mercoledì 30 giugno 2010

Memoria e profumi di un mondo privato

Ada
di Elisabetta Setnikar
prefazione di Paolo Guzzanti

Giraldi Editore, 2009

Il filosofo francese Henri Bergson istituì una similitudine, interessante e feconda, tra il tempo della vita – un tempo per definizione eterogeneo e continuo, irreversibile – e un gomitolo; o una valanga. “Il nostro passato ci segue e s'ingrossa senza posa col presente che raccoglie lungo la strada”, ci arricchisce accompagnandoci in ogni pensiero ma (soprattutto, e in maniera più completa) in ogni azione. Ma non è soltanto questo. L’attimo passato e, nel suo riverbero, presente, è anche “un vaso pieno di profumi, di suoni, di progetti e di climi” (ed è, stavolta, Proust). Non solo gomitolo, dunque, ma percezione del gomitolo. Profumo del gomitolo. Rumore del gomitolo che rotola lungo il pavimento.

Leggendo questo speciale romanzo, dal nome semplice e aereo, Ada, si prova proprio tutto questo. Si percepisce il gomitolo, che ha la calda morbidezza della lana. Questo gomitolo, in particolare – un gomitolo altrui, altrui memoria – ha la forma di un appartamento bolognese, profuma di borotalco. E la sua protagonista ama indossare grembiuli da casa e la più preziosa, tra le semplici cose che possiede, è una scatola verde piena di fotografie.

Il romanzo di Elisabetta Setnikar è un omaggio, colmo di affetto, al ricordo della nonna, e della vita con lei. Ma sarei impietosa se dicessi che tutto si esaurisce qui. Perché se la memoria è un tempo privato, nel momento in cui se ne fa dono all’altro – consegnandolo alla scoperta materialità dell’oggetto-libro – essa aumenta di valore. Resta speciale ma diventa, a suo modo, universale. Nonna Ada, nella sua semplicità, resta inimitabile e irripetibile, ma è anche, allo stesso tempo, tutte le nonne del mondo.

“Recuperare frammenti di passato, riviverli, interpretarli, capirli e attraverso di questi imparare a esplorare se stessi e comprendersi”: questo lo scopo del ricordo, che è atto d’amore rivolto al proprio caro, a se stessi e, se impresso nella pagina, a chi legge. È proprio questo che Elisabetta Setnikar, con un delicato invito, ci offre. Dal primo ricordo – un ricordo di gioia, la stessa risata infantile da cui James Barrie dice nascano le fate – fino a un presente più ricco perché (ed eccoci nuovamente a Bergson) colmo di passato, colmo di memorie. Il gomitolo, quel gomitolo che possiamo sfogliare in Ada, non è un macigno sisifeo, ma un dono meraviglioso da portare con sé, da tenere per mano.

Laura Ingallinella

lunedì 28 giugno 2010

Giuseppe Prezzolini, l'anarchico conservatore


Giuseppe Prezzolini, l'anarchico conservatore
di Gennaro Sangiuliano
introduzione di Vittorio Feltri
Mursia, 2008

Con uno stile asciutto e una buona dote documentaristica, Gennaro Sangiuliano (vicedirettore TG1) ripercorre la vita di Giuseppe Prezzolini, dalla sua nascita alla sua morte. La biografia di un uomo, un intellettuale a tutto tondo e anche un imprenditore culturale, che è un po’ la biografia di un secolo d’Italia: l’Italia post-risorgimetale, quella della prima guerra mondiale, quella delle riviste letterarie, del ventennio e quella del dopoguerra e della ricostruzione. La biografia di un uomo che ripercorre 100 anni di storia di una nazione vista da dentro e vista da fuori.

Nel 1907 insieme a Giovanni Papini fonda il Leornardo, rivista di arte e impegno che vede l’uscita di pochi esemplari ma che ci introduce alla successiva esperienza de La Voce del 1908 che si proporrà un maggiore impegno nel civile: rivolgersi a quante più persone possibili per sprovincializzare l’Italia, rinvigorirne lo spirito, svecchiare l’università. Contribuire al formarsi di una nazione che esiste solo in teoria e che tentenna tra privilegi, banalità e corruzione. La Voce sarà uno dei più rumorosi centri dai quali si sosterrà l’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale, vista come una necessità, per Prezzolini, al fine di dimostrarne il valore umano e spirituale dell’essere nazione, riuscendo però a non scadere mai nella retorica bellicista. Curzio Malaparte disse che La Voce fu “serra calda del fascismo e dell’antifascismo”: Papini, Soffici, Slataper, Jahier, Salvemini, Croce, Gentile, Cecchi sono alcuni degli intellettuali che collaborarono a La Voce, non senza ostilità.
Prezzolini è stato il primo promotore in Italia, insieme a Soffici, degli impressionisti francesi. Ha introdotto alla filosofia di Bergson, si è accorto di Pareto, ha condiviso una forte amicizia culturale con Croce, frantasi sulle divergenze riguardo l’interventismo.

Prezzolini non ha mai conseguito la laurea, disdegnò sempre un percorso di studi regolare, eppure è stato un emerito docente della Columbia University. Ed è negli Stati Uniti, dove ha passato 30 anni, che ha potuto vivere quel conservatorismo liberale che lui sognava per l’Italia. Quel conservatorismo che non è reazione, bensì senso critico, osservazione, ponderazione, non infatuarsi per la novità, consapevolezza di doveri, rispetto. Senso civico e morale. Laicità dello Stato. Attenzione ai valori e sano nazionalismo.

Antifascista e anticomunista era giudicato fascista dai togliattiani per il suo interventismo e nazionalismo passati e perché lo stesso Mussolini si formò sulle pagine del Leonardo e de La Voce; se ne andò però dall’Italia appena avvertì che si stava costruendo uno stato totalitario, nonostante lui in quelle circostanze avrebbe potuto godere di alti privilegi (per l’amicizia con Mussolini) tranne quello della totale indipendenza.

Occhio critico verso l’Italia del malcostume e della trascuratezza e del menefreghismo passò gli ultimi anni della sua vita a Lugano e quando tornò nel 1982 a ritirare il Premio Penna D’oro l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli chiese perché non tornasse in Italia. La risposta fu in pieno stile prezzoliniano: “Presidente non si preoccupi: torno in Italia ogni giovedi per comprare la verdura”.
Prefazione di Vittorio Feltri e inserto fotografico con copertine di libri dell’autore.


F. Mercanti

sabato 26 giugno 2010

Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)


Tennis, tv, trigonometria, tornado

(e altre cose divertenti che non farò mai più)
di David Foster Wallace
minimum fax, Roma 1999

