sabato 7 luglio 2012

CriticaLibera: Per una decrescita editoriale?



In questi ultimi tempi, dopo l'intervento di Simone Barillari di TQ e poi ripreso da Marco Cassini di Minimum Fax, in vari siti e blog di informazione letteraria, si è discusso appassionatamente del progetto di una Decrescita Editoriale (leggere qui, qui e anche qui).
Prima di affrontare il discorso, descrivendo il dibattito in corso e, infine, esprimere la nostra opinione ci pare giusto dare una sintetica definizione del concetto di Decrescita.
L'idea di Decrescita è salita di recente alla ribalta del dibattito economico, politico e sociale (e ora, come vediamo, anche culturale) in relazione alla questione della sostenibilità ambientale e sociale della crescita economica. Viene, cioè, messa in discussione l'inevitabilità di una "crescita economica illimitatata" (cioè il costante aumento del PIL), non più sostenibile per l'ecosistema terrestre e non più eticamente accettabile a causa della creazione di rapporti sociali mercificati ed alienanti.
Cosa c'entra tutto questo con l'editoria? Simone Barillari lo spiega in questo modo:

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse – gli stessi uomini, gli stessi tempi, gli stessi budget, per pubblicare più libri dell’anno precedente. Si comprimono quei fondamentali tempi di lavorazione di ogni libro che separano l’acquisizione dalla pubblicazione, diminuiscono inesorabilmente le ore che ogni redattore può dedicare a un libro, si accorciano le scadenze – e non aumentano in modo congruo i compensi – per traduttori, revisori, correttori di bozze. Non meno che i tempi di lavorazione, si comprime in modo altrettanto inesorabile la durata della promozione di ogni libro, che è appena uscito ed è già incalzato dal successivo, diminuiscono le ore e i soldi che ogni ufficio stampa e ufficio marketing può dedicare a ogni uscita, così che sempre meno libri, non necessariamente i migliori, assorbono sempre più risorse, e sempre più libri, non necessariamente i peggiori, vengono abbandonati subito dopo l’uscita, durando in libreria meno tempo di quello che è stato necessario a scriverli. Negli ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere – “publish or perish”, per mutuare un’espressione diffusa tra i docenti dell’accademia americana – e ha contribuito a tutto questo, ne è stata causa ed effetto al tempo stesso, una mutazione del pubblico che legge, sia nella direzione di una sempre minor sensibilità alla cura editoriale dei libri, sia in quella di una sempre maggiore reattività a quella legge di mercato per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto.
 Le opposizioni alla proposta di Barillari, di diminuire la quantità editoriale per aumentarne la qualità, possono essere riassunti nell'affermazione: "Per decrescere dovremmo decrescere tutti, non solo noi piccoli editori". Accettando, dunque, in questo modo, la dittatura del mercato  che, invece, una proposta di Decrescita Editoriale nega.

L'intervento più qualificante e più acuto è stato, come dicevamo, quello di Marco Cassini. Sarebbe utile riproporre tutto l'articolo (che invitiamo i nostri lettori, ancora una volta, a leggere qui) ma ne proponiamo, per noi, la parte più significativa:


Abbiamo ceduto insomma, noi editori, al ricatto del mercato, abbiamo assecondato alcune sue richieste che se ci fermiamo a riflettere appena un istante riveleranno tutta la loro assurdità; abbiamo allentato la morsa del nostro codice deontologico e abbiamo finito col chiudere almeno un occhio quando ci guardiamo dentro (nello specchio dell’anima che è il nostro catalogo) e rischiamo adesso di non riconoscerci più, di non riconoscere più nella nostra proposta (magari non nel suo contenuto, che resta coerente, ma nel modo di veicolarlo, che però come sappiamo bene ne è parte integrante) qualcosa di coerente con quello che eravamo prima di cedere.

