come una caramella
al veleno dalla quale
si è miracolosamente immuni.

Sono scaglie di passato-presente e di presente-passato, quelle che si colgono nella struttura drammatico-lirica dell'opera. Ma è poi giusto parlare di poesia? Caduto fuori dal tempo è difficilmente definibile, se non come la rifrazione del lutto in una smerigliatura di personaggi e che va inevitabilmente a incidere sullo stile: inadatta e usurata una narrazione tradizionale, Grossman ha preferito la via della libertà sintattica e della libera ripetizione lessicale. Inoltre, affidare un tema così vasto e complesso ai soli personaggi iniziali, bloccati nel loro dialogo di marito e moglie, avrebbe dato una staticità innegabile all'opera e, soprattutto, il lettore non avrebbe avuto che due punti di vista. Invece, la scelta di affiancare ai primi personaggi altre voci permette un coro polifonico, mai lugubre ma senza dubbio sofferente. I personaggi sono tutti altamente simbolici: abbiamo un centauro parlante, tratto dalla tradizione mitologica; un ciabattino sposato a una levatrice balbuziente; uno scriba delle cronache cittadine e un  duca che gli ha imposto di raccogliere per la città (immaginaria, mai identificata né connotata) le testimonianze dei genitori rimasti soli. Non tutti sono ben disposti a raccontare la loro esperienza e a manifestare il dolore: le reazioni ai ricordi si succedono, ora dolcissime e melanconiche, ora rabbiose e affannate.

Le parole sono poi seguite dalla risoluzione di affrontare un viaggio: non una catabasi tradizionale, ma un viaggio fino a una collina che si immagina possa essere luogo dell'incontro. Il viaggio e i diversi passaggi vengono raccontati dallo scriba che sostituisce la funzione didascalica del dramma. E la comunicazione avviene? Difficile a dirsi e, soprattutto, è bene che sia il lettore stesso a seguire il sofferto e prodigioso cammino odeporico verso i figli e (forse soprattutto) verso una maggiore conoscenza e coscienza di sé.

Gloria M. Ghioni

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