mercoledì 22 febbraio 2012

Il disprezzo di Moravia: invito alla lettura



Il disprezzo
di Alberto Moravia
Bompiani, 2000
pp, 320. € 9,90

1^ edizione: 1954

Pubblicato nel 1954 da Bompiani, Il disprezzo di Alberto Moravia narra la storia coniugale di Riccardo Molteni, sceneggiatore cinematografico, ed Emilia, pacata dattilografa di provincia. In una Roma borghese degli anni ’50 Riccardo racconta come i sentimenti della moglie verso di lui si siano lentamente ma inesorabilmente affievoliti e poi mutati, fino ad arrivare a quel solenne disprezzo che sembra inspiegabile sia agli occhi del protagonista sia agli occhi del lettore, ma che pure Moravia sceglie come titolo. Perchè è il disprezzo, personificato e tangibile nei dialoghi, che diventa personaggio e modifica i ruoli dei protagonisti, anzi diventa protagonista lui stesso, motore da cui scaturisce ogni azione e reazione della coppia.
Io ti disprezzo...ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più...Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi...Eccola la verità...ti disprezzo e mi fai schifo.
È un sentimento incomprensibile e indefinibile: Emilia stessa non riesce a dare una coerente ed esaustiva motivazione del suo cambiamento e per tutto il libro impera l’ossessivo “perchè?”, che si fa ora violenta e morbosa curiosità ora razionale indagine psicologica che esige una definizione: perchè Emilia disprezza suo marito?

Da parte sua Riccardo è un uomo riflessivo, un intellettuale abituato a pensare. Ragiona ed analizza con lucidità non solo ogni possibile causa del nuovo sentimento di sua moglie, ma anche le sue reazioni:
Un male incerto provoca inquietudine,perchè, in fondo, si spera fino all’ultimo che non sia vero; ma un male sicuro, invece, infonde per qualche tempo una squallida tranquillità.
Insieme alla crisi coniugale sono almeno altri due i temi centrali del romanzo: il cinema come mondo piegato elle esigenze di mercato, svuotato da ogni pretesa ed essenza artistica, e l’Odissea, che non è solo pretesto per il susseguirsi degli eventi, ma diventa lo specchio in cui Riccardo cerca di riflettersi, per poter comprendere ciò che succede tra lui e sua moglie.
Il lavoro di sceneggiatore è vissuto da Riccardo, che avrebbe voluto scrivere per il teatro, come svilente: lo sceneggiatore è spesso costretto ad accettare ogni tipo di soggetto per necessità economiche, e per di più le sue fatiche rimarranno sempre nell’ombra (come la “mano che gira la manovella “ di Serafino Gubbio operatore):  
si svena del suo miglior sangue per il successo di altri e, sebbene la fortuna del film dipenda per due terzi da lui, non vedrà mai il proprio nome sui cartelloni pubblicitari dove sono invece indicati quelli del regista, degli attori e del produttore.
E il produttore ora comanda a Molteni un’Odissea spettacolare, un kolossal con fanciulle seminude che fanno il bagno, e con un Ciclope che rassomigli a King Kong.
Il testo omerico, già chiamato in causa innumerevoli volte nelle riscritture novecentesche del mito, diviene oggetto di nuove interpretazioni da parte dei personaggi del romanzo di Moravia, e in particolare del regista tedesco Rheingold che, in disaccordo col produttore, vorrebbe mettere in scena una moderna Odissea “psicologica”, in cui le vicende di Ulisse e Penelope vengano analizzate come sul lettino di Freud. Il regista innesca un dubbio: non è possibile che Ulisse abbia lasciato Itaca volontariamente perché non andava più d’accordo con sua moglie? Che avesse fatto di tutto per ritardare il suo ritorno a casa? Nella spiegazione di Rheingold Ulisse, per amor di pace e per avidità di doni, consiglia alla moglie di accettare la corte dei Proci già prima della sua partenza per Troia, distruggendo così con la sua prudenza l’amore di Penelope, la quale accetterà il marito al suo ritorno solo a patto che egli dimostri di “reagire da uomo” ed uccidere i pretendenti.
Il produttore Battista è l’Antinoo omerico che seduce Emilia sotto gli occhi del marito e Riccardo, moderno Ulisse, non viene più riconosciuto dalla moglie, esattamente come Penelope non riconosce nel mendicante arrivato a palazzo il suo sposo. E questo non riconoscimento da parte della persona amata si trasforma in impossibilita di identificazione da parte di Riccardo stesso:
Ciò che mi faceva soffrire di più, naturalmente, era la nozione di essere adesso non soltanto non più amato,ma anche disprezzato; però, incapace del tutto di trovare un motivo qualsiasi, anche il più leggero, per questo disprezzo, provavo un senso violento di ingiustizia e, insieme, insieme, il timore che, in realtà,ingiustizia non ci fosse e che il disprezzo fosse obbiettivamente fondato e che io non me ne rendessi conto, mentre per gli altri era cosa evidente. [...] Ora, ecco, quella frase di Emilia mi faceva sospettare per la prima volta di non conoscermi nè giudicarmi qual ero, e di essermi sempre adulato, fuori di ogni verità.
Il tema del riconoscimento, già centrale nell’Odissea, diviene perno di ogni riscrittura che il Novecento ha prodotto sul mito del guerriero acheo, che nella contemporaneità diventa suo malgrado Nessuno come aveva fatto credere al Ciclope (o a volte lo diventa volontariamente, come l’anti-eroe di Capitano Ulisse di Alberto Savinio che preferisce uscire di scena, ormai stanco di tante avventure).