Si dirà: bisogna pur sopravvivere. Oppure: è la libreria, baby. O ancora: è tutta colpa del mercato. Ma non è vero, il mercato è fatto di lettori, e se sappiamo parlare ai nostri lettori uno a uno, alla fine avremo parlato anche al mercato. In fondo, lettori e mercato sono la stessa cosa, solo che paradossalmente agli uni sappiamo parlare (ma stiamo rischiando di dimenticare come farlo) e all’altro non sarebbe poi così necessario ma ci sforziamo continuamente di farlo.

Corriamo insomma il rischio di assomigliare a quei produttori di cattiva televisione che si dicono costretti a produrre programmi di così basso profilo per andare incontro ai gusti del pubblico mentre il pubblico (una porzione di pubblico) è molto più elevato di quella proposta, vorrebbe qualcosa di meglio, se solo ci fosse, e magari quando un raro prodotto di intrattenimento di qualità arriva in tv viene premiato. Ecco, quella porzione di pubblico spesso è già una quantità di lettori sufficiente, se siamo in grado di intercettarla, se sappiamo parlarle col cuore e con la qualità dei nostri prodotti e delle nostre idee che ci abbiamo messo dentro, e non con la lingua del mercato: una quantità che farebbe prosperare o quanto meno vivere dignitosamente le nostre case editrici.
Ecco. Cassini ha individuato esattamente il nocciolo del problema e della questione. Che riguarda aver ceduto alle "leggi" (leggi? di chi? chi le ha fatte? chi le ha approvate?) del mercato, avendo trasformato il libro in un prodotto commerciale e la cultura in un industria. Questo non vuol dire, ovviamente, nostalgia per i bei tempi andati e per l'editore puro che non aveva alcun interesse commerciale. L'interesse commerciale, è evidente, dev'essere presente, ma non deve essere condizionante nei confronti del progetto editoriale. Basterebbe tornare, per i piccoli e medi editori, alla definizione che essi si davano: casa editrice di "progetto". E quale sarebbe questo progetto oggi? Scopiazzare Mondadori? Purtroppo sono molto significative alcune risposte alla proposta di Barillari: il rapportarsi con le grandi case editrici vuol dire, infatti, aver perduto la coscienza del proprio progetto (culturale e commerciale). E non comprendere come tornando a parlare ai propri lettori (quei lettori che, una volta, si identificano in una precisa casa editrice perché portatrice di una visione del mondo, da Einaudi a Feltrinelli agli Editori Riuniti) vi saranno ritorni significativi anche commercialmente, e che i lettori (anche quelli italiani) sono migliori di quello che il Mercato ritiene.
Facciamo, dunque, nostro il nuovo codice deontologico per l'editoria che può essere riassunto nello slogan "di meno è meglio":

1. Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di "decrescita felice": produrre meno per produrre meglio, per dare tempo ai libri di vivere più a lungo, prima e dopo la pubblicazione;
2. Impegnarsi a non cadere nella tentazione delle scorciatoie, della semplificazione, dell'imitazione;
3. Impegnarsi a resistere alle storture del mercato e fare di tutto per cambiare le sue regole che non ci piacciono.

Per seguire queste regole, rassicuriamo tutti, non è necessario nessun governo bolscevico, ma buon senso e passione per una cultura non dominata dalle logiche del mercato e del profitto.

Che ne pensate? A voi la parola e iniziamo il dibattito.

Rodolfo Monacelli

11 commenti:

Salomon Xeno

Il problema è che nessuno vuole decrescere. Anzi, non mi stupirebbe se ci fosse chi dice che l'unico modo di uscire dalla crisi è puntare tutto sulla crescita. Decrescita dà segnali negativi a chi ascolta, nessuno ha realmente voglia di capire di cosa si tratta.
Una delle cause (forse, io di economia ci capisco meno di zero, ma due conti li so fare) è il fatto che tutto sembra basato sul debito. Leggo qui (http://fronteretro.blogspot.it/2012/07/unidea-scadurta-ovvero-storia-di-un.html) che le piccole librerie, quelle superstiti, reggono su un equilibrio precario e, non riuscendo a competere con chi della crescita si fa promotore (i grandi gruppi, le librerie on line) prima o poi chiudono, a meno di non riuscire ad attrarre un mercato di nicchia.
Analogamente, ho scoperto che anche per quanto riguarda le traduzioni l'anticipo (debito) limita notevolmente la penetrazione di piccoli autori (validi) stranieri, e immagino sia lo stesso per gli autori italiani all'estero. Avevo letto da qualche parte una proposta per risolvere questo problema strutturale tramite gli ebook (e una piattaforma pensata in maniera diversa), ma mi sa che si è perso nei meandri della rete.

