mercoledì 28 settembre 2005

Itinerario d'amore per un buon De Carlo



Arcodamore
di Andrea De Carlo
Bompiani, 1993

pagg. 292
€ 7,23

"Ma è una specie di arco, no? Può essere tondo o lungo o basso o stretto e alto come una porta, e magari prima ancora che tu incontri qualcuno hai già dentro di te l'inizio di una curva e lo senti e non capisci cosa sia. Poi ci sei sopra e fino a un certo punto ti sembra di salire soltanto, e ti fermi e sei in alto e ti sembra che possa durare così per sempre e non ti rendi conto che stai già cominciando a scendere verso terra di nuovo." (ivi, pag. 253).

Ecco una buona definizione per la concezione d'amore del protagonista di De Carlo, Leo. Il problema è: quanto è capace di durare un arcodamore? E, soprattutto, cosa succede quando ti coglie del tutto impreparato? 
Così infatti è successo a Leo, fotografo d'oggetti a Milano, divorziato da anni e intrappolato nella quotidianità della sua carriera e della nostalgia per un mondo che non ha saputo trattenere. La sua vita privata è ridotta a una serie di attrazioni passeggere che sembrano sfamare un bisogno d'abitudine fortissimo e imprendibile, arrivano a negare la necessità d'affetto che Leo riversa, raramente, sui figli durante i loro pochi weekend. Di pagina in pagina, si avanza attraverso gli abbagli che lo stesso Leo pensa di poter trattenere, come la relazione con una bella ventenne borghese. Nella tristezza dettata da scarsa speranza, Leo incontra però la donna che rivoluzionerà la sua vita: si tratta dell'arpista Manuela Duini, amica del cugino di Leo. Non riuscirà nemmeno la infatuazione del cugino a rimuovere Manuela dai pensieri di Leo che, nella lenta ossessione dell'innamoramento, inizia un cambiamento. Cambiamento che spesso lo porta a combattere con la razionalità, perché Manuela non è la donna che sembra, ma ha un passato che più volte le adombra lo sguardo...La storia è ben costruita, molto piacevole da leggere, anche se a tratti la monotonia di Leo sembra portare a vicoli ciechi, dai quali De Carlo riemerge velocemente, senza grosse fatiche. Questo grazie alla sua narrazione, scorrevole ma non per questo banale, capace di inframezzare i pensieri e le azioni con riflessioni piene di scavo psicologico. Nonostante Arcodamore non proponga la tradizionale concezione amorosa, è certamente un'ottima opera su cui soffermarsi.
Anche sotto l'ombrellone.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 14 settembre 2005

Una terribile lettura


Cento colpi di spazzola (prima di andare a dormire)
di Melissa P.
Roma, Fazi, 2003

Se è stato un approccio per curiosità, ho perseverato nella lettura solo per principio. Il libro, contrariamente alla enorme tiratura editoriale e al battage pubblicitario, ha saputo aggrovigliare in modo accademico e liceale una serie di perversioni minime, proprie di una mente adolescente che sta crescendo e, in qualche modo, si trova a cozzare contro il sesso. Perché infatti non si vede nient’altro che stordimento, lo stordimento di una ragazzina che vuole a tutti i costi sforzarsi ad apparire morbosa dea dell’universo erotico, mentre in realtà le sue descrizioni sono spoglie di qualunque capacità di pathos. Contrariamente a quanto l’autrice abbia affermato, non credo affatto che abbia rappresentato le angosce e le paure di una generazione, dal momento che le esperienze raccontate – vendute per autobiografiche dalla prima all’ultima – sono tanto estreme che dovrebbero necessariamente descrivere una società perversa e cinica. In più, non si può nemmeno dire che valga la pena leggere il romanzo per lo stile. Svilente, scolastico, con tanta paratassi da annoiare e una serie di subordinate solo a livello elementare, tanto per dimostrare l’esistenza delle congiunzioni. I collegamenti sono poco realistici, la morbosità è l’unico tema che collega paure e, sì, qualche volta un pallidissimo tentativo di scavo psicologico, sempre terribilmente limitato. Manca la capacità narrativa dell’ Undici minuti di Coehlo, non esiste traccia dell’innovazione di Schnitzler, né c’è fuoriuscita dal comune: un’immensa banalità. Quindi, qual è la fortuna? Un interesse insano da parte di molti lettori che hanno preferito Melissa a una striscia di cattiva pornografia, oppure una curiosità – ecco il mio caso – meramente stilistica che ha portato come unico risultato un tentennamento del capo e tanta amarezza. 
Una stretta di mano va a Melissa che ha deciso di eliminare qualunque dignità “sverginandosi” letteralmente con un libro di pochissimo spessore e privo di risvolti utili, permeato dalla favola a lieto fine che può piacere solo agli ingenui. Un’ultima stretta di mano a chi ha saputo spingere Melissa sulla cresta dell’onda, sfruttando l’eco erotico di parecchi romanzi recenti. Spero tanto che non si faccia venire in mente di pubblicare un altro immondezzaio simile. D’altro canto, se questa è la nascita di una grande autrice, come hanno detto, allora forse l’unica vera e propria salvezza è rifugiarsi nei classici.