Ci sono autori completamente realizzati nella loro opera, i cui singoli tasselli sono parti di un tutto che va sempre tenuto presente, perché ogni libro rimanda ad altri libri, ogni pagina si connette ad altre pagine ancora, e tutte le parole concorrono alla compiutezza di un lavoro e di un’esistenza. 
Certo non occorrono presentazioni per riconoscere a David Foster Wallace, superba e indiscutibile voce americana, lo statuto di autore cardine e pensiero guida nella formazione della propria e delle successive generazioni di lettori e scrittori (non tutti, ma non pochi), e questo va ribadito ancor prima degli straordinari meriti tecnici che il suo precoce talento ha saputo svelare, ancor prima delle eccellenti costruzioni narrative di cui è stato capace nel tempo, dopo il folgorante esordio de “La scopa del sistema” e passando per il libro-evento (oltre 1400 pagine) “Infinite Jest”. Ideale prosecuzione di “Una cosa divertente che non farò mai più”, “Tennis, Tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)” si configura come una raccolta di sei reportage differenti per taglio e argomento, il cui valore più immediato consiste nella loro trasversalità narrativa. 
Non ci troviamo infatti di fronte a sei saggi canonicamente strutturati, e ideologicamente granitici: al contrario, Wallace ci propone un approccio intimistico alla materia trattata, in cui la figura dell’autore – meglio ancora: il suo sguardo come personaggio – diviene un aspetto fondamentale nella descrizione e lettura delle realtà particolari. Autobiografia, gusti personali, contaminazioni e idiosincrasie permeano efficacemente le pagine di questo volume, conferendo loro un carattere di originalità ed una vivacità affabulatoria, all’insegna della più nera ironia, che i saggi tradizionalmente intesi non possono concepire o mettere in atto. Così le geometrie che il gioco del tennis richiama, o il comportamento dei venti sui butterati campi dell’Illinois, diventano l’occasione per una riflessione dolceamara sull’iniziazione preadolescenziale alla dura realtà della competizione e della sconfitta (“Tennis, trigonometria, tornado”); l’analisi del medium tv e dei suoi rapporti con la letteratura contemporanea si trasforma nella presa di coscienza che la grande narrativa d’immagine di matrice postmoderna rischia costantemente di essere fagocitata dal linguaggio televisivo, e necessita di un riscatto che nuovamente la liberi (“E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione”); il racconto di una visita a un’enorme e affollatissima fiera nell’Illinois rurale, in compagnia di una vecchia fiamma del liceo, rivela la solitudine dell’esistenza americana, la desolazione del “paese reale”, celata dietro alle masse e al frastuono (“Invadenti evasioni”); un istantaneo capitolo di critica letteraria a denti stretti contesta le teorie che riguardano la “morte” dell’autore e la sua riduzione a figura “a posteriori”, indebolita di identità (“Che esagerazione”); ancora – e queste sono davvero le pagine più interessanti, probabilmente – la descrizione della vita sul set del film “Strade perdute” si fa pretesto per una riflessione a-sistematica sul percorso del regista David Lynch, sulla direzione della sua opera, sulla sua visione di bene e male, sui suoi modelli, sulle ragioni della sua ineludibile capacità di penetrare e turbare le nostre coscienze di spettatori (“David Lynch non perde la testa”: credo siano riflessioni decisive per Giuseppe Genna, che descriverà uno spiazzante incontro con Lynch nel suo “Italia De Profundis”); infine, a chiudere il cerchio, un ritorno ai campi da tennis dei tornei professionistici, cogliendo nella parabola del campione a metà Michael Joyce i tratti dell’individuo che insegue il suo sogno in contrapposizione ai fatali limiti del gioco, dello sport, della società spettacolo e dell’esistenza stessa (“L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano”). La forza di questo saggio non può consistere dunque nella sua sintesi; ciò che rimane di queste pagine così fitte e magnetiche è l’infinito potere manipolatorio del linguaggio, la capacità vertiginosa di elaborare (e superare) la riflessione umana.

Questo è il grande talento riconosciuto a David Foster Wallace, consacrato ancora prima della sua morte: la sua opera procede, fragilissima, lungo il filo sottile che separa il virtuosismo della parola e il dolore della realtà, il bisogno ineludibile di afferrare quest’ultima, e penetrarne coscienziosamente l’ordito. Se i suoi racconti si muovono sui temi cardine dell’inettitudine e della menzogna, questi saggi sapranno stupire per la lucidità di ogni passaggio, per il coraggio di guardare all'esistenza senza schermarla, per il desiderio insopprimibile di continuare a camminarvi dentro, nonostante tutto -

venerdì 25 giugno 2010

Una storia semplice





Una storia semplice
di Leonardo Sciascia
Milano, Adelphi, 1989



Come gli altri gialli di Sciascia, Una storia semplice rientra in quella categoria che viene definita 'giallo infinito', in cui il colpevole, identificato dal narratore o da un personaggio, non viene punito, ma solo reso noto al lettore alla conclusione del romanzo. Questa tecnica, che discosta il giallo di Sciascia dalla struttura classica del genere, è funzionale alla rappresentazione della società italiana. L'abilità di Sciascia, tuttavia, sta nella scelta di non denunciare in modo populista o retorico i mali della giustizia. La sua lingua piana e sottile, l'intreccio apparentemente semplice e lineare, dipanato in poche pagine, permettono infatti all'autore di trattare con leggerezza tematiche importanti, e di far emergere con forza la sua condanna, seppure senza proclami.

In questo romanzo il tema della giustizia è indagato, oltre che dal punto di vista di Polizia e Carabinieri – da notare l'abilità dell'autore nel far emergere in modo ironico i continui contrasti, a volte anche grotteschi, fra i due corpi – anche dalla prospettiva di un normale cittadino, suo malgrado coinvolto nel caso da risolvere. Il mostrare le contraddizioni della giustizia italiana permette quindi a Sciascia di indagare come chi non sia coinvolto nel processo della giustizia si relazioni con esso. L' “uomo della Volvo”, imbattutosi negli assassini, viene infatti tenuto precauzionalmente in carcere, nonostante l'evidenza della sua innocenza. A lui l'autore dedica anche la fine del romanzo. Dopo essere stato rilasciato, si imbatte infatti nel prete (introdotto precedentemente come personaggio secondario) e in lui riconosce il finto capostazione, che era in realtà l'assassino. La sua reazione, però, è quella di non denunciare la sua scoperta: «“E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?”». Con questa conclusione, Sciascia denuncia allo stesso tempo i problemi della giustizia italiana, che scoraggia i cittadini alla collaborazione, ma anche una certa leggerezza da parte degli stessi cittadini, che spesso preferiscono non essere implicati come testimoni.

Per finire, una breve considerazione sulla lingua, che sottolinea i passaggi rilevanti nella narrazione attraverso particolari scelte stilistiche. Una su tutte, l'indizio che permette di individuare l'assassino - il guanto del commissario di Polizia – viene introdotto all'inizio della narrazione, quando tra gli aggettivi per descrivere il commissario Sciascia sceglie “guantato”.

La 'storia semplice' tracciata da Sciascia, quindi, nasconde sotto un'apparente semplicità e leggerezza una vasta rete di significati. Da grande narratore, Sciascia non nasconde le problematiche che intende affrontare con trucchi che il lettore deve risolvere, ma le lascia naturalmente emergere tra le righe della scrittura.

mercoledì 23 giugno 2010

La grande storia di un fiasco: "Revolutionary road" di Richard Yates

Revolutionary road
di Richard Yates

prefazione di Richard Ford
trad. italiana di Arianna Dell'Orto

minimum fax, 2009



Nel 2009 la minimum fax è uscita con un'accurata ristampa di Revolutionary road (1961) di Richard Yates, un autore a lungo lasciato in secondo piano e che, anche con l'ausilio del cinema (del 2009 è anche l'omonimo film di Sam Mendes), può tornare a farsi sentire. Per quanti lo conoscono e lo amano, quest’edizione si presenta corredata di ampia e nuova introduzione (Richard Ford) e di appendice (tra gli altri lo stesso Yates); per quanti non lo conoscessero ancora è l’occasione per avvicinarsi all’opera prima di un grande autore che ebbe “la disgrazia di scrivere all’inizio il proprio libro migliore”. E il suo libro migliore Yates lo fa iniziare con un fiasco: il fiasco di April come attrice, che è il suo fiasco nella vita. Di questo ci si accorge subito: anche noi lettori siamo avvolti da una nebbiolina che non ci fa vedere la buona strada da seguire. A ciò si aggiunge lo stile ironico di Yates, che fa della quotidianità dei personaggi, e del loro desiderio di fuggirla, un capolavoro letterario.

martedì 22 giugno 2010

La Vera Storia del Cuore di E. Podestà


La sindrome di Bob Dylan
di Emanuele Podestà
Habanero Edizioni (2010)

€ 8,00
pp. 103



E’ la storia di un viaggio, un viaggio nel tempo, un viaggio per cambiare gli eventi, per fermare un assassino ma, in fondo, un viaggio per vivere un momento d’amore, dire quello per cui non si è avuto il coraggio, fare quello che non si è riusciti a fare, sperando che un gesto mancato possa cambiare tutto. La vita stessa.
Tra me e questo libro c’è stata una particolare attrazione, a prima vista: il titolo, la copertina, la consistenza della carta, la posizione dei segni grafici tra le pagine. Mi è sembrato subito un libro vero e credo ci sia molto di personale in questo racconto.
Eppure un tema così profondo e, a mio avviso, doloroso, sembra essere stato nascosto in una storia surreale e, a tratti, divertente, a partire dal serial killer motivo del viaggio.
Sì perché questo giovane autore di 23 anni alla seconda pubblicazione (chapeau!) ha avuto l’irriverenza di inventare un personaggio, l’Iconoclasta, con il “vezzo” di uccidere scrittori di fama. Così scompare Baricco, via Camilleri, addio anche a Faletti, il tutto sotto gli occhi di un Moccia deluso per non essere stato preso in considerazione!