Alessio Piras

Avete presente l'equazione della ninfea? L'editoria è esattamente al punto del non ritorno. I responsabili non sono, però, i piccoli editori tra i quali ci sono esempi se ne "stracatafottono" della crescita (vedi Henry Beyle intervistato da me, qui su Critica), ma i grandi. Questi delinquenti si sono spartiti scrittori e mercato e monopolizzato la vendita al dettaglio. A Milano ci sono più librerie Feltrinelli che bar e la professione del libraio va sparendo. Tempo fa cercavo un testo di White del 2005: ho dovuto attendere 20 giorni. Poi mi è stato detto che, in media, sullo scaffale un libro resiste 7 giorni e il grosso dello stampato va la macero, quindi sono soldi buttati. È un sistema folle e malato che fa profitti sul nulla. Questa non è neanche industria: se la Volkswagen producesse 1000 auto per venderne 100 fallirebbe in due mesi (oppure una Golf dovrebbe costare 50mila Euro).

Alessio Piras

Ovviamente, do per scontata la stupidità di coloro che pensano sia possibile una crescita infinita in un sistema finito come il terrestre. La vera rivoluzione non sarebbe neanche la decrescita, ma l'equilibrio: utopia.

Piero Fadda

Ciò che un po' mi lascia perplesso è l'applicazione appunto di un concetto economico come quello di "decrescita" (fatte sacre le parole di Alessio sull'insensatezza della "crescita infinita") a un campo, quello dell'editoria, che è però differente, molto più "liquido" (per usare una parola di moda), senza netti confini e vittima di un'inevitabile soggettività che non si può ridurre a "quantità" e numero di saponette. Mi spiego: il concetto di "decrescita" rischia di diventare qualcosa che vale per gli altri, ma non per me, pur con le buone intenzioni; esempio: personalmente reputo di ottimo livello il catalogo degli stranieri di minimum fax, mentre mediocre quello degli italiani (mi chiedo cosa ci faccia nelle librerie per esempio Valeria Parrella, da loro scoperta): bene, per me dunque la parrella ha contribuito a intasare le librerie, ma per minimum fax e Einaudi vale, e va pubblicata: chi decide allora cosa va e cosa non va pubblicato? Siamo anche sicuri che tra tutti i membri del TQ non ci sia qualche autore che intasa le librerie perché di non eccelsa qualità? Per questo motivo trovo il tutto un po' grottesco.
Non so, per me le parole di Cassini e anche qualcuna di TQ possono essere condivisibili: ma il problema è che hanno il grosso rischio appunto di restare solo "parole": nel concreto cosa significano? Come si attua la decrescita? Vale solo il senso di responsabilità del singolo editore?
Sembra un discorso in politichese, sia quello di Cassini che di TQ :)
Si parla insomma di concetti condivisibili, come l'essere contro la guerra o contro il razzismo: (quasi) tutti lo siamo a parole. Ma l'attuabilità, nella "realtà", è tutta un'altra cosa.

Rodolfo Monacelli

Beh caro Piero, come tutti i concetti può essere mera retorica o elementi reali.
Come fare ciò? Ad esempio limitando (o meglio autolimitandosi) nelle uscite annuali, il che vorrebbe dire curare meglio i libri che si curano e una migliore qualità di essi.

Una prima proposta concreta.

