lunedì 28 gennaio 2008

Elogio del Comunitarismo



Costanzo Preve è ultimamente uno dei pensatori più discussi ma meno letti della sinistra italiana."Convertito", "neofascista", "nazionalcomunista", gli epiteti contro uno dei più grandi pensatori italiani(conosciuto più in Francia che nel nostro Bel Paese in realtà) del marxismo si sono sprecati.Basta citare:"Storia critica del marxismo", Marx inattuale.Eredità e prospettiva" solo per citare i più noti.Ritengo utile dunque iniziare a discutere su ciò che egli scrive e pensa e non ciò che "si dice" pensi.Questo testo è la base iniziale e fondamentale per iniziare questo dibattito.Tocca subito a precisare che questo testo non è "un passaggio dal marxismo al comunitarismo",comunemente inteso come un pensiero di destra, ma piuttosto come un approfondimento del marxismo stesso. Preve,inoltre, rifiuta categoricamente le stesse categorie di destra e di sinistra ritenendole inattuali e come espressioni di "una guerra ideologica simulata che spegne il pensiero e lo rinchiude in gabbie preconfezionate".Preve sembra invece indicare una via,una strada, per riuscire a creare un dialogo tra le comunità e civiltà del mondo che sia da preludio ad un processo di universalizzazione umana. A percorrerla non può però essere l’individuo astratto e atomizzato, ma colui che si pone all’interno della propria comunità, lo zoon politikòn aristotelico che fino a Marx costituisce la base antropologica – e problematica – del pensiero occidentale. La proposta politica del Comunitarismo e della Comunità - da distinguerlo nettamente da un comunitarismo razzista,escludente, da sangue e suolo - diviene dunque un tentativo di contrapposizione alla tendenza storica in atto, che è quella di un tempo di guerre, conseguente al crollo del comunismo storico novecentesco ed alla necessità di ricostruire un Nuovo Ordine Mondiale fondato sul modello del capitalismo liberale e sulla feticizzazione della merce. Comunità,insomma,come un ehtos condiviso che permetta di produrre un’etica sociale che prevalga sui movimenti ciechi dell’economia. Un'etica che è chiaramente il frutto della ragione e deve sempre garantire la libertà dell’individuo all’interno della comunità, nonché l’eguaglianza. Anche in questo,dunque, Preve resta sempre allievo di Marx. Il capitalismo,al contrario, "non potrà mai essere comunitario", in quanto il movimento autonomo dell’economia è incompatibile per principio con l’autodeterminazione democratica che l’umanità fa di se stessa. Non a caso Marx ha giustamente – per Preve – criticato il suo maestro Hegel, che aveva ricostruito il rapporto tra individuo e comunità sulla base di un’etica comunitaria dei costumi sociali condivisa, in cui le classi sociali rimangono tali, non avvedendosi quindi dell’incompatibilità tra universalismo ideale e classismo, in quanto la sola comunità umana ideale è una comunità senza classi. Vi è da dire che Preve non fa sconti al suo maestro, sottolineandone gli errori di metodo, ed ancor meno al marxismo, colpevole di aver spesso male interpretato – e non sempre in buona fede - il filosofo tedesco e di non averne corretto le aporie.

"Il Comunitarismo, lo ripeto, non è un’ideologia, ma, come dimostra Preve, una corrente di pensiero viva e vitale, frutto di elaborazioni e sovrapposizioni storiche che oggi ne determinano l’attualità e la necessità, non in nome di presunti determinismi storici, ma per la sua naturale tendenza a rappresentare un’esigenza umana e collettiva di liberazione dall’alienazione della merce e del profitto"(dalla Prefazione)

Libera nos a ...


"Libera nos a malo"
di Luigi Meneghello
Milano, Rizzoli BUR, 2004
con un saggio introduttivo di Cesare Segre

Pag. 308
€ 7.00


Uno dei capolavori del secondo Novecento, uscito nel 1963, ricco di libri di successo critico e di pubblico (si pensi alla Cognizione del dolore di Gadda, ad esempio). Mentre ancora imperversava il neorealismo, e molti autori intraprendevano diverse sperimentazioni contenutistiche o di stile, ecco che Meneghello libera la sua mente e lascia che ripercorra le vie del suo paese d'origine, Malo, nel vicentino. Ritrova così la sua infanzia e l'adolescenza, tratteggiando personaggi minori ed episodi costellati ora di ironia (lo stesso titolo rimanda sia al paese d'origine, sia a un pezzo della preghiera Padre nostro), ora di riflessione; infatti, non solo di narrativa si parla, ma Libera nos a malo ha meritato anche la qualifica di romanzo-trattato.