L’Iconoclasta sceglieva bene le sue vittime. Non sapete quanto F. Moccia ci rimanesse male. Cosa avevano i A. Baricco e compagnia scrivente più di lui? Non chiedetelo a me, io leggo altra roba, io sono ancora più intransigente dell’Iconoclasta.

Non è un giallo, non è un thriller. Forse è una storia d’amore con la sua dose di sofferenza, lacrime, incapacità di rassegnarsi alla realtà della vita, dove il percorso è solo e sempre in avanti. E spesso non c’è una seconda occasione.

Si ricomincia, ecco il viaggio: viaggerò nel tempo e riviaggerò nel tempo. Fin quando troveremo il momento della storia, nello spazio, nelle nostre vite, passato e futuro, in cui Andreea mi bacerà.

Tanti spunti di riflessione ma anche molto gioco, dove per gioco intendo l’aver percepito il divertimento nello scrivere. Continui sono i dettagli, le note a piè di pagina che creano “confusione” tra Emanuele, l’autore, ed Emanuele, il protagonista, fino a chiedersi dove sia il limite tra racconto e invenzione. A volte sembra che Emanuele Podestà si diletti a prendere in giro il suo alter-ego-scrittore.
Interessante lo stile, sicuramente non convenzionale e molto piacevole.
In ogni pagina si trovano riferimenti, più o meno celati, a letteratura, poesia, storia, filosofia, fisica, cinematografia…e viene da domandarsi: ma siamo sicuri che l’autore sia nato nel 1987? Poi la musica, tanta musica…un brano abbinato ad ogni capitolo, una colonna sonora per ogni fase della storia. Così come nella vita. E non manca, di certo, la sorpresa finale.
Ho impiegato solo un giorno a leggerlo e, cosa che non accade quasi mai, lo sto rileggendo. Questa volta con calma, senza la foga di andare avanti e capire che cosa succede. Leggo con il computer accanto ed internet, alla ricerca.
Non è un libro scontato e richiede una forte compartecipazione del lettore chiamato a immedesimarsi nel protagonista e scegliere il suo viaggio, la sua meta, perché “la vita non conta se non si corre dietro a qualcosa”.
Sono certa che molti di quelli che decideranno di leggere questo strano romanzo, ad un certo punto – tra la prima e l’ultima pagina – capiranno, come me, di avere la sindrome di Bob Dylan, la sindrome di noi viaggiatori.

Silvia Surano

lunedì 21 giugno 2010

La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata




La casa delle belle addormentate
di Yasunari Kawabata
Oscar Mondadori 1995
pp. 203
euro 7,80


Yasunari Kawabata, scrittore giapponese Premio Nobel per la letteratura nel 1968, è noto per la perfezione formale dei suoi testi, accostata alla grande capacità di analisi dei sentimenti e degli stati d'animo dei personaggi. Queste qualità si riscontrano inequivocabilmente ne La casa delle belle addormentate (Nemureru bijo), un lungo racconto venato di raffinato erotismo. La trama è molto semplice, quasi inesistente: il vecchio Eguchi, su consiglio di un amico, si reca in uno strano postribolo dove i clienti, tutti anziani, possono trascorrere la notte con giovanissime donne addormentate da un potente narcotico. I frequentatori della casa devono sottostare ad una regola ben precisa: non possono svegliare nè molestare le belle dormienti per nessun motivo. Eguchi, cui la vecchiaia non ha ancora tolto le proprie facoltà sessuali, viene più volte preso dalla tentazione di infrangere il divieto, destando le ragazze o facendo loro violenza, ma ogni volta desiste dai suoi propositi. Si limita così a toccare la fresca pelle delle giovani, in un contatto che gli trasmette energia vitale e al contempo lo spinge a riflettere sull'inesorabile avvicinamento della morte. La magia di quei corpi di donna addormentati induce questo signore rispettabile a ritornare più volte in quel luogo, ma un evento tristemente prosaico cancella ogni traccia di poesia e riporta il vecchio alla desolante realtà.

Ogni volta che Eguchi riposa accanto ad una ragazza viene assalito da un fiotto di ricordi, che lo riportano ora alle sue passate esperienze sentimentali, ora al suo rapporto con la sua ultima figlia, ora a sua madre. Sono visioni intrise di una forte carica onirica, a tratti filtrate dal dormiveglia, che scaturiscono dalla contemplazione delle ragazze, il cui corpo nudo viene descritto fin nei minimi dettagli. Dei seni piccoli oppure floridi, delle mani infantili oppure lunghe e con le dita laccate di smalto, delle labbra innocenti oppure tinte di rossetto, ogni cosa fa affiorare i ricordi che Eguchi conservava sepolti nella sua memoria. I sensi, tra cui anche l'olfatto, che alla maniera proustiana fa rinascere vividi e intensi sprazzi di vissuto, sono i protagonisti in assoluto del racconto. Dall'empirismo del corpo si passa alla visione onirica, la quale scaturisce in tutta la sua potenza mischiando ricordi reali a immagini di sogno, in una sorta di immersione nel profondo di sè stessi. Un'azione apparentemente sordida come quella di recarsi in una casa di appuntamenti si trasforma in un dialogo di Eguchi con il proprio io interiore, già minacciato dal senso di disfacimento e di morte tipico della vecchiaia eppure ancora prepotentemente attaccato alla vita.

Impossibile non farsi conquistare dalla raffinata bellezza di questo racconto, che nella sua particolarità ci riporta a sensazioni familiari a qualsiasi essere umano e ci seduce con la sua delicata eleganza.
L'edizione Oscar Mondadori comprende anche altri due racconti, Uccelli e altri animali e Il braccio, entrambi incentrati sul tema della solitudine e dell'alienazione nelle sue varie forme.


Irene Pazzaglia


domenica 20 giugno 2010

Sopravvissuti a una notte di ghiaccio

Sopravvissuti a una notte di ghiaccio
di Giuseppe Scuderi
Giovane Holden Edizioni, Massarosa 2008


pp. 249
€ 10.00




Un trauma infantile apre questa deliziosa prima prova del catanese Giuseppe Scuderi. E già si sperimentano i primi brividi sulla pelle, perché i fatti sono filtrati dall'innocenza del piccolo Giovanni. Poi, di colpo, il protagonista cresce, e lo si incontra ragazzo: maturo per la sua età, riflessivo e ripiegato su domande esistenziali (che prefigurano la sua futura formazione filosofica), ma anche avvolto dalla rassicurante presenza di amici inseparabili, per quanto molto diversi. Qualche episodio, - il tempo esatto per affezionarsi ai personaggi cresciuti -, e l'azione scatta di nuovo in avanti, questa volta vertiginosamente: Giovanni è un professore di filosofia, pensionato, e nei suoi "occhi tristi" (sintagma che torna spesso nel testo) non restano che piccole vampe della passione giovanile.

E il lettore non può che domandarsi ansiosamente quali fatti abbiano condotto lì un uomo tanto motivato e idealista. L'autore risponde al quesito, affidando al narratore una fisarmonica di flashback, che seguono l'ordine della memoria, e non necessariamente la cronologia. Ne deriva una rievocazione colma di pathos, non priva di ironia ma anche di ricordi traumatici filtrati dalla sensibilità del protagonista.