Piero Fadda

Sì Rodolfo, quello l'ho capito, sei stato molto chiaro nell'articolo :)
L'esempio della Parrella era per dire che, a parole, per gli editori sarebbe facile limitarsi (o autolimitarsi): ma nel concreto quanti saranno disposti a rinunciare a un'uscita che per loro ha una qualsiasi potenzialità? Chi rinuncia a pubblicare il nuovo libro della Murgia, seppur non all'altezza qualitativamente, se garantisce incassi e concorre a intasare le libreria?
Chiariamoci, fondamentalmente non ho niente in contrario con l'idea: ma, appunto, ci sono talmente tante variabili legate all'essenza stessa di editoria che me la fa vedere come una bella utopia.
Poi, se mi sbagliassi sarei la persona più felice del mondo.

Rodolfo Monacelli

La questione è che, per me, a breve, nell'editoria ma non solo nell'editoria, il mito "della crescita infinita" è destinato a cadere.
Le alternative sono dunque:

a) una recessione totale e indefinita
b) una decrescita, migliorando il livello qualitativo delle opere. Ma ovvio non può essere una scelta di un singolo editore, ma una scelta collettiva, dipendente anche dalle scarse vendite. Perché ritengo che, a breve, causa anche la crisi economica, o un libro varrà o resterà invenduto.

Alessio Piras

Invece secondo me, grazie al digitale e al sostanziale abbattimento dei costi di stampa, ci sarà una iper-crescita. Figuriamoci, se prima qualcuno di fronte a una cagata decideva di spendere meglio i 10 € del prezzo di copertina, ora col digitale per 1€ o 2 in molti correranno il rischio e compreranno di tutto e di più. Uno dei mali dell'editoria è che si sta perdendo l'oggetto libro, come si è perso l'oggetto disco nella musica (ovviamente, restano gli appassionati, come noi). Ho paura che a breve l'e-reader non sarà più strumento comodo per quando, ad esempio, si viaggia (come nel mio caso), ma si trasformerà in vera e propria libreria casalinga. :(

Marta Traverso

La decrescita è molto praticata a livello di consumo, molto meno a livello di produzione. Il motore dell'economia è ancora oggi "produrre tanto a costi contenuti", a prescindere dalla domanda: la crescita porta lavoro, il lavoro porta stipendi, gli stipendi portano consumo, il consumo porta nuove necessità di crescita.

Un "lettore forte" non ha bisogno di decrescita editoriale, perché i suoi ritmi di lettura (1-2 libri o più a settimana) si sposano perfettamente con le uscite. Di sicuro ogni uscita letteraria comporta dei costi, cartacea o digitale che sia.

Forse il punto non è "quanto pubblicare", ma "come e cosa pubblicare": la qualità e la cura di un testo, non solo nella scrittura e nell'editing ma anche nella promozione successiva alla pubblicazione, devono puntare in alto a prescindere dai numeri.

Davide Castiglione

Avevo letto qualcosa sulla discussione avviata da TQ.

Dico la mia: come in altri rami dell'economia e della produzione, tutti gli editori medio-piccoli dovrebbero far fronte comune, unirsi in un consorzio o confederazione che abbatta i costi di distribuzione e permetta che un obbiettivo comune (la decrescita) sia attualizzato. Rimane il fatto che nelle librerie tradizionali il 90% almeno dei libri viene da case editrici grandi o medio grandi, e il lettore non può conoscere altre realtà a meno che non sia uno specialista. Programmi televisivi, radio, festival letterario-gastronomici... tutte queste cose dovrebbero essere alleate per almeno rendere consapevole un pubblico più vasto della presenza di buoni libri che magari nemmeno arrivano in libreria.

Noi, intanto, cerchiamo come stiamo facendo di far conoscere buone cose al di fuori del mainstream.

Rodolfo Monacelli

Rispondo a Marta: si ma, secondo me, a breve si arriverà anche alla Decrescita a livello di produzione.
O Decrescita o Recessione tertium non datur.
A meno che non ci sia qualcuno che veramente crede alla crescita infinita in Occidente.
Non è un caso che un autore come Serge Latouche che fino a pochi mesi fa veniva definito come un "pazzo", ora viene intervista anche dal Mainstream :-)
E, tra l'altro, vi è una stretta connessione (nell'editoria ma non soltanto) tra decrescita e buona qualità.

Rodolfo