Lo stile, poi, è un vero gioiello. Preciso subito che la narrazione è prevalentemente in lingua italiana, colta, non priva di latinismi o di vocaboli stranieri, ricca di citazioni e allusioni ad autori italiani o stranieri. Tuttavia, un tratto distintivo è l'uso del dialetto di Malo, ora in citazioni dirette per i dialoghi, ora in calchi della costruzione linguistica. Non temete, in ogni caso, di non comprendere il testo: alla fine, l'autore ha costruito un utile e giocoso glossarietto per i termini di maggior uso. E' interessantissima, a tal proposito, la nota di Meneghello, alla fine dell'opera: viene giustificata la scelta del dialetto non in nome di chissà quale vezzo letterario, ma solo perchè è la prima lingua che Luigi ha parlato, nonché l'unica autentica per veicolare determinate verità.

L'intero romanzo-trattato conserva una freschezza e una capacità narrativa non comuni, e proprio questo garantisce all'opera di passare indenne tra gli sperimentalismi eccessivi e la bagarre di libri di tanta pubblicità e valore poco.


Anathea

domenica 27 gennaio 2008

Un codice da "ridecodificare"...


Il codice di Newton
di Rebecca Stott
Tit.orig.: "Ghostwalk"
traduzione italiana: Maria Clara Pasetti
Edizioni: Piemme
Anno: 2007 - Pag.: 349 - Eur.: 17,90



Siamo a Cambridge, nel XXI° secolo.
Una studiosa, Elisabeth Vogelsang, viene ritrovata riversa sulle rive del fiume vicino alla propria abitazione in una giornata di fine settembre del 2002.
La sua fine è racchiusa nell'ultimo capitolo del libro che stava scrivendo e che mai ha terminato: L'alchimista.
Ad una sua cara amica, Lydia, viene chiesto dal figlio della vittima - nonchè suo amante - di completare come ghostwriter quel lavoro inconcluso.
Un libro che avvolge il XVII° secolo intorno alla figura del grande Isaac Newton e ad un suo misterioso codice che entra prepontentemente sul presente di Cambridge e di cui ne rimane vittima la stessa Elisabeth.
Cinque morti sospette in quella seconda metà del seicento legate alla cattedra lucasiana del Trinity College che Newton "fece sua".
E un Mr.F - Deus ex machina - che ancora viaggia tra i due secoli per porre fine ad un enigma...

Trama potenzialmente molto intrigante costruita su reale documentazione esistente sulla vita di Newton e sulla Cambridge del XVII° secolo.
Idea interessante quella di proporre il mistero e il fascino dell'alchimia associandola alla figura del grande scienziato inglese.
Pare troppo azzardato lo stile narrativo, però.
Si cerca di amalgamare la parte "storica" del thriller alla parte "privata" della protagonista non riuscendovi pienamente, anche per il continuo riproporre, durante la narrazione, considerazioni personali di tipo psicologico che Lydia esprime prima, durante e dopo i dialoghi.
Il codice, che da il titolo al libro, risulta invece poco analizzato nella sua valenza simbolica tra passato e presente.
Positive, anche se un po' prevedibili, soprattutto le ultime 80 pagine circa del libro, dove si dipana in maniera piu' fluida il racconto.
Interessante la sovrapposizione finale che l'autrice compie col misterioso passeggiero del taxi e la figura di Mr.F. che aleggia lungo le righe del thriller (dal quale prese lo spunto originario per l'opera - si veda a tal proposito il sito http://www.codicedinewton.it/, alla pagina sull'autrice).
In definitiva, non pienamente convincente alla prima lettura.
Forse, "ridecodificandola"...