Una sensibilità ben equilibrata, che trasuda da un lessico vario e calibrato, a volte esatto, a volte più incline a lasciarsi trasportare dall'emozione. Allo stesso modo, i dialoghi respirano una ventata di verosimiglianza (tanto difficile da trovare nelle opere prime!), e Scuderi non ha paura di giocare con frasi scisse, prolessi, dislocazioni, ripetizioni, intercalari... Il giusto. E' stata proprio la mia prima riflessione mentre leggevo il romanzo: è un romanzo "giusto". Forse anche per questo, oltre che per la trama piacevole (una dosata mescolanza di problemi esistenziali, amore, famiglia, formazione personale, aspirazioni per il futuro,...), l'opera s'è piazzata seconda alla seconda edizione del Premio Giovane Holden (nel 2008), finalista al Premio Carver 2009, fino alla meritata vittoria del prestigioso Premio Gesualdo Bufalino nello stesso anno.
E ancora: non credo che Sopravvissuti a una notte di ghiaccio voglia raggiungere un pubblico specifico, e con questo rasenta l'universalità. Basta trovare un lettore sensibile e disposto a lasciarsi trasportare in un'altra vita, per almeno 249 pagine...

Gloria M. Ghioni


sabato 19 giugno 2010

L'importanza di chiamarsi Ernest



La locandina della riduzione cinematografica
di Oliver Parker

“The importance of being Ernest”, molto più della traduzione italiana “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, è titolo che rispecchia lo spirito della commedia wildiana tutta imperniata attorno alla critica di costume della “rispettabile” società vittoriana… e la respectability è in effetti la parola chiave di questo bijou d’ironia e sarcasmo! Ciò che intendo sottolineare è il fatto che, in lingua inglese, il nome Ernest suona un po’ come “honest” ed è forse per questo che le signorine di buona famiglia, protagoniste della pièce, fanno letteralmente a gara per fidanzarsi con un uomo che porti tale nome. Ma che poi gli uomini in ballo di onesto abbiano solo il nome, ovvero l’apparenza, senza una reale devozione al vero o alla lealtà coniugale, è ciò che manda avanti l’intreccio permettendo all’autore di contestare il perbenismo aristocratico con la sua solita posa raffinata e decadènt. Basti a tal proposito l’affermazione di Jack che, davanti alla fidanzata, replica: “Gwendolen, è terribile per un uomo scoprire che per tutta la vita non ha detto altro che la verità. Potrai mai perdonarmi?” E la futura consorte: “Ti perdono. Perché sento che cambierai certamente.” Siamo al limite del nonsense. Tra una conversazione così e quelle del Cappellaio Matto e della Lepre Marzolina dell’“Alice in Wonderland” di L. Carroll a ben guardare non c’è poi molta differenza. E se non fosse per l’onirismo e la visionarietà che distanzia un’opera dall’altra sarebbe indiscutibilmente palese la comune polemica verso quel “decoroso contegno” che la pudica società inglese amava esibire in pubblico: dal rituale tè delle cinque alle passeggiate in campagna, alle riunioni nei salotti di Londra. E se il primo atto di questa “commedia frivola per gente seria”, come Wilde argutamente la sottotitola, è ambientato proprio nella capitale del regno, il secondo dipana le sue vicende nella campagna di un’aristocrazia terriera che conta per le proprie rendite su titoli e buoni statali; che specula senza intendersi di negotium ma che, come dimostrano la pigrizia mentale di Cecily e la scarsa attenzione per le lezioni di tedesco ed economia politica, ha ancor meno propensione per l’otium. Wilde traccia insomma il ritratto impietoso di optimates ormai fuori dalla storia come quando, discorrendo di politica, Jack confida a Lady Bracknell di non avere opinioni al riguardo, dichiarandosi un reazionario progressista! E se da un personaggio così possiamo aspettarci sentenze assurde e campate in aria, Lady Bracknell invece mantiene una sua “corposità” e una concretezza di idee che si rispecchiano anche in un filo- germanismo nettamente contrapposto a un’idea stereotipica della Francia bohemièn e maledetta, luogo di perdizione e dei “peggiori eccessi della Rivoluzione Francese”, quest’ultima ravvisata come “deprecabile momento”.

Altro bersaglio polemico è la famiglia “vittorianamente” intesa: Algernon: “Nella vita coniugale due è il deserto e tre il numero perfetto.”
Jack: “Questa, mio caro, è la tesi che il corrotto teatro francese ha propugnato per gli ultimi cinquant’anni.”
Algernon: “Si; e che la bella famiglia inglese ha dimostrato vera in molto meno tempo”.
E se i dialoghi tra Jack e Algernon sembrano tendere al paradossale, è perché entrambi sono proiezioni dell’autore che ama far conversazione tra sé e sé e al contempo rispondere alle critiche di quanti vedevano in lui un elemento sovversivo e trasgressivo nonostante il suo successo letterario. Proprio nella prospettiva letteraria e all’interno del dibattito culturale si inscrivono poi certe riflessioni “scomode” che prendono di mira il sistema d’istruzione inglese: “L’ignoranza è come un delicato frutto esotico: come lo si tocca il suo fascino è perduto. Le teorie educative del giorno d’oggi sono fondamentalmente assurde. In Inghilterra comunque, grazie a Dio, l’educazione non produce il minimo effetto. Non fosse così ne deriverebbero gravi inconvenienti per le classi superiori”. Una volta di più il nesso tra potere e ignoranza delle classi subalterne, lo stesso che sarà poi messo in evidenza da Orwell nel noto slogan di “1984”, viene posto in rilievo con cinismo e lucidità. Ma, come per un climax ascendente, più lapidario nella sua causticità è il giudizio del protagonista verso l’altro amico gentleman: “La critica letteraria non è il tuo forte amico mio. Non provartici! Lasciala fare alla gente che non ha frequentato l’università. La fanno così bene loro sui quotidiani!”
Rimanderei infine alla prefazione dello stesso autore al romanzo “Il ritratto di Dorian Gray” per un approfondimento all’affermazione di Algernon, alter ego e portavoce di Wilde, che dichiara: “E’ assurdo definire con regole precise quel che si deve leggere o no. Più della metà della cultura moderna si fonda su ciò che non si dovrebbe leggere.”
In definitiva la pièce ha ben poco della commedia frivola e molto della problematicità di una querelle incentrata sull’ambiguità della disobbedienza, (valore o disvalore?), nell’arte come nella vita…

LA STRAGE DEI FIORI



LA STRAGE DEI FIORI
poesie persiane
di Forugh Farrokhzad
Le Ellissi- Orientexpress
traduzione italiana di
Domenico Ingenito





Una clochard l’altra sera mi ripeteva: “Io non posso amare”. Avrei allora voluto leggerle in quell’istante dei versi di Forugh Farrokhzad:




“Pettinerò di nuovo i miei capelli nel vento?
Pianterò di nuovo le viole in giardino?
E lascerò di nuovo i gerani
Nel cielo dietro la finestra?
Danzerò di nuovo sui bicchieri?
I Rintocchi della porta mi condurranno
Di nuovo all’attesa di una voce?”


In questa raccolta di poesie della giovane poetessa iraniana curata dal giovane Domenico Ingenito, sentiamo scorrere la tradizione ma anche il presente di una terra sacra. L’Iran, dopo aver ricoperto di scandalo questa donna morta giovanissima nel 1967, l’ha poi santificata fino a fare della sua scrittura quasi un oggetto alla moda, abuso pubblico della sua intimità violentata da risvolti di revisionismo. Oggi leggiamo sui blog e vediamo nei film sull’Iran una netta contrapposizione tra spazio pubblico e spazio privato, vietati i comportamenti che non rispondono ai precetti della shari’a, sono praticati entro mura sorde e cieche, dove si fissano veri appuntamenti con dio. La stessa contraddizione faceva da fondale all’esistenza triste ma gloriosa di Forugh. I giovani de “I gatti persiani” film di Bahman Ghobadi sono costretti a suonare clandestinamente e allo stesso modo, di nascosto, si consuma l’amore che lei canta: il buio è la dimensione eletta per l’unione di quei corpi che nell’estetica della lirica persiana diventano fiori e giacciono in un giardino, radicati alla terra. E dalla terra fioriscono le sue passioni:

“Non ho mai desiderato, io
diventare un astro nel miraggio del cielo
o come spirito dei prescelti diventare
compagna silenziosa degli angeli
mai stata io, separata dal terreno
e mai amica delle stelle,
io m’innalzo sulla terra”


È la terra che nutre il rito notturno della celebrazione del peccato che cede alla stanchezza solo alla fine, solo quando “ per le strade fredde della notte /si separano gli innamorati lentamente”. La sua scrittura è poetica della notte, tempo dell’incanto e della perdizione, mentre in Occidente qualche anno più tardi, un’altra donna lo canterà, “because the night belongs to lovers”. Gli amanti ribelli vivono di notte nella luce della loro innocenza, senza vergogna o timore perché non c’è colpa, solo condanna. Rivive nei suoi versi il romanzo di Nezami di Ganja del 1188, Leila e Majnun, dove Leila (lett.la notte) e Majnun (lett.il pazzo)si contorcono nell'essenza di unione irrealizzabile, un folle amore tra un uomo e una donna che nella tradizione letteraria persiana non si consuma e in Forugh invece divora tutto lo spazio che si interpone tra i corpi.