Gloria M. Ghioni

martedì 13 settembre 2005

In fuga dal presente con King



L'uomo in fuga
di Stephen King (Richard Bachman)
Sperling Paperback 1997

1^ edizione: 1982

pagg. 240
€ 8,40

Anche Stephen King, come moltissimi altri scrittori dell'ultimo secolo, si prefigura un futuro catastrofico. E, per di più, lo fa ancora giovanissimo, con un romanzo scritto in sole 72 ore! Un tempo record che nasconde delle pecche di stile, direbbe qualcuno. Certo, lo stesso autore riconosce nell'opera la necessità di una revisione ulteriore che, tuttavia, non è avvenuta per rispetto del libro visto come storia ad ampio respiro, da leggere tutta d'un fiato. Così, infatti, il libro entra sul mercato, protetto dallo pseudonimo di Richard Bachman, alter-ego spesso sfruttato da King a inizio carriera, per crearsi un personaggio e un autore di libri da scaffale di supermercato. 
A lungo, infatti, 'L'uomo in fuga' viene lasciato da parte dagli appassionati lettori di King, che per parecchio tempo si sono lasciati sviare dal nome di Bachman. Poi, il successo. Sostanzialmente, motivato dalla visione da dystopian novel che permea tutta l'opera: cinismo, crudeltà e violenza per un futuro completamente privato dei valori fondamentali. 
Come in 1984 di Orwell, sono i media a dominare la vita delle persone, attraverso programmi di tri-vu (si tratta di tivù tridimensionale, dove la gente interagisce) che mettono in pericolo persone. Non esiste finzione. Gli stessi spettatori che osservano 'L'uomo in fuga', programma di punta, sanno che i malcapitati sono poveri emarginati, disperati al punto di accettare di essere cacciati fino alla morte. Per soldi. Per sfamare le famiglie. Così parte la vicenda di Ben Richards, padre di famiglia, marito affettuoso, tanto dedito alla figlia Cathy, malata, da partecipare al gioco dell'uomo in fuga per pagare le medicine alla bambina. King dedica la narrazione a tutta l'avventura di Ben, senza mai tralasciare la disperazione di un uomo senza mezzi che conosce bene di vendere la propria vita per salvarne un'altra. Accanto alla vicenda principale, tanti personaggi minori, sia dalla parte della società degenerata, sia da parte di cuori ancora palpitanti. 
Sostanzialmente una buona trama, già sfruttata ripetutamente, ma architettata da un uomo che, della scrittura, ha saputo carpire le leggi per suspence e azione.