venerdì 25 gennaio 2008

La Coscienza di Zeno

Vi sono libri che possono cambiare la vita e libri che invece possono modificare e rivoluzionare una Cultura Letteraria. La "Coscienza di Zeno" ha il raro pregio di possedere entrambe queste qualità. A dimostrazione di ciò fu paradossalmente il fatto che il capolavoro letterario del "Proust italiano" - pubblicato nel 1923 - mise d'accordo,per una volta, pubblico e critica nella "non comprensione" del romanzo,non diversamente dai precedenti("Una vita" e "Senilità").
Sarà infatti solo grazie a Joyce che lo fece conoscere a livello internazionale e,in seguito ad Eugenio Montale che in Italia ne intuì per primo le grandi abilità di narratore,che divenne il "classico" che oggi noi tutti conosciamo.Un romanzo che,in effetti, fu "rivoluzionario" nel vero senso del termine. Un "romanzo della crisi" che scompaginava le conventicole letterarie italiane facendo entrare per la prima volta dalla porta principale la Psicanalisi."La Coscienza di Zeno" narra infatti la storia di un inetto,Zeno Cosini, - "un uomo senza qualità" per citare Musil - che <<[...] è generato dalla sensazione fondamentale di uno scompenso tra l'orientamento che l'individuo dà alla propria vita, e la curva che poi la vita descrive: incarna questo difetto, questo errore di calcolo>>(Giacomo Debenedetti). Ma Zeno Cosini non è solo questo. E', sì, un inetto,un malato immaginario, totalmente assente della vita in cui sembra costretto a partecipare, ma è al tempo stesso un "inetto" che,nonostante ciò, "riesce ad avere successo". Il perfetto contraltare del suo antagonista, Guido,che invece sembra inizialmente avere tutto ciò che Cosini non può ottenere.
Interessante, e profondamente moderno, è poi la conclusione del romanzo:la visione di Zeno,cioè di Svevo,sulla Psicanalisi. Egli infatti dice che il disagio mette l' uomo in discussione con se stesso e con gli altri e non esiste nessuna medicina che possa guarire l'uomo che è malato in profondità; è l' uomo stesso il creatore di" mostri distruttivi . Neanche la psicanalisi, che non guarice l' uomo, ma gli è necessaria solo "per comprendere se stesso" . E non è questa forse la più grande speranza dell'uomo contemporaneo?

mercoledì 23 gennaio 2008

La cultura del diverso


Scusatemi se fino ad ora pubblico recensioni di libri pugliesi...Come avrete capito sono un po' di parte abitando in provincia di Bari, ma queste sono quelle che ho pronte da qualche mese e ne sto approfittando ;)


Leonardo Palmisano,
Arrivare per restare? La presenza straniera in Puglia, Palomar, pp. 150