“Buongiorno notte innocente!
Buongiorno, notte che trasformi gli occhi dei lupi della piana
In ossuti fossi di fede e di fiducia”


L’incontro amoroso, topos letterario per eccellenza nella poesia, si tinge di fiori rossi e si accende negli sguardi che l’amante disperde nello specchio quando è ora di curare la propria solitudine, morsa dal disincanto di un amore mortale, animato dalla fine di ogni nuovo incontro che già anela al prossimo. L’abbandono dell’amante partorisce una sofferenza che scava solchi d’umanità, porta acqua agli occhi e veste ogni gesto.
La misura dello scandalo che Forugh provocò sta anche nella tensione realistica della sua scrittura che non innalza mai la sua esperienza verso una dimensione evanescente ma sempre terrena:

“Sotto terra dorme colui che porterà salvezza
E la terra, la terra tutta che accoglie a sé,
è un segno di riposo”


e ancora

“ Forse verità erano quelle due giovani mani, quelle due giovani mani
Sotterrate dal peso della neve senza sosta”.


Il freddo , il buio , la terra, vortice di sensazioni e visioni riscaldate da sorsi di vino che scivola su corpi disfatti e defluisce come linfa per rendere la vita.
Qualcuno ha classificato Forugh tra le protagoniste di un femminismo ante litteram e la critica viene soprattutto oggi influenzata dai gender studies ma lei stessa disse di sé: “se la mia poesia può essere considerata femminile, è naturale, sono una donna. E se comunque la mia poesia è giudicata secondo criteri artistici, non credo che il sesso sia un fattore determinante”.
I suoi versi sono come perle nere che cadono al fresco di una stalla nel film di Abbas Kiarostami, Il vento ci porterà via (1999), quando il protagonista li recita ad una giovane donna che munge nell’ombra una vacca rifiutando di mostrare il suo volto

"Oh! Corpo rigoglioso
Le tue mani, come doloroso ricordo,
poggiale tra le mie mani innamorate.
E le tue labbra, come una sensazione calda di vita,
lasciale carezzare le mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via"


Esplode l’oscurità anche di giorno pervasa da un pudore che cosparge il preludio di un’estasi placidamente immorale.
Ode a Forugh e al coraggio che l'ha resa poetessa.

venerdì 18 giugno 2010

La letteratura come "passion predominante"

La passion predominante
di Giulio Ferroni
Liguori, 2009

Il libro di Giulio Ferroni si dichiara al lettore, nei suoi caratteri essenziali, già dal titolo: La passione predominante è quella della e per la letteratura. L’idea centrale di questo piccolo volume è proporre una discussione “antropologica” sul ruolo della letteratura e l’approfondimento dei modi con cui essa entra nel mondo, si fa voce tra le altre nell’universo contemporaneo della costipazione multimediale di linguaggi e informazioni.
Il carattere particolare dello scritto deriva dal fatto che non si tratta di una mera esposizione critico-saggistica bensì di un discorso che prende avvio da un’esperienza personale. I primi tre capitoli del libro sono, infatti, dedicati al racconto del sorgere della passione letteraria. La rievocazione delle proprie letture giovanili ,scolastiche e non, consente al lettore un avvicinamento particolare a uno degli storici e critici più noti della nostra letteratura, autore di una poderosa Storia della letteratura in 4 volumi e di molti interventi illuminanti come quelli mirati a definire le teorie del “comico” nel Novecento.
Ne deriva il ritratto di un giovane appassionato che si apre senza riserve all’universo dei libri e ne fa l’oggetto privilegiato dei proprio desideri, convogliando i suoi piccoli risparmi verso l’ideale di costruzione di una propria biblioteca. Le letture dei classici, l’apprendimento della letteratura nel contesto di una scuola così diversa da quella del presente, i primi giochi da critico e la passione combinatoria sono tutti elementi che servono a tracciare un profilo prima di tutto umano e a rendere più “ordinaria” una voce così autorevole. Dalle letture per ragazzi sino alle lezioni universitarie di Walter Binni, l’autore non stanca mai il lettore nel rievocare ricordi, nel raccontare aneddoti che non sono tesi a soddisfare una mera curiosità biografica.
Il rapporto vitale che Ferroni instaura con l’universo dei libri e della scrittura lo conduce a cercare costantemente in essi un qualcosa di essenziale ed esistenziale. Un tentativo di legare le letture alle proprie esperienze al fine di conseguire una maturazione che non sia soltanto intellettuale.
Alla delineazione del percorso personale dei primi tre capitoli segue una – appassionata è il caso di dire - riflessione sull’attuale stato di pericolo in cui versa la letteratura. Partendo da Todorov e dalla sua Letteratura in pericolo (2007), Ferroni conduce una disquisizione sulla condizione della parola letteraria nell’impero della comunicazione tecnologica, dell’espansione infinita delle informazioni pubblicitarie e della lotta tra i linguaggi. Questi elementi minano pericolosamente lo status della letteratura e l’hanno già costretta ad occupare semplicemente un posto tra gli scaffali delle biblioteche. L’espansione quantitativa del materiale cartaceo, la cui produzione è resa sempre più rapida grazie all’azione di una molteplicità di soggetti operanti come in un’industria, ha reso praticamente impossibile prendere una pausa fermandosi a riflettere per valutare la qualità della letteratura.
“I libri si inseguono e si scacciano l’un l’altro negli scaffali delle librerie, destinati a un consumo rapidissimo, che dà evidenza solo ai best seller, generalmente programmati dagli stessi editori, e non lascia spazio a tutto ciò che sfugge ai modelli precostituiti”.
Si tende sempre più a identificare l’acquirente con il lettore senza comprendere che coloro che comprano i libri non sempre li attraversano intimamente.
Ma la proliferazione delle scritture e il rigoglio esclusivamente quantitativo di esse non bastano a cancellare il valore sostanziale che l’universo letterario, nonostante tutto, riveste nella difesa della memoria. Proprio essa tende sempre più a trasformarsi in accumulazione di archivi e data base, e si riduce al disegno complessivo di una gigantesca Biblioteca/Archivio universale in grado di contenere tutte le scritture prodotte: la Biblioteca di Babele di cui parlava Borges.
Davanti a questo rischio di perdita di memoria, o meglio di eccesso di memoria informatica, Ferroni rivendica l’importanza di riscoprire quel valore della penuria, quel senso di mancanza e desiderio che animava Erich Auerbach durante il suo esilio in Turchia e che spingeva lui, bambino, a desiderare di comprare con i pochi spiccioli conquistati i volumetti dei classici della BUR.
Il volume si conclude con un’argomentazione sullo stato postumo della letteratura. Quali sono le speranze da nutrire? Cosa ne sarà dei libri? Che peso daranno ad essi le future generazioni?
Il senso di un bruciante timore percorre tutto il testo. Non occorre trovare delle giustificazioni per la letteratura, affannarsi a dimostrare la sua bontà, la sua validità pedagogica, la sua utilità. Tutti questi tentativi, scrive Ferroni, contribuiscono a indebolirla poiché suggeriscono che essa abbia bisogno di argomentazioni che la legittimino. In realtà è la letteratura stessa a parlare e, benché in pericolo, prova a difendersi in un mondo che è altrettanto in pericolo.
Il suo senso più intimo sta nella capacità di fungere da ponte tra passato e presente, nella sua facoltà di costituirsi come memoria universale e superare l’insensatezza dei modelli di sviluppo autodistruttivi che porteranno l’umanità alla rovina.
La proposta finale di Ferroni è quella di un’ecologia della letteratura come proposta di alternativi schemi di crescita. O ancora la proposta di una religione della letteratura:
“Una religione senza sacerdoti, senza poteri, senza dogmi, aperta alle possibilità più diverse, disposta ad assumere dentro di sé gli dei e i santi più eterogenei, ma anche a scacciare gli indegni fuori dai territori del sacro. Religione laica e atea, ironica e ambivalente, universale e relativizzante. Per me è la sola religione che garantisca una pur fragile, terrena, incompiuta salvezza, la sola possibile nella finitudine dell’umano”.