Gloria M. Ghioni

lunedì 12 settembre 2005

Gioco d'opposti per la Mazzantini

Manola
di Margaret Mazzantini
1998, Oscar Mondadori
Collana: Oscar bestsellers

pagg. 249
€7,80

Stordisce. Ecco la prima caratteristica di questa pièce teatrale della Mazzantini: a cominciare dalla struttura dell'opera, ma soprattutto i personaggi sono quantomeno insoliti. La vicenda vede, infatti, protagoniste due gemelle, Ortensia e Anemone. La prima pessimista, tetra, malinconica, sadica e masochista assieme, almeno quanto l'altra è vitale, esuberante, esagerata, bella e orgogliosa di sé. Di primo acchito, le due ragazze sembrerebbero due opposti, conciliati dalla semplice scelta di raccontarsi - una all'insaputa dall'altra - a una fantomatica Manola, ascoltatrice silenziosa. Forse troppo silenziosa.

Così, attraverso improponibili e rocamboleschi racconti, al limite della fantasia, la storia si dipana e tocca la vita di entrambe le gemelle. Personaggi minori allietano la trama visionaria, a metà tra follia e fantasia di bambine represse in tenera età. La situazione, apparentemente in stallo fin dall'inizio, si evolve con un paio di considerevoli sorprese, decisamente inimmaginabili.
Qua e là ci sono buoni spunti per riflessioni che vanno oltre la primissima impressione - assolutamente disarmante - e offrono motivi per rileggere una frase, un pensiero. Ricordo, a tal proposito, una scena di stazione, presentata a pag. 239 (corrente edizione):
Mi fanno sempre impressione gli addii, quando il nulla, un grigio scorcio di città, anonimi binari di ferro, s'inghiottono la famigliarità d'un volto, il profumo d'una persona cara.Mi era rimasta addosso una strana malinconia. Mi sono stretta al mio corpo solitario e, passo dopo passo, diventavo sempre più triste. Sapevo il motivo di quella tristezza. Avevo voglia d'amore anch'io, di carezze furtive, di un cuore in subbuglio. Era ormai il tramonto. Gli umani che camminavano sul mio stesso marciapiede andavano tutti di prescia. Molto di loro, forse, correvano verso un amore, verso braccia protese nella notte. Due innamorati, stretti l'uno all'altro, mi sono passati accanto senza vedermi. Avrei voluto seguirli come facevo da bambina con i clienti (i genitori avevano un albergo sgangerato, n.d.r.) , e chiedergli di tenermi un po' con loro, sotto il cappotto. Ma nel loro mondo non c'era posto per me. Ho stretto i pugni nelle tasche per farmi un po' di coraggio.
Lo stile, assolutamente piacevolissimo, ottempera un po' la stranezza del caso, spesso ignaro del reale e del plausibile, se non altro. Una lettura che, in ogni caso, viene ricordata per questo o rimossa per incapacità di accettare la fantasia di una ottima scrittrice. Da leggere, solo per volare oltre la realtà, rischiando di perdersi.

Gloria M. Ghioni

sabato 10 settembre 2005

Esercizi di stile per sfida e amore verbale


Esercizi di stile
di Raymond Queneau

Introduzione e traduzione di U. Eco
Testo originale a fronte

Einaudi Tascabili, 2001 (1^ ed. 1947)
pagg. 227 €9,00

Non è mai stata una novità che il successo di un romanzo dipenda in gran parte dallo stile del narratore. In quanti stili, da quante prospettive è possibile scrivere lo stesso identico fatto? Se già la domanda resta con poche risposte sommarie, allora sembra ancora più difficile andare oltre, quando si pensa che non è un fatto eclatante ad essere analizzato, ma una qualsiasi disputa su un autobus cittadino, durante l'orario di punta. Raymond Queneau maneggia sapientemente la storia, raccontandola in ben novantanove variazioni sul tema, sfruttando figure retoriche, generi letterari... 
Il tutto è venato da una potente ironia, talvolta sottolineata dalla esagerazione e dal gusto per l'iperbole: quante volte, il narratore, gioca con le parole! L'opera, ritenuta a lungo intraducibile per la strettissima dipendenza dalla lingua francese dell'autore, sono finalmente negli anni '80 approdati anche in Italia, grazie all'opera minuziosa di Umberto Eco, che non s'è sforzato di riportare parola per parola, ma, una volta capito il gioco di Queneau, ne ha riproposto le fila. Per una traduzione puntuale che, tuttavia, non mantiene il gusto letterario e l'obiettivo primario di stupire, è presente anche il testo originale a fronte. Per il lettore minimamente dotto sulle leggi della letteratura, il libro è una vera goduria per la mente, solletica migliaia di idee tenute nascoste dietro alla cortina della quotidianità. Meglio, se letto a tratti, intervallando le singole performances con riflessioni e sorrisi.