Se avete mai passeggiato per Bari, magari proprio sotto l’Ateneo o su Corso Cavour difficilmente non vi sarete imbattuti nel ricco e variegato mosaico di pelli, lingue e fisionomie barese. Magari non ci avrete fatto troppo caso, passando distrattamente e non soffermandovi sulla carnagione scura dei venditori ambulanti o prestando poca attenzione all’accento strano di un passante che vi chiede informazioni. Peggio ancora potreste appartenere a quel nutrito gruppo di persone che si fa forte dell’equazione immigrato uguale delinquente e rinchiude lo straniero in un ruolo non suo, che recita di malavoglia arrivando al paradosso di essere ciò che si appare sotto gli occhi miopi della società.
In questo ambito si dipana l’agile volumetto di Leonardo Palmisano schivando la fredda e muta scientificità dei dati statistici (che spesso non hanno nemmeno motivo di essere citati, visto che si possono riferire solo ad immigrati regolarizzati e riconosciuti dallo Stato e non ai clandestini che sono in numero nettamente superiore) ancor prima di iniziare con l’eclettica introduzione di Enzo Persichella (la sua è un’apprezzabile e piacevole digressione sul tema, abbracciato in tutta la sua ampiezza) e successivamente con varie interviste ai protagonisti dell’immigrazione, mirate all’approfondimento e alla comprensione: il sogno italiano dei clandestini non è molto diverso dal sogno americano degli italiani di tanti anni fa’.
Ma andiamo per ordine. Come già annunciato il testo si apre con un saggio introduttivo di Enzo Persichella, pregevole nelle considerazioni e nelle tesi proposte, argomentate con la bravura di un consumato oratore. Prende poi la parola l’autore del libro ridimensionando la trattazione a scala regionale nel primo capitolo e a livello della città di Bari nel secondo. Un capitolo intero occupa il ruolo dell’istituzione scolastica all’interno della questione, molto più proficuo e attivo rispetto a una decina di anni fa’, come confermano delle sintetiche interviste. A partire dal quarto capitolo prende corpo l’esplorazione qualitativa operata da Palmisano e che è il nucleo costitutivo dell’intero volume: l’autore passa in rassegna i motivi dell’emigrazione e fermandosi sulla scelta italiana e barese di molti, le situazioni di lavoro regolari e non che hanno avuto origine in seguito all’emigrazione, le spesso difficili condizioni di vita in piccole abitazioni, e l’integrazione degli immigrati nella società ospite. Segue la storia, preceduta da innumerevoli altre più sintetiche e meno emblematiche, di Rachid Neqrouz, noto calciatore marocchino del Bari di qualche anno fa’, che sfruttando la propria stabilità economica regalava il sorriso a numerosi suoi compatrioti.
Un caso di organizzazione sociale unico è rappresentato dall’etnia cinese che col passare degli anni ha costruito una piccola China Town nel cuore di Bari tendendo a una netta chiusura rispetto al paese ospite e creando piccoli grumi non ben amalgamati con il resto della popolazione. I vantaggi di una tale organizzazione si riscontrano nella pressoché sicura occupazione di ogni cinese all’insegna di un devoto rispetto delle gerarchie, accostando però, nel mosaico etnico barese, troppi tasselli di colore simile. Girando pagina si esaminino gli immigrati “privilegiati” poiché lavorano anche da mediatori linguistici. -Peccato però che in una regione come la nostra non basti perché ti assegnano al massimo 20 ore da passare nelle scuole all’anno e sei costretto a vendere dvd per strada- testimonia un’intervista.
A questo punto l’autore trae le sue conclusioni facendosi promotore di una campagna di sensibilizzazione per la città di Bari affinché presti maggiore attenzione al problema dell’immigrazione e agisca con interventi sul fenomeno che prescindano dall’essere precari o parziali.
A corredo del testo segue l’appendice scissa tra i numeri e statistiche e le testimonianze integrali riguardanti la scuola che rendono meglio apprezzabile il lavoro dell’autore e che proiettano il lettore nel clima di pacifica globalità e di convivenza multietnica preannunciato dalla citazione iniziale di Salman Rushdie: “Nell’era delle migrazioni di massa e di Internet il pluralismo culturale è un dato di fatto irreversibile al pari della globalizzazione”.

lunedì 21 gennaio 2008

La società secondo Pontiggia


"Vite di uomini non illustri"
di Giuseppe Pontiggia
Milano, Mondadori, 1993


Un libro splendido. Di solito cerco di non far emergere niente di tanto smaccatamente soggettivo, ma in questo caso non posso evitarmelo. Pontiggia, con la sua ammaliante capacità narrativa e lo stile limpido mai banale, riesce a tratteggiare le vite immaginarie di altrettanti personaggi inventati, nati sul finire dell'Ottocento o ai primi del Novecento e vissuti attraverso le guerre.

Anche se l'autore fa il possibile per ritrarre spaccati di mondi diversi, molto spesso si occupa della classe medio-borghese, talvolta addirittura di qualche nobile, per evidenziare - senza mai giudicare - comportamenti ipocriti, in nome della buona facciata sociale.

Fulcro delle biografie, come del resto della vita umana, risulta essere il binomio lavoro-amore, costantemente indagato e senza falsi moralismi. Così i matrimoni si reggono spesso sull'abitudine o su reciproci tradimenti, e il lavoro molto spesso è motivo di afflizione o di esaltazione per i personaggi.

Il quadro che ne emerge non è rassicurante: la società che ritrae Pontiggia è opportunismo e gelosie, sentimenti autentici e impossibilità a realizzarli nel concreto, sincerità e finzione... E tanto altro ancora che non voglio anticipare, per non togliere la sorpresa. Un libro da leggere, ve lo consiglio vivamente.