Da queste parole conclusive emerge tutto il senso della passione predominante per la letteratura a cui, ci si augura, gli uomini non riusciranno mai a sottrarre funzione di coscienza e responsabilità per il futuro.

Claudia Consoli

giovedì 17 giugno 2010

"Il Salotto": intervista a Valeria Cereda

Quest'oggi "Il Salotto" incontra la giovane poetessa pavese Valeria Cereda (clicca qui per leggere la nostra recensione).

Grazie Valeria, per aver accettato il nostro invito a parlare un po’ di te e della tua produzione poetica. Inizierei proprio da qualche domanda generica sulla tua concezione di poesia.
Buongiorno a tutti voi. Innanzi tutto credo che tutti noi, abbiamo una concezione del tutto soggettiva della nostra vita, e del percorso che vorremmo intraprendere. Definire la mia concezione di poesia, è come scegliere un percorso tortuoso zeppo di sfide.
Considero la poesia una vera e propria vocazione, un tripudio dei sensi che vengono gettati sulla carta, molto spesso senza correzioni aggiuntive.La poesia per me è spontaneità assoluta, la poesia per me è un mezzo per comunicare con il mondo.O forse è un mezzo per comunicare solo con me stessa.


Quando hai scoperto di avere questa passione? C’è stata una causa scatenante?
Ho iniziato a scrivere poesie sin da bambina, in gran segreto, come se fosse qualcosa di assolutamente personale che nessuno oltre a mio fratello, doveva leggere. Stringevo tra le dita quel quaderno a quadretti come se li dentro ci fosse tutta la mia breve vita, sono sensazioni che non si possono descrivere. Quando scrivi una poesia, è come se ti confessassi. Credo inoltre che la causa scatenante sia stata la mia assoluta incapacità di relazionarmi con le persone, non certo per timidezza, ma una vera e propria esigenza di "scontrarmi" con il mondo cui mi ero appena affacciata.


E ora veniamo all’opera Il pesce abissale: un titolo che, come abbiamo detto, rimanda a una quotidianità ma soprattutto a un ripiegamento in sé stessi, a una profondità. È possibile intravvedervi anche una sorta di timida riservatezza?
Come ho precedentemente accennato, la mia poesia nasce con il riserbo tra le righe, poi con il tempo, ho voluto trasformarla in un mezzo di comunicazione, un filo conduttore tra me e il mondo.


Le liriche presenti nel testo coprono un vasto periodo di composizione?
Magari riderete, qualcuno non ci crederà, altri resteranno totalmente indifferenti, ma il "Pesce Abissale" è nato in un paio di giorni, frettoloso ed immediato, come volevo che fosse, fatta eccezione per la poesia "Deserto" creata all'età di tredici anni, una poesia-simbolo per me, poichè li dentro v'è tutta l'incertezza che m'invase quando si aprì il baratro della vita ai miei occhi.


Alcuni testi sembrano generati da un’occasione scatenante, altri possono appartenere a riflessioni estemporanee, anche talvolta acroniche. Quanto conta per te l’occasione? Sei una poetessa da block notes nella borsa o da scrittura notturna, a porte chiuse?
Per me l'occasione è quasi inesitente.Non ho bisogno di luoghi, situazioni o periodi per elaborare un'opera. Ogni attimo dell amia esistenza è buono per afferrare un foglietto striminzito e buttare giù qualcosa. Quando si scrive una poesia, si hanno delle sensazioni incredibili, almeno per me è cosi, un piccolo viaggio nella propria mente, una sorta di trance che ti esclude, trasformandoti in giudice e giuria. E come citato nella quarta di copertina del mio libro, spesso perdo i foglietti, altri si trovano in ogni angolo della mia casa, e vi assicuro che ritrovarli è un'impresa assai ardua.


Quale, tra i tanti temi trattati nella tua opera, credi sia dominante? Perché?
Credo che nel mio libro il tema principale sia l'io assoluto ed indefinito, come autrice mi rispecchia, ma il mio intento è quello di far trovare al lettore, la consapevolezza della sua individualità. Non sempre le poesie si riferiscono ai sentimenti dello scrittore, bensì vuole che sia chi le legge che s'immedesimi a tal punto da ritrovarsi in quelle parole,come l'egoismo, l'amore, la solitudine, sentimenti forti, sentimenti con cui ogni singola persona si è indubbiamente scontrato.


Quale testo trovi che rappresenti al meglio la Valeria di oggi?
Assolutamente nessuna. Lo so, sarà incredibile, ma io mi definisco una "vaga definizione di ciò che non si è", perciò non c'è Valeria di Oggi, e non c'è Valeria di ieri. Non c'è opera che possa rappresentare l'autore nella sua piena sostanza, semmai ci si può solo avvicinare ad un pensiero, e se debbo avvicinarmi al pensiero di "Valeria" direi certamente "Opera", con i suoi simboli e i suoi enigmi,con il suo sguardo rivolto verso una perfezione che non esiste, e la consapevolezza di essere felicemente imperfetta.


E ora una domanda di rito che poniamo spesso ai nostri giovani poeti: quale credi possa essere il futuro della poesia in questo millennio?
Un futuro desolatamente triste, purtroppo, perchè le porte sono chiuse davanti a noi, le persone al giorno d'oggi, non comprendono più i sentimenti autentici, sono troppo impegnate a comprarsi l'ultimo lcd da 50 pollici per apprezzare, per soffermarsi, per guardare, oltre ciò che cercano costantemente d'inculcarci. State parlando con una persona che definisce il bello qualcosa di relativo, che ha ancora la televisione con il tubo catodico, e la Polo del 1998. Quindi per concludere, si è interessati ad altro, a qualcosa che definisce la richezza l'unica forma per misurarsi con il mondo, come si può aprrezzare la poesia in questa maniera? Mi è di sostegno, sapere che come me, ci sono altri folli, che scrivono senza curararsi troppo, ed è grazie a loro, che la poesia vive ancora, quindi mi permetto di alzare la mano,io ci sono. Continuiamo a scrivere!


Per quanto ti riguarda, stai preparando una nuova raccolta di versi?
Ovviamente, ma preferisco evitare i dettagli, cosi per il gusto di lasciarvi nel dubbio.


L’esperienza editoriale è stata complessa? Consiglieresti ai nostri lettori di provare a realizzare il sogno di pubblicare?
Proprio come dici tu, un sogno. Da bambina pensavo: "Se mai scrivessi un libro...". Chissà se mai lo farò. Un sogno, un'ambizione, chiamatela come vi pare, ma è la realizzazione delle proprie aspirazioni che rendono un uomo pienamente felice, dal canto mio è stata un'esperienza intensa, e oggi dico di essere soddisfatta del mio lavoro, e di aver raggiunto un primo traguardo, ma agli inizi, com'è normale, l'ho vissuta con drammaticità. Pensa che ci ho messo ben più di un anno per rispondere alla Proposta editoriale, poiché ero costernata dai dubbi, mi era cresciuta dentro, una sorta d'incapacità insensata, temevo di deludere, e di deludermi. Poi quando ho finalmente trovato il contratto (...l'avevo messo nel cassetto dei calzini), ho preso coraggio, ho chiuso gli occhi e ho detto, facciamolo. E cosi è stato. Ho trovato persone molto professionali, che mi hanno aiutato in questo percorso, che è riuscito senza intoppi, quindi, invito chiunque, a buttarsi in questi progetti che danno tante soddisfazioni cosi come tante delusioni, ma fa sempre parte di questo gioco che è la vita.


Ti ringraziamo per la gentilezza e ti auguriamo tanta fortuna!
GMG

mercoledì 16 giugno 2010

Invito alla lettura: Il bell'Antonio

Il bell’Antonio
di Vitaliano Brancati
Milano, Oscar Mondadori, 2001 [1^ edizione: 1949]
con una nota di Leonardo Sciascia

pp. 269
€ 8,40


Capita spesso che le scelte politiche di un autore condizionino il suo futuro successo o che, al contrario, lo inabissino. Questo è accaduto a Vitaliano Brancati, mai perdonato per la sua (solo) iniziale militanza fascista, e a lungo affossato dalla critica più schierata, che ha offuscato la portata innovativa, talvolta eversiva, dei suoi romanzi. Oggetto di censura per i contenuti erotici disinibiti, le opere di Brancati sono state spesso interpretate riduttivamente, senza riflettere sulla disincantata visione del mondo dello scrittore siciliano.

Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale
nella riduzione cinematografica di Bolognini (1960)

A una prima lettura, infatti, si potrebbe pensare che il Bell’Antonio sia un romanzo incentrato sul protagonista e sulla sua sconvolgente impotenza sessuale. In realtà, il fatto è filtrato e ingigantito dagli occhi della Catania fascista degli anni ’30, omologata e ferocemente dominata dal potere del sesso. Così, Antonio, dapprima considerato un grande amante, ammirato da tutte le donne e invidiato dagli uomini, perde agli occhi della gente la sua dignità sociale, e l’intera famiglia subisce scherni e cattiverie. La stessa moglie di Antonio, Barbara Puglisi, sposatasi quando ancora ignorava le regole dell’erotismo, rifiuta la situazione e ripudia il marito, chiedendo l’annullamento. Annullamento che è una vera e propria ammissione pubblica di inettitudine, dal momento che il potere degli uomini veniva valutato sulla scorta della loro prestanza sessuale. Una potente vena satirica si spande su tutti i dialoghi dei paesani, ora caratterizzati da stralci di siciliano (tradotti a piè di pagina) ora riportati senza formule di passaggio, in botta-e-risposta spietati che colpiscono e feriscono a morte (si legga in particolare il capitolo X, che riassume i fatti attraverso il racconto colorito e crudele dei concittadini). Dunque, siamo di fronte a una società pettegola e primitiva, maligna e totalmente incurante della sensibilità altrui: ad Antonio non resta che chiudersi in una depressione acuta, dalla quale è difficile rialzarsi, perché non ci sono aiuti reali.

La famiglia, infatti, è tutt’altro che un sostegno: la madre, Rosaria, si ritira in un contrito dolore, colmo di angoscia e di sensi di colpa per aver domandato al Signore, anni prima, che Antonio non attirasse tanti sguardi femminili; il padre, Alfio, incredulo e aggressivo, considera un’onta la disgrazia del figlio, e non vuole accettare la verità. Violente liti, imprecazioni e blasfemie caratterizzano la difesa strenua (e ignorante, spesso quasi caricaturale) di Alfio, che arriva a disconoscere Antonio e a rifiutarne lo stato, battendosi contro i compaesani e insultando persino i religiosi che cercavano di farlo ragionare. Personaggio diametralmente opposto ad Alfio e unico supporto ad Antonio, lo zio Ermenegildo dimostra una comprensione senza limite, per quanto fatichi a comprendere la gravità della situazione. Più defilata e impenetrabile è la figura di Barbara: dapprima innamoratissima e timidamente attratta dal marito, in un secondo tempo esempio di freddezza e di determinazione, non esita a risposarsi con un barone locale.

Dunque, un’impietosa satira sociale accompagna e pungola continuamente il protagonista, affondando senza remore gli spilli nella sua carne indebolita dal disonore, fino a dissanguare ogni minima speranza di rifarsi una vita. Siamo di fronte a un romanzo di disperazione, quindi, e disperazione per una problematica che nel ’49 era ancora definita tabù. Non sorprende quindi che Il bell’Antonio sia stato considerato a lungo una lettura peccaminosa e disdicevole, come per ogni libro che sa abbassare dagli occhi il velo del più gretto conformismo, e che resta drammaticamente attuale anche a distanza di oltre sessant'anni.

Gloria M. Ghioni



martedì 15 giugno 2010

LA SEPARAZIONE DEL MASCHIO. Francesco Piccolo.

La separazione del maschio
di Francesco Piccolo
Einaudi, Torino 2008

€ 17,50
pp. 198


La Separazione del Maschio o meglio lama di rasoio per una nuova consapevolezza o esempio di probabilità che diviene sempre di più certezza.
Un libro che costringe, obbliga ad una coscienza della realtà: cosa significa per un uomo sapere di essere e vivere sino in fondo, anche dolorosamente, il suo stato di maschio.

E’ rassicurante somigliare a qualcuno che alla fine fa tutto nel modo giusto”, dice l’io testosteronico narrante. Sì, rassicurante ma impossibile per un maschio: un maschio che vive la poligamia come una necessità, che sente di dover frammentare la vita per sentirsi parte di essa, che sopporta i turbamenti dell’amore avendo più donne, donne che sceglie con cura e di fronte alle quali si scopre incapace di abbandonare, impreparato ed inadatto a “lasciar andare”.
La soluzione di un uomo di fronte alla domanda “come si sopporta la vita?” è e rimarrà “affidandola a più mani”, perché vivere sulla bilancia è un modo di vivere.

La poligamia serve a soffrire bene e il lettore di fronte a questo eccesso di verità resta spiazzato, inerme, come il protagonista.
Ma è dal protagonista del racconto che ogni lettore riesce a dare un senso unico alla frammentarietà.
Siamo di fronte ad un libro verità, un libro che ti tocca dentro, perché parla alla sensibilità di ognuno di noi, e insegna a rinunciare alla radicale negazione delle ragioni dell’altro, maschio in questo caso.
Quando un libro insegna ad ammettere le debolezze, sarà sempre in grado di ricordare al lettore qual è il modo da usare per concedere a sé stessi un futuro, l’autore, Francesco Piccolo, è riuscito in questo intento!

Emma Gabriele

lunedì 14 giugno 2010

Donna alla finestra di Catherine Dunne




Donna alla finestra
di Catherine Dunne
Guanda, 2010

pp. 300
€ 16.50

Un appartamento lussuoso, circondato da un giardino in stile orientale. Una famiglia alto-borghese, composta da padre, madre e due figli. Questo è il tranquillo universo di Lynda Graham, una donna intelligente e affascinante che apparentemente ha tutto: il benessere economico, un marito devoto e innamorato, due figli belli e sani. Ben presto, però, alcune nuvole offuscano la serenità di questo cielo terso. Piccoli imprevisti, danni apparentemente minimi, sabotaggi a prima vista imputabili a vandali di strada turbano la quiete familiare. Sono tutti segnali, tessere di un puzzle che man mano si uniscono, indizi che sembrano mostrare il volto inquietante di Danny, il fratello del marito di Lynda, un disadattato che distrugge tutti quelli che gli vogliono bene. Il passato, un passato doloroso, torna a riemergere e Lynda fatica a controllare i suoi timori. Danny è realmente tornato a minacciare lei e suo marito Robert? Oppure è tutto frutto della sua immaginazione? Un incontro fortuito con Jon, un amico del figlio adolescente, riporta un po’ di serenità in famiglia. Jon è gentile, educato, e sembra esercitare un influsso positivo su Ciaràn, il figlio più piccolo di Lynda, un ragazzo ribelle e introverso. Il nuovo arrivato riesce a farsi benvolere al punto da diventare ospite fisso in casa. Tuttavia, là fuori, nel vialetto davanti al giardino ben curato, qualcuno sosta davanti all’abitazione dei Graham, ed ogni mattina, prima del sorgere del sole, è pronto ad eseguire degli ordini che rappresentano una minaccia sempre maggiore. Il passato può ritornare, e può farlo in molti modi diversi, ripresentandosi con un altro volto. Fidarsi di qualcuno si rivela spesso un passo falso…

