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«A ogni curva lo sguardo si colma di meraviglia»: viaggio in Scozia, attraverso le pagine del Piccolo atlante edonista

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Piccolo atlante edonista. Scozia 
Testi e fotografie di Maud Simon
L'ippocampo, 2026

Traduzione di Nicolò Petruzzella ed Elena Vozzi

pp. 256
€ 25 (cartaceo)

Se come me vivete in una città turistica – nel mio caso un piccolo borgo del levante ligure, che durante i mesi estivi si riempie all’inverosimile – vi sarà capitato, almeno una volta nelle giornate di ressa maggiore, di sognare a occhi aperti un po’ di pace, tranquillità, spazi aperti e solitudine. Dopotutto l’ho detto, sono ligure, ed è nel nostro DNA mal sopportare le folle. L’estate che si è appena conclusa è stata dominata un po’ ovunque da un caldo insopportabile e dai discorsi sull’overtourism e questo ha contribuito a rendere particolarmente difficile sopportare la calca, il rumore dei bar fino a tarda ora, gli schiamazzi e le radio a tutto volume in spiaggia o dalle numerose barche attraccate a filo dei limiti consentiti. O forse è semplicemente l’età. E la “liguritudine”. Quel che è certo, nei mesi estivi – e poi di nuovo in autunno, per altre ragioni – ho sognato spesso a occhi aperti di godermi gli spazi brulli delle Highlands scozzesi, girovagare tra le stradine di piccoli villaggi sconosciuti, godermi il meteo imprevedibile di una città scozzese ma comunque ben più tollerabile dell’afa agostana, incontrare nel corso di una passeggiata più pecore che persone. Forse in buona misura questo desiderio è stato influenzato anche da certe riletture recenti – dai soggiorni di Mary Shelley in Scozia a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde – fino alla bellissima chiacchierata con Douglas Stuart a proposito del suo ultimo romanzo, John figlio di John, uscito per Mondadori e ambientato in un’isola fittizia delle Ebridi esterne. Un insieme di fattori, una voglia di viaggiare che non si esaurisce mai e la ricerca della prossima meta: la Scozia, appunto.

A sollecitare ulteriormente il mio interesse si è aggiunta la lettura di un nuovo volume della serie Piccolo atlante edonista targato L’ippocampo, dedicato stavolta proprio alla Scozia. Una collana pregevole, che conta diversi volumi dedicati a città, regioni, stati, accomunata da una riconoscibile impostazione grafica ed editoriale e che dà origine a delle guide di viaggio non convenzionali, ricchissime di spunti. Il volume in questione, quello appunto sulla Scozia, è curato da Maud Simon che oltre ai testi è anche autrice delle fotografie inserite. La componente fotografica è uno degli elementi fondamentali di questo progetto e permette al lettore un’immersione nelle atmosfere dei luoghi, dà forma alle parole che ne raccontano tradizioni, realtà, geografia, costumi e contribuisce a una narrazione su diversi livelli. A fronte di una certa conoscenza della collana derivata dalla lettura nel tempo di svariati volumi, riscontro nel progetto varie qualità ma anche alcuni tratti che apprezzo meno. Da un punto di vista puramente estetico i volumi sono senz’altro interessanti, il prezzo adeguato, e vederli l’uno accanto all’altro sullo scaffale della libreria da una certa soddisfazione; soprattutto, l’impostazione grafica interna è sempre molto curata, la ricchezza delle fotografie che contiene ne fa uno degli elementi più riusciti, con immagini talvolta anche su due pagine e non patinate ma scelte per la forza espressiva e il modo in cui possono integrarsi alla narrazione scritta, in questo caso coadiuvato dal fatto che Simon si è appunto occupata di entrambi gli aspetti.

Volume dopo volume a lasciarmi invece meno soddisfatta, pur in generale apprezzando moltissimo questa collana, è l’impostazione rigida dei contenuti, le rubriche fisse diciamo così, che se da una parte rispondono perfettamente all’esigenza di un progetto editoriale uniforme e ben riconoscibile dall’altro non possono adattarsi in modo ideale alle singolarità dei luoghi di volta in volta raccontati, anche a ragione del fatto che come si è detto il Piccolo atlante edonista non è una guida di viaggio in senso stretto – e dove quindi ci si aspettano una serie precisa di contenuti – ma un racconto, una narrazione, il più possibile sfaccettata. E a questo si collega un altro problema, la ripetitività di taluni contenuti a discapito di altri aspetti che avrebbero più adeguatamente raccontato il luogo scelto: mi riferisco, nello specifico, agli spazi dedicati a ristoranti e attività intorno alla gastronomia che, pur essendo interessanti come spunti e scoperta di piccole realtà spesso a conduzione famigliare e anche molto particolari, non sostituiscono l’approfondimento sulla cucina tradizionale di cui si fa solo qualche cenno casuale. È senza dubbio interessante scoprire le realtà locali, le storie personali di chi ha rilevato una vecchia attività e le ha dato nuova vita, segnarsi i locali che più ci colpiscono tra le tappe del nostro ipotetico viaggio in Scozia, ma di certo non sarebbe stato male un breve approfondimento sulla cultura gastronomica locale, similmente a quanto fatto per esempio con il capitolo dedicato alle distillerie e la produzione di scotch.