Anathea

giovedì 17 gennaio 2008

Massima intelligenza in questo diario minimo


Diario minimo
di Umberto Eco
Milano, Bompiani, 2001

Giocoso e intelligente, forse troppo per comparire sugli scaffali dei supermercati: è quasi incredibile immaginare questo libro non tanto tra i bestsellers (titolo che comunque merita) ma tra i più letti. Perché? Perché non è affatto immediato e presuppone una cultura letteraria e di base tanto ampia da far impallidire il cittadino medio. Non voglio con questo scoraggiare la lettura che è, a mio parere, godibile, nonché meritevole, ma prevenire eventuali abbandoni a metà, o dopo le prime trenta pagine: si sappia che Diario minimo è una raccolta di saggi, più o meno semplici, a partire dagli anni sessanta, in cui Eco si cimenta con la sua ironia intellettuale a discutere di problemi etici, letterari, storici, esistenziali...

Si aggiunga che viene dato per scontato il background culturale del lettore e, pertanto, ritengo non sia una lettura nazionalpopolare come si potrebbe immaginare dal titolo. Al contrario, si tratta di un'arguta riflessione sulla società, sulla vita e sulla letturatura. Da capire e da rileggere in momenti diversi del proprio percorso nella società, nella vita e nella letteratura. Per trovarlo cambiato e trovarsi cambiati.


Anathea

martedì 15 gennaio 2008

La storia è passata anche da qui


Dino Tarantino,
Dal “regno” alle “repubbliche” del Sud,
La Puglia dal fascismo alla democrazia 1943-1944, Edizioni dal sud, pp.400

Mi ricordo ancora quando mio nonno mi raccontava della guerra e i suoi occhi si illuminavano di un furore antico come carboni nella cenere quando ci si soffia sopra. Erano anni terribili, tra le bombe e la scarsità di cibo, ma l'unico pensiero che in qualche modo rinvigoriva gli animi era che la guerra avrebbe portato alla repubblica e alla democrazia. I libri di storia spesso non rendono giustizia al sensus patriae dei meridionali, etichettandoli come briganti e conservatori, estranei alle guerriglie sulle Alpi e in qualche tratto d'Appennino. In realtà pochi ricordano la liberazione del porto di Bari e la battaglia di Barletta e tutti gli altri episodi di eroismo militare e civile accaduti all'ombra tortuosa degli ulivi o quando la tramontana scuoteva il mare. Ecco allora che interviene Dino Tarantino con il suo nuovo libro, Dal “regno” alle “repubbliche” del Sud.
Come specificato nella prefazione l'intento è di scagionare il Meridione, in particolare la nostra regione in occasione del 60° anniversario della Liberazione, dall'accusa di aver avuto un ruolo marginale nella conduzione della Resistenza, di essere stato fin da allora gretto e arretrato, inerte nelle mani degli Alleati e dei tedeschi. Gli eventi narrati quindi si susseguono nel biennio 1943-44 spaziando cronologicamente e prendendo le distanze dalla semplice e pure cronaca. I quindici, agili, capitoli in cui si articola questo interessante volume di carta giallognola rivivono gli avvenimenti dalla fine del fascismo fino all'avvento della democrazia in chiave campanilisticamente pugliese. Gli aneddoti, gli eventi e le circostanze narrate si amalgamano perfettamente fornendo un quadro storico di inestimabile valore. Inutile sarebbe quindi riassumere tutti gli argomenti trattati, anche perché ciò sarebbe impossibile sia per la vastità d'interessi sia per l'impossibilità di sintetizzare concetti ugualmente importanti.
L'impostazione storiografica, prendo a modello i primi storiografi, con cui Dino Tarantino ci propone il suo testo è ibrida: a metà tra un gusto per la narrazione degno di Senofonte e una scientificità a dir poco tucididea, con un risultato sorprendentemente interessante. L'esatta identificazione di cause ed effetti trasporta il lettore su un'altra dimensione al di là di ogni testo scolastico, appassionando e istruendo al tempo stesso. Il bianco e nero delle foto, non rare a sfogliare le pagine, riporta ad un passato non troppo lontano stuzzicando l'immaginazione e favorendo l'immedesimazione e la comprensione delle tematiche. Non si parlerà mai di cose astratte, ma le pagine stesse tra le mani assumono forme concrete: dalla ruvida uniforme degli ufficiali al feltro caldo dei cappelli e agli abiti stracciati della povera gente. Qui sta la vera risorsa dell'autore: la sua capacità di non banalizzare nessun avvenimento ma nemmeno di appesantirlo.
Un libro fresco e giovane per i giovani di oggi, affinché ricordino “che la Puglia è stata teatro di primo piano nella riconquista delle libertà democratiche e repubblicane”.

lunedì 14 gennaio 2008

Una storia...e non solo.


Il bar delle grandi speranze.
Una storia.
Tit. orig.: "The tender bar"
di J.R. Moehringer
traduzione italiana: Annalisa Carena
Editore: Piemme - Anno: 2007
Pag.: 486 - Eur.: 17,50

Alle volte un Bar può rappresentare qualcosa di piu’ che un semplice locale.
Puo’ essere un’entità precisa; per eccesso, addirittura un “uomo”. O forse piu’d’uno.
Chi ne parla in questo libro, così connotandolo, è un tale, JR (il protagonista e il narratore allo stesso tempo).
Zio Charlie , Steve, Gager, Colt, Joey D, Dalton, Mavaffa, Bob il Poliziotto, Jedd, McGraw, Sidney – per non dimenticare Bill e Bud (personaggi “ombra” eppur commoventi) sono alcuni dei co-protagonisti (forse piu’ di tutti lo è “La Voce” – spirito che aleggia nello sfondo della storia).
Il Dickens, poi diventato il Publicans, è l’entità pulsante di Manhasset, da cui continuamente si snodano esperienze nuove per “affogare” le vecchie, quelle piu’ sofferte, quelle che possono diventare piu’ leggere solo se portate con l’aiuto di altre spalle,piu’ robuste; magari "anestetizzandole" con qualche bicchiere.
Qua non viene raccontata una sola storia. Ma duecento e forse piu’, tra grandi e piccole.
Ogni storia è vita e ne dà di nuova.
Vita da sentire, custodire, imparare. E forse di piu’.
JR e sua madre, Dorothy – a cui è giustamente dedicato il libro – sono i fulcri su cui ruotano queste micro e macro storie.
A tratti si tocca con mano la commozione, non mancano i momenti di tagliente ironia,di svaghi, di paure ed attese. La storia del Bar e delle sue grandi speranze è davvero ben scritta (Moehringer è diretto, senza fronzoli e dal ritmo incalzante per la gran parte di questa narrazione autobiografica - che parte dal Dickens di Steve del 1970 fino ad arrivare al Pubblicans del 2001, post 11 Settembre).
Credo che piu’ di tutto, sia significativo riportare cio’ che d' importante lascia l'autore nella quarta di copertina:
Anche se siamo attratti, temo, da cio’ che ci abbandona, o promette di abbandonarci, alla fine credo che sia quel che ci accoglie a segnarci. Naturalmente io ho ricambiato subito l’abbraccio del bar, finchè una notte il bar mi ha messo alla porta, e abbandonandomi mi ha salvato la vita…”
In conclusione, una lettura che m’ha rapito.
Un acquisto azzeccato e meritevole d'attenzione.

sabato 12 gennaio 2008

Quando si promette sulla propria anima



“La promessa. Un requiem per il romanzo giallo”
di Friedrich Dürrenmatt
Milano, Universale economica Feltrinelli, 2006 (15)


1^ edizione originale: 1958
Traduzione di Silvano Daniele


Brividi assicurati e tanta, tanta riflessione. Questo romanzo, pubblicato nel 1958, e nato dalla sceneggiatura per un film*, chiamato ad avvertire sulla frequenza dei reati sessuali sui bambini. Un tema scottante e delicatissimo, dunque, unito a uno scopo pedagogico che viene meno nel romanzo. Infatti, come precisa lo stesso Dürrenmatt nella postfazione, il romanzo è nato dopo il film, e come tale è stato rimaneggiato e ampliato.

Come il sottotitolo stesso precisa, Dürrenmatt vede la fine del romanzo giallo che viene in questo caso scardinato di tutte le sue certezze: il serial killer c’è, ma non sarà punito, se non dal destino. Al contrario, il finale del libro - che qui non voglio rivelare – lascia piuttosto inappagati. Anche se fin dall’inizio siamo avvertiti sullo stato di pazzia a cui è arrivato l’investigatore, il suo aiutante, ripercorrendo in flashback la vicenda, riesce a dimostrare tutta la genialità di quello che adesso sembra un vecchio scentrato. L’effetto che ne sortisce, pertanto, è un “non è giusto” pronunciato a denti stretti, per quelle figure che in un romanzo giallo canonico sarebbero senz’altro state trasformate in eroi.