Catherine Dunne, con abilità e maestria, riesce a tracciare il profilo di una personalità malata e a illustrarne le dolorose vicende passate, descrivendo nel contempo lo svolgersi di una vita familiare che pian piano è sempre più intaccata nella sua serenità. Il ritmo narrativo, inizialmente lento, diviene alquanto sostenuto man mano che gli eventi si susseguono, interrotti di tanto in tanto da un illuminante flashback. L’intricata matassa si dipana poco per volta, rivelando particolari a prima vista insignificanti che si mostrano decisivi nel rivelare la verità, in un crescendo di tensione, fino alla scoperta finale. La figura di Lynda, la protagonista del romanzo, è quella di una donna pronta a lottare fino all’ultimo per proteggere i suoi cari, il suo mondo, la sua vita. Nel fare ciò dovrà affrontare molte problematiche relative al suo matrimonio e al rapporto con i figli, guardando in faccia una realtà diversa da quella che era abituata a vedere. Malesseri e incomprensioni che covavano sotto terra riescono finalmente ad emergere.

Donna alla finestra è un giallo particolarmente riuscito, anche perché affronta delle dinamiche che appartengono ad un universo familiare. La famiglia, che a prima vista può rappresentare il simbolo della sicurezza, rivela il suo lato più oscuro e segreto, i suoi pesanti scheletri nell’armadio. Il pericolo, anche se ha l’aspetto di uno sconosciuto, molto spesso non viene da fuori, ma si annida all’interno di una realtà ben nota che svela inesorabilmente i suoi inquietanti segreti.


Irene Pazzaglia

sabato 12 giugno 2010

Intervista a Marco Abundo

Caldo a Roma. Afa. Un tempo indeciso. La Facoltà di Lettere di Tor Vergata è pista su cui scorrono veloci nuvoloni e raggi di sole. Sabato 12 giugno, ore 10:30. Intervista a Marco Abundo, autore di "Reset" (clicca qui per leggere la nostra recensione).

Caro Marco, innanzi tutto grazie per aver accettato di scambiare quattro chiacchiere con "CriticaLetteraria".
Grazie a voi! Per me è la prima volta e mi fa molto piacere!

Una domanda a bruciapelo: chi è Marco scrittore?
Artigiano. Marco è un artigiano della scrittura. Cerco di trovare forme di espressione semplici e basilari. La scrittura è una passione fra tante. Come per chi pratica "bricolage", il tempo della scrittura è tempo dedicato a me stesso.

Ingegnere Letterato. Nei pregiudizi tra la gente, questo pare un ossimoro. Tu che ne pensi?
Provengo da una famiglia in cui la Matematica è una delle colonne portanti. La Matematica in tutte le sue forme, vissuta normalmente come componente di quasi ogni mio familiare. Sono cresciuto con i numeri. Eppure c'era spaizo anche per tanta creatività. Arte e matematica non sono una contraddizione.
La matematica, i calcoli, alcune regole, sono fondamentali nell'Arte. Il calcolo delle proporzioni, i tempi. Anche questo è creatività. C'è sempre il concetto di creazione alla base.

Quand'è nata la passione per la scrittura?
Avevo quattordici o quindici anni. E' nata come esigenza. Non è stata una riflessione studiata a portarmi alla scrittura. E' stato un processo naturale, un'esigenza, l'istinto. Una delle persone più influenti nella mia vita è mia nonna. Grazie a lei il germoglio dello scrivere è nato e cresciuto. Lei mi ha sostenuto durante i concorsi e da lei ho la possibilità di scrivere.

Ogni scrittore ha le sue abitudini e i suoi luoghi. Quali sono le tue? Riesci a scrivere in mezzo alla gente oppure hai bisogno di isolarti? Usi schemi oppure scrivi sull'onda della creatività?
I ritmi frenetici dell'università e della vita non mi lasciano molto spazio per lo scrivere. La mia "stanza tutta per me" è una mansarda a Pescara. Il contatto con la Natura, la Terra, la pace, il fiume mi rigenera. Lì ho il mio computer e posso dedicarmi allo scrivere ininterrottamente. Questo per quanto riguarda i romanzi. Per la poesia scrivo ovunque: quando mi viene un pensiero, un'idea, l'ispirazione, scrivo anche su qualsiasi foglietto di carta. Ma per i romanzi è diverso. Quando scrivo romanzi non riesco nemmeno a leggere altri libri. Per non essere "staccato" e "portato a imitare" quanto letto in quel momento.

Rispetto agli influssi letterari, invece, che cosa ci dici?
Amo molto la letteratura. Cerco di imparare leggendo. In realtà il mio rapporto con i libri è diversificato: da una parte assorbo e mi lascio invadere dal libro, dall'altra prendo in prestito degli elementi e mi esercito ad inserirli nei miei scritti quasi fossero citazioni. Scrivendo "Reset" mi sono ispirato in particolare a "Soffocare" di Chuck Palahniuck e ai testi di Banana Yoshimoto. Amo molto il Giappone e le sue arti. In particolare per la trattazione del tema legato al padre trans mi sono rivolto alla tradizione giapponese del tema: senza giudizi, più leggero, oserei dire "normale". Conosco Dan Brown a livello base, non ho letto nulla di lui, ma mi ha incuriosito il fenomeno. Ho sfruttato alcuni suoi temi per portare Adele nel profondo dell'assurdo, preparando il terreno alla svolta.

"Reset", la svolta, il cambiamento. La storia si ferma nel momento precedente l'azione. Come mai questa scelta?
Volevo focalizzarmi sul percorso interiore che porta una persona a comprendere di essere malato, di aver bisogno d'aiuto e di non avere molte speranze davanti a sè. Il finale libero nasce come consapevolezza di non avere risposte univoche da dare, nemmeno una strada specifica da indicare. Esperienze di vita e l'osservazione e l'ascolto di quelle degli altri mi hanno portato a pensare che l'importante è capire, arrivare ad essere consapevoli di aver toccato il fondo. Come dicono i medici: "Per guarire innanzi tutto devi sentire che sei ammalato".

In "Reset" tratti temi molto forti: la dipendenza da droga, l'incomunicabilità nella coppia, le esperienze sessuali al limite, la malattia mentale, una figura genitoriale transgender. Come sono nati? Hai mai temuto il giudizio della tua famiglia mentre scrivevi scene molto forti legate al sesso o nell'uso di un vocabolario particolarmente crudo, talvolta?
"Reset" è nato in modalità confuse, poi ha preso vita con coerenza. Mi venivano in mente scene e le scrivevo. In un secondo momento ho riorganizzato il lavoro. Mi sono ispirato al mio mondo, alle persone che incontravo sulla mia strada. Si, talvolta mi sono sentito dubbioso rispetto le licenze che mi concedevo scrivendo, ma poi ho semplicemente seguito l'istinto, il mio gusto e la voglia di non limitare la mia espressione. La mia famiglia ha capito che dietro ogni mio libro c'è un percorso di crescita e che se sono giunto a trattare di determinati temi c'è sicuramente un motivo. Se l'avessero rifiutato, se fossero venuti a dirmi: "Non devi scrivere questo!" sarebbe stato durissimo. Sarebbe stato come se avessero rifiutato me, ciò che sono. "Reset" non è un romanzo autobiografico, è una riflessione sulla vita. Esprime l'esigenza di rinnovamento. Un processo di rinascita.

Che rapporto hai con le critiche ai tuoi scritti?
Accetto le critiche perchè desidero imparare. Fatico a leggere i miei precedenti scritti perchè li sento sempre mancanti. Sono molto severo con me stesso. Eppure so che tutto ciò che ho creato, dalla prosa alla poesia, racconta un percorso di crescita. Le critiche costruttive sono per me momento e opportunità di miglioramento.

Grazie Marco! E' stato un piacere parlare insieme! Un ultima domanda prima di lasciarti andare: programmi letterari futuri?
(Marco ridacchia) La tesi!!