Per formazione e interesse personale poi, la parte di cui sempre in questi volumi avverto in particolare la mancanza è, ça va sans dire, quella sulla letteratura e sull’arte. Tranne qualche fugace cenno a Sir Walter Scott – quantomeno è stato segnalato il contributo da lui apportato nel far rifiorire nel corso dell’Ottocento l’interesse verso i clan e nell’organizzazione della visita reale – una citazione veloce nell’introduzione a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson, la menzione dello scrittore scozzese J.M. Barrie e ancora qualche riferimento all’architettura sia cittadina che rurale e alle gallerie d’arte e musei da visitare, ecco, tolti questi e pochi altri cenni, non vi è spazio per la letteratura e l’arte. Naturalmente come si accennava la collana è pensata come una non convenzionale guida di viaggio e per sua natura non potrà mai essere esaustiva di tutta la ricchezza culturale, naturale e storica di un luogo, come non è ideata per l’approfondimento letterario. Eppure se ne avverte la mancanza a mio avviso di una sezione dedicata. 

Forse questo aspetto si intreccia a un altro nodo problematico della collana che ho riscontrato, ossia la firma di un unico autore: penso per esempio a un altro progetto di narrazione di luoghi e culture come The Passenger, il progetto editoriale nato qualche anno fa dalla collaborazione tra Il post e Iperborea. Proprio nella pluralità delle voci risiede la sua forza maggiore, nella capacità di raccontare aspetti tanto diversi del luogo scelto, nell’approfondimento. Una ricchezza di voci e di sguardi, di cui la maggior parte – tanto negli articoli quanto nelle fotografie – portano la firma di persone del luogo o esperti, di campi differenti, a restituire una fondamentale varietà di spunti e un ottimo grado di approfondimento. Senza nulla togliere al lavoro di Maud Simon nel caso del volume sulla Scozia dunque, a fronte delle altre letture accumulate di questa collana, avverto questa mancanza, che si traduce anche nella scelta di prediligere certe aree tralasciandone altre, approfondire più volte alcuni aspetti e lasciarne indietro altri.

Ci sono diverse cose che ho sentito mancare, dunque, ma ci sono anche molti aspetti di questo volume che mi hanno affascinata, dalle magnifiche fotografie ad alcuni articoli e spunti da cui partire per cercare ulteriori approfondimenti. Poi, certo, va sempre tenuto a mente lo spirito di questa collana e il legame con il viaggio, da qui per esempio anche la sezione presente in tutti i volumi dedicata alle possibili escursioni e percorsi, che apprezzo meno di altre parti ma che innegabilmente ha una sua ragione di esserci. Simon suddivide dunque l’esplorazione delle terre scozzesi in otto parti: Edimburgo, centro, Highlands settentrionali, Isola di Lewis e Harris, Isola di Skye, costa occidentale, Glasgow e Isole Shetland e apre il volume con un'introduzione che sintetizza aspetti geografici e naturalistici e, soprattutto, il conflittuale rapporto con la corona inglese, aspetti su cui poi ci si addentrerà intrecciando narrazione storica, paesaggio, economia. 

Quel che è certo, la Scozia che emerge da queste pagine è una terra ricchissima di paesaggi mozzafiato, antiche tradizioni, identità che ha subito una lunga repressione e della quale cerca di riappropriarsi, siti archeologico, castelli, spettacolari vedute. E, riagganciandoci a quel desiderio estivo d’apertura, luoghi dove starsene indisturbati. Se la voglia di isolamento per esempio arriva a livelli estremi non mancano certo gli spunti in questo volume, tra isole praticamente disabitate – 790 sono, in tutto, le isole scozzesi di cui solo un centinaio abitate – , lande selvagge, antichi croft che possono essere affittati per brevi periodi – ma forse le immagini di overtourism di certe nostre città italiane ci farà venire voglia di prolungare il soggiorno-isolamento – villaggi che mantengono vive le antiche tradizioni. Se poi non disdegnate mettere da parte per un po’ le comodità moderne – l’acqua corrente e l’elettricità per dirne due – forse potreste considerare di trascorrere una notte o due a Inverlonan, sulla costa occidentale delle Highlands:

A pochi chilometri da Oban, Inverlonan è una di quelle mete che bisogna conquistarsi. Alla fine di una strada tortuosa, Dee accoglie gli ospiti a bordo del suo 4x4 per accompagnarli fino al loch Nell, uno specchio d’acqua incastonato nella natura selvaggia. Qui, annidati in un’antica foresta di querce, tre bothy vegliano sulle acque scure del lago. Eredi dei tradizionali rifugi di montagna disseminati sul territorio scozzese, ne propongono una reinterpretazione in chiave contemporanea. […] Del tutto off-grid, questi bothy non sono collegati né alla rete elettrica, né al gas, né all’acqua corrente. La doccia è all’aperto, mentre servizi igienici ecologici assicurano un comfort essenziale. (p. 172)

Scegliere o meno di provare una sistemazione di questo tipo, il contatto con la natura e la sensazione di isolamento è una costante in questo viaggio nelle terre selvagge scozzesi fuori dai centri urbani e villaggi, a partire appunto dalle celebri Highlands con i loro paesaggi indimenticabili. Qui la sensazione di isolamento è assoluta.

Solo pochi villaggi punteggiano un litorale quasi del tutto incontaminato; per raggiungerli si percorre una strada a picco sul mare. L’entroterra è invece disseminato di loch ombