giovedì 1 settembre 2005

Occhi blu, capelli neri


Occhi blu, capelli neri
di Marguerite Duras
Milano, Feltrinelli, 2001

Prima edizione: 1987

"Lui chiede ancora com'era quell'amore, com'era vissuto. Lei dice: - Come un amore che ha un inizio e una fine, indimenticabile anche quando lo si è dimenticato, non ricordo più".

Un libro da amare o un libro da odiare. È questo uno dei casi in cui le mezze opinioni non esistono, perché la scrittura che Marguerite Duras (1914-1996) ha elaborato nel corso degli anni è prorompente e ritrosa al tempo stesso. In Occhi blu capelli neri, in particolare, la narrazione è spesso interrotta da pause forti, come lo spazio bianco, lasciando il lettore sparso tra i tanti teatri che si creano uno nell’altro, continuamente, senza requie. Infatti, la storia si svolge a livelli differenti e risulta spesso difficile contestualizzare i pensieri o i fatti, all’interno del testo. Come la narrazione, così la trama è inusuale, ma, diciamocelo, Marguerite sottolinea e cura maggiormente la parte stilistica rispetto a quella contenutistica. Almeno questa è la impressione che si ha leggendo “un amore, il più grande e terrificante che a me sia stato concesso di scrivere”, spiega M. Duras in una lettera di prefazione al testo.

Una storia strana, la storia di una Lei e di un Lui che resteranno tali per tutti i loro incontri, sempre nella stessa stanza asettica e bianca che s’affaccia sul mare: in verità, la camera si confonde con un palco teatrale, visto che di tanto in tanto indica all’attore ipotetico come interpretare le battute, o come muoversi. Anche se ricorre a questa generalizzazione di “lei” e “lui”, non bisogna pensare che la storia d’amore sia exemplum esistenziale: al contrario, nella sua indefinitezza ha caratteristiche uniche e, a volte, assurde. Infatti, quest’amore nato per una comunanza di occhi blu e capelli neri, vede la comunione di due nudità – maschile e femminile – senza che si giunga mai all’atto d’amore, nonostante il desiderio. Desiderio che è spesso oggetto dei dialoghi – lunghi e semplici – che sono spesso introdotti da semplici connessioni dialogiche, quali “lui dice”, “lei risponde”. Ne abbiamo una prova in questa frase, una delle più belle del testo: “Lei dice che si dovrebbe riuscire a vivere come fanno loro, il corpo abbandonato in un deserto e, nello spirito, il ricordo di un solo bacio, di una sola parola, di un solo sguardo per tutto un amore”.

Oltre alle parole, il rapporto dei protagonisti, nonché unici personaggi agenti, è accompagnato da una serie di gesti che nascondono alla base una grande cura, simile alla teatralità. Sulla storia, incombe sempre la precarietà del tempo e del rapporto che non ha basi predefinite: un giorno finirà, e proprio per questo la fine è sentita prima ancora della sua annunciazione. 
La Duras non interviene mai, ma lascia che siano proprio i personaggi ad esprimere i loro timori e le angosce. Ecco una dimostrazione di come lei senta la fine della storia, ormai prossima, e la viva senza ansia: “Lei lo sa: anche quando sarà l’ultima notte, sarà inutile sottolinearlo, perché quello sarà l’inizio di un’altra storia, quella della loro separazione.”
O amarlo o odiarlo. Io ho scelto di amarlo, per la sfrontatezza con cui i silenzi lasciano il lettore da solo con i suoi pensieri e le sue riflessioni, per la bellezza di alcuni passaggi che impreziosiscono un testo, di per sé, privo di ogni ornamento (“Hanno paura che i loro occhi si vedano”). Al di là dell’apprezzabile sperimentalismo, i particolari tendono a sfuggire.

GMG