Anathea


* intitolato: Accadde in primo giorno, regia di Ladislao Vadja, 1957

lunedì 7 gennaio 2008

Il giudice e il suo boia



“Il giudice e il suo boia”
di Friedrich Dürrenmatt
Milano, Feltrinelli economica, 2005

1^ edizione: 1952
Traduzione di Enrico Filippini


Non solo un giallo, ma qualcosa di più: una critica alla società novecentesca e alla letteratura poliziesca stessa: per tutto il romanzo, breve ma intenso, si percorre senza sosta l’unica debole traccia del vecchio commissario Bärlach e del suo aiutante Tschanz, a caccia dell’assassino di un collega. Per le vie di paesi torbidi, dove si nascondono miliardari in apparenza intoccabili e loschi individui di potere, si dipana il centinaio di pagine di questo romanzo che va assolutamente letto, anche da chi, come me, non è cultore del genere. Innanzitutto, si apprezza l’indiscussa bravura di Dürrenmatt che riesce a non peccare di fretta nella trama, né svilisce lo stile per dar risalto all’azione. Infatti, la struttura è calibrata con attenzione, ma si nasconde dietro a una trama che mantiene suspense e invoglia a leggere il romanzo d’un fiato.
In secondo luogo, non è difficile trovare una critica alla gestione stessa delle indagini, e alla pretesa di personaggi potenti di restare esclusi a priori dalle inchieste. Molto, molto attuale e disincantato.
Si noti, infine, la pregnanza del titolo, calco dell’originale “Der Richter und sein Henker”: già questo è un buon motivo per avvicinarsi alla lettura.


Anathea

domenica 6 gennaio 2008

Per non chiudere gli occhi davanti all'etica


“La sonata a Kreutzer”
di Lev Nicolaevic Tolstoj
traduzione di G. Donnini
Santarcangelo di Romagna, Rusconi Libri, 2005


La storia di un adulterio ha sempre suscitato curiosità nel lettore; se è un russo, e per giunta Tolstoj, a cimentarsi, allora siamo certi che lo scrittore ci farà vibrare della stessa gelosia del marito tradito, e ci trasporterà senza requie tra gli inquietanti pensieri di vendetta. Già nelle prime pagine s’incontra il protagonista, Pozdnysev, che durante un lungo viaggio in treno inizia a raccontare la sua empia storia. Senza veli e senza falsi moralismi, Pozdnysev smonta i luoghi comuni della società tardo ottocentesca (il libro viene pubblicato per la prima volta nel 1891 e l’azione è pressoché contemporanea), impegnandosi a evidenziare le ipocrisie dei benpensanti. Ad esempio, perché l’uomo è giustificato, se cerca piacere fuori dal matrimonio? Perché la donna viene cresciuta con lo scopo di accontentare le voglie del marito? Coinvolto dalla routine, il protagonista s’è posto questi interrogativi troppo tardi, cioè dopo aver accoltellato per gelosia la moglie che s’intratteneva con un violinista.

La narrazione, sempre impeccabile, viene talvolta a rasentare il crinale saggistico, specie nella prima parte, offrendo l’occasione a Tolstoj- Pozdnysev di riflettere su cosa sia il piacere, cosa la gelosia, cosa sia il rapporto di coppia e il matrimonio, premurandosi di svellere false convinzioni.

Non so se qualcuno abbia avuto la stessa sensazione prima di me, ma devo proprio ammetterlo: quest’opera m’è sembrata precorrere parecchio i tempi nella sua riflessione sulla difesa della donna e la bestialità mascherata di determinati uomini. Con grande autocritica, Tolstoj, come precisa nell’interessante postfazione, si preoccupa dell’eticità quasi perduta della società a lui contemporanea, e spera con questo libro non tanto di educare, ma di aprire una questione degna di discussione. Forse è questo che rende l’opera tanto attuale, consigliabile a tutti coloro che si credono cinici.


Anathea

sabato 5 gennaio 2008

"Alle volte la fortuna..."

Una fortuna pericolosa
Tit.orig.: "A dangerouse fortune"
di Ken Follett
traduzione italiana: Roberta Rambelli
Ediz: Oscar Mondadori collana: Bestsellers
Anno: 1993 Pag. : 511 Eur.: 8,80

“ Era come se qualcosa di malefico fosse emerso dall’acqua profonda in quel lontano giorno del 1866 e fosse entrato nelle loro vite, scatenandovi le passioni piu’ tenebrose, l’odio, l’avidità, l’egoismo e la crudeltà, e fomentando l’inganno, il fallimento, la malattia, l’omicidio…” [Pag.511]

Puo’ essere questa citata nell’Epilogo la frase riassuntiva dell’intera trama de “Una fortuna pericolosa” di Ken Follett.
Siamo nell’Inghilterra precedente la seconda rivoluzione industriale:anno 1866.
Nella Windfield School, in una giornata afosa di maggio, qualcosa succede.
Qualcosa che spezza la tranquillità di una comunità scolastica come tante in quelle lande inglesi.
La vita di 5 scolari prenderà ognuna una sua strada ma, una di queste, rimarrà per sempre legata ad un’altra.
E’ da questo snodo che si dipanerà il passato e si articolerà in seguito il racconto lungo un quarto di secolo – diviso in un prologo (1866), tre capitoli centrali (1873,1879,1890) ed un epilogo (1892) – narrato dallo scrittore americano.
Un thriller in cui ogni personaggio incarna un preciso tratto caratteriale: c’è la “dignità”, non manca la “codardia”, è presente la “bontà”, la “dipendenza”, ma, soprattutto, la “spregiudicatezza”.
Ognuno di questi 5 ragazzi, però, è soprattutto figlio delle proprie origini; ed è questo un altro aspetto fondamentale rintracciabile nella trama, che permette di inquadrare le inclinazioni di ciascuno di loro e, inevitabilmente, le scelte di vita che verranno in seguito prese.
La società inglese qua presentata non è chiusa in se stessa, nella sua vita, nelle sue vicissitudini; o, almeno, non solo.
Presto si ritroverà strettamente legata ad una cittadina sudamericana, alla sua vita, ai suoi intrighi.
Così come due giovani eredi dell’alta finanza britannica si ritroveranno ad essere legati a doppio filo con ambienti di bassa levatura sociale e morale; e non solo in patria.
Ed ecco che tutto puo’ allora diventare possibile…
E’ stata la prima volta che leggevo Ken Follett; non ne sono rimasto deluso.
La trama è ben articolata, scorrevole e riesce ad amalgare bene i variegati aspetti sociali che vi si ritrovano, soprattutto legati ad ogni protagonista della storia.
Sicuramente una buona e disimpegnata lettura.

mercoledì 2 gennaio 2008

Una strada senza futuro, ma non senza speranza


"La strada"
di Cormac McCarthy
Torino, Einaudi, 2007

Vincitore del Premio Pulitzer, McCarthy si propone con quest'opera di riscoprire la via, un tempo tanto produttiva, del dystopian novel. Per far questo, sceglie un'ambientazione fantastica, ma perfettamente verosimile: la desolazione di un futuro squallido, dove è quasi impensabile altro futuro. Non ci sono più strade, ma l'unica strada è, appunto, il difficile pellegrinaggio dei due protagonisti, un padre e il suo bambino, verso Sud, per cercare un clima più ospitale. Ai loro corpi denutriti si offre infatti solo un rigido inverno che permea di grigio il paesaggio già scabro e in rovina, dove l'unico sostentamento è dato da cibi in scatola, sottratti a costo della vita, e la speranza. Sì, proprio la speranza riesce a tenere in vita padre e figlio, messi continuamente alla prova, ora scoraggiati ma un attimo dopo pronti a continuare.
Benché la lettura sia sconsigliabile per chi è emotivamente fragile, l'opera sembra imporsi nel mondo letterario con ottime prospettive per il futuro: McCarthy ha forse riscoperto un genere un po' dimenticato e ha tradotto con un'attezione quasi da chirurgo un futuro da incubo quale temiamo anche solo di raccontare.


Anathea