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La bestia che è in noi: quanto il mostruoso racconta in realtà l'essere umano. "Trasformazioni" di AA.VV.

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Trasformazioni
di AA.VV.
Oblivium edizioni, settembre 2026

pp. 510
€ 24.90 (cartaceo)

Trasformazioni è un'antologia che racchiude in sé venticinque racconti appartenenti principalmente alla letteratura gotica e dell'orrore. Fin dalla copertina percepiamo la preziosa cura ai dettagli di questo volume. Sembra infatti provenire da tempi più remoti e oscuri, come se noi lettori avessimo tra le mani un antico manoscritto appartenuto a un nostro misterioso avo. L'effetto delle pagine, volutamente ingiallite e ammuffite, le preziose raffigurazioni in bianco e nero: il lavoro di Oblivium (un marchio Caravaggio) è notevole e questa nuova collana intitolata Voci dall'ignoto promette di far riscoprire agli amanti del genere e a tutti i lettori curiosi, la passione per il folklore che si nasconde dietro a una storia di terrore. In un panorama editoriale spesso incline alla riproposta superficiale di motivi di genere, questa antologia curata da Michela Pollutri con la collaborazione di Andrea Gide, si impone con la determinazione di un’operazione critico-letteraria di prim’ordine. Il volume infatti compone un mosaico di leggende e racconti, scritti da autori più o meno noti e si suddivide in quattro categorie di narrazione: Licantropie vere o presunte, Altre trasformazioni, Fiabe e dintorni, Ultime trasformazioni. 

La forza teorica dell'opera deriva proprio da questa sua suddivisione: la metamorfosi viene analizzata nel suo manifestarsi prima come eruzione ferina, poi come deformazione organica e cosmica, fino al trapasso simbolico della fiaba e al collasso esistenziale della carne. Ciò che emerge con maggiore chiarezza dall'intera operazione è il senso di vulnerabilità dell'identità. L'antologia funziona come un trattato sulla fragilità della forma: la carne non è un perimetro sicuro, ma un confine. L'orrore generato da queste pagine non nasce soltanto dalla paura di ciò che morde nell'ombra, nasce soprattutto dalla sospensione incredula di fronte al proprio braccio che si copre di peli, alla propria pelle che si fa squama, al proprio sguardo che smette di riconoscere i propri simili. L'uomo non sa chi è, ha perso la sua identità e la metamorfosi al bestiale è quanto mai attuale di questi tempi. Possiamo davvero guardarci allo specchio, in quanto esseri umani, e riconoscerci ancora come tali? Nel racconto di Rudyard Kipling, intitolato Il segno della bestia e scritto nel 1890, un inglese in India profana da ubriaco un tempio di Hanuman e viene marchiato da un misterioso lebbroso. Da quel momento comincia a comportarsi sempre più come una bestia: mangia carne cruda, terrorizza i cavalli, ulula e perde progressivamente ogni tratto umano. Il narratore capisce allora che non si tratta di una malattia, ma di una maledizione e cercherà  disperatamente di spezzarla.

Leggendo queste pagine mi sono chiesta cosa risvegliasse in me questa paura primordiale: cosa temiamo di più noi lettori e lettrici e perché ci accingiamo a leggere qualcosa che sappiamo risvegliare in noi quel brivido di esposizione al terrore? Credo che questo sentimento coincida con il fatto di sentirsi vivi. Spaventati, paralizzati dalla paura, dunque capaci di sentire e sperimentare.

Quando Lazzaro uscì dalla tomba dove per tre giorni e tre notti era rimasto sotto il misterioso dominio della morte e tornò a casa da vivo, per un pezzo nessuno notò in lui quelle sinistre stranezze che col tempo avrebbero reso terrificante il suo stesso nome. (p. 485)

Questa raccolta parte da una delle immagini più antiche e persistenti dell'immaginario umano: la trasformazione. L'uomo che diventa bestia, il corpo che tradisce la propria forma, l'identità che smette di essere un territorio stabile. È un tema che attraversa secoli, religioni e letterature proprio perché tocca qualcosa di molto più profondo della paura del mostruoso: il timore che ciò che siamo possa non essere per sempre. La licantropia, in particolare, rende questa inquietudine quasi fisica. Il lupo diventa una possibilità dell'essere umano. Il racconto intitolato Il licantropo, scritto da Virgínia De Castro e Almeida nel 1926, ad esempio, parte da una credenza popolare della Beira Baixa secondo cui una formula battesimale pronunciata male può condannare una persona alla licantropia. Su questo sfondo folklorico si inserisce la vicenda di Deolinda, giovane donna desiderata e sulla bocca di tutti in paese, e di Joaquim, che nonostante abbia sposato Rita, continui ad amarla. Tra superstizioni, gelosie e tensioni sentimentali, il lupo mannaro diventa anche simbolo di una maledizione più umana: il desiderio che non trova pace. 

In questi racconti il confine tra uomo e bestia è sottilissimo: a volte la trasformazione è una punizione, a volte serve a far emergere un qualcosa che era già presente e che la forma umana riusciva solo a contenere. Questa oscillazione rende la raccolta estremamente intrigante ancora oggi. Il soprannaturale cambia veste a seconda dell'epoca: nel Medioevo assume le sembianze della colpa, della stregoneria e del giudizio religioso. Oggi è invece un aspetto più psico-sociale legato al tema dell'identità: quanto conosciamo davvero noi stessi? Un altro esempio che ho particolarmente amato è quello fornito dal racconto di Aleksej Kostantinovič Tolstoj, intitolato La famiglia del Vurdalak. Siamo nel 1815 e la storia è narrata dal Marchese d'Urfé, che durante un viaggio nei Balcani trova ospitalità presso una famiglia terrorizzata dall'attesa del vecchio Gorcha. L'uomo è partito per uccidere un brigante e ha ordinato ai figli di eliminarlo se fosse diventato un vurdalak: un vampiro che predilige il sangue dei propri familiari. Al suo ritorno, il dubbio sulla sua natura trasforma la casa in un luogo di paura e sospetto, mentre il narratore s'innamora intanto della giovane Sdenka. 

La varietà di tematiche trattate fa sì che l'intera antologia non si riduca a un elenco di storie dell'orrore ma diventi una  bellissima ricerca sul campo. Alcune storie lavorano infatti sul terrore puro, altre sulla sua percezione di ambiguità. Se ci pensiamo bene, una creatura a noi estranea può essere più facilmente demonizzata perché è diversa da noi, ma cosa succede quando questa invece ci è familiare? È qui che si compie l'inquietudine della metamorfosi. Quest'ultima infatti altera abbastanza l'essere umano da renderlo irriconoscibile, lasciandone sopravvivere però una piccola traccia. Ciò che questo ricco volume compie è dunque di fornirci una piccola storia culturale della paura. Il mostro cambia insieme alla società che lo inventa e lo teme. Possiamo guardarlo attraverso gli occhi della dannazione, lasciarci ossessionare dalla follia, fino a perdere il controllo. La paura infatti può assumere tante forme, in base al tempo e allo spazio in cui si trova, essa è costantemente mutevole e si nutre di noi. 

E infine, prono sul pavimento, si contorceva un essere ripugnante dallo sguardo vuoto che era stato una donna, ma che adesso ne era solo una muta e dissennata caricatura. Tutto ciò che riusciva a fare questo essere era sibilare, sibilare, sibilare. (p. 344)

Esplorare queste metamorfosi oggi significa confrontarsi in fondo con noi stessi: da sempre l'essere umano teme di diventare altro, qualcosa di cui non conosce nulla e che non sa dominare. Ma forse l'uomo teme ancora di più di scoprire che l'altro, in realtà, era già in lui.

Carlotta Lini