Non stupisce che le vicende di Riccardo ed Emilia abbiano affascinato uno dei più cinefili tra i registi: Jean-Luc Godard, che nove anni dopo libro di Moravia dirige Le mépris. Godard non si limita a proporre uno straordinario esempio di metacinema, ma inserice dentro al film un altro “mostro sacro” del cinema stesso: Fritz Lang, che interpreta se stesso con una delicatezza e un’intelligenza che si distaccano dal freddo e introspettivo cerebralismo di Rheingold e che fanno di lui un personaggio chiave del film. Inizialmente accolto dalla critica e dal pubblico con scarso successo, dovuto all’ostracismo di Carlo Ponti, Le mépris è un omaggio all’estetica e alla forma (del corpo femminile, del mare, delle statue greche). Il romanzo di Moravia viene rappresentato piuttosto fedelmente nei contenuti, ma le differenze non mancano e sono evidenti: è difficile ritrovare nel fascino conturbante della splendida Brigitte Bardot (Camille) la compostezza di Emilia, e anche Michel Piccoli (Paul) e la sua superba interpretazione sembrano avere un piglio più sicuro dell’indeciso e timido Riccardo.
Quest’ultimo si conferma essere anche nel film un uomo riflessivo, che indugia a lungo sugli eventi, forse troppo a lungo per Emilia-Penelope che vuole un marito che agisca con virilità e decisione. Riccardo medita fino alla fine sulla decisione da prendere:
Quello che devi fare te l’ha consigliato Rheingold...Ulisse, per riconquistare l’amore di Penelope, uccide i Proci...in teoria tu dovresti uccidere Battista...ma viviamo in un mondo meno violento e assoluto di quello dell’Odissea...sarà sufficiente che rinunzi alla sceneggiatura....
Ma quando sembra essere pronto per agire è già troppo tardi: i suoi pensieri hanno sempre uno sfasamento temporale con le azioni di Emilia, e alla fine la perdita dell’amata giungerà definitiva e senza possibilità di comprensione.
Non stupisce che nel panorama delle riscritture novecentesche un altro romanzo - e un altro film – ci ricordino come la forza del mito sia tuttora intensa e pregna di significati ancora da indagare. Ma dopo il tragico del Novecento l’armonia arcaica non è più perseguibile (se lieto fine c’è è perchè si inventano nuovi e altri personaggi, che vivono altre storie diverse dalla fonte originale, come nel caso di Itaca per sempre di Malerba o dell’ Ulysses Joyciano): e allora le Sirene di Kafka staranno in silenzio e il Minotauro della Yourcenar non sarà altro che il tormento della nostra psiche, e perfino il fedelissimo e perpetuo amore di Penelope per Ulisse si tramuterà in disprezzo.
Serena Alessi