Gloria M. Ghioni

giovedì 1 settembre 2005

Occhi blu, capelli neri


Occhi blu, capelli neri
di Marguerite Duras
Milano, Feltrinelli, 2001

Prima edizione: 1987

"Lui chiede ancora com'era quell'amore, com'era vissuto. Lei dice: - Come un amore che ha un inizio e una fine, indimenticabile anche quando lo si è dimenticato, non ricordo più".

Un libro da amare o un libro da odiare. È questo uno dei casi in cui le mezze opinioni non esistono, perché la scrittura che Marguerite Duras (1914-1996) ha elaborato nel corso degli anni è prorompente e ritrosa al tempo stesso. In Occhi blu capelli neri, in particolare, la narrazione è spesso interrotta da pause forti, come lo spazio bianco, lasciando il lettore sparso tra i tanti teatri che si creano uno nell’altro, continuamente, senza requie. Infatti, la storia si svolge a livelli differenti e risulta spesso difficile contestualizzare i pensieri o i fatti, all’interno del testo. Come la narrazione, così la trama è inusuale, ma, diciamocelo, Marguerite sottolinea e cura maggiormente la parte stilistica rispetto a quella contenutistica. Almeno questa è la impressione che si ha leggendo “un amore, il più grande e terrificante che a me sia stato concesso di scrivere”, spiega M. Duras in una lettera di prefazione al testo.

Una storia strana, la storia di una Lei e di un Lui che resteranno tali per tutti i loro incontri, sempre nella stessa stanza asettica e bianca che s’affaccia sul mare: in verità, la camera si confonde con un palco teatrale, visto che di tanto in tanto indica all’attore ipotetico come interpretare le battute, o come muoversi. Anche se ricorre a questa generalizzazione di “lei” e “lui”, non bisogna pensare che la storia d’amore sia exemplum esistenziale: al contrario, nella sua indefinitezza ha caratteristiche uniche e, a volte, assurde. Infatti, quest’amore nato per una comunanza di occhi blu e capelli neri, vede la comunione di due nudità – maschile e femminile – senza che si giunga mai all’atto d’amore, nonostante il desiderio. Desiderio che è spesso oggetto dei dialoghi – lunghi e semplici – che sono spesso introdotti da semplici connessioni dialogiche, quali “lui dice”, “lei risponde”. Ne abbiamo una prova in questa frase, una delle più belle del testo: “Lei dice che si dovrebbe riuscire a vivere come fanno loro, il corpo abbandonato in un deserto e, nello spirito, il ricordo di un solo bacio, di una sola parola, di un solo sguardo per tutto un amore”.

Oltre alle parole, il rapporto dei protagonisti, nonché unici personaggi agenti, è accompagnato da una serie di gesti che nascondono alla base una grande cura, simile alla teatralità. Sulla storia, incombe sempre la precarietà del tempo e del rapporto che non ha basi predefinite: un giorno finirà, e proprio per questo la fine è sentita prima ancora della sua annunciazione. 
La Duras non interviene mai, ma lascia che siano proprio i personaggi ad esprimere i loro timori e le angosce. Ecco una dimostrazione di come lei senta la fine della storia, ormai prossima, e la viva senza ansia: “Lei lo sa: anche quando sarà l’ultima notte, sarà inutile sottolinearlo, perché quello sarà l’inizio di un’altra storia, quella della loro separazione.”
O amarlo o odiarlo. Io ho scelto di amarlo, per la sfrontatezza con cui i silenzi lasciano il lettore da solo con i suoi pensieri e le sue riflessioni, per la bellezza di alcuni passaggi che impreziosiscono un testo, di per sé, privo di ogni ornamento (“Hanno paura che i loro occhi si vedano”). Al di là dell’apprezzabile sperimentalismo, i particolari tendono a sfuggire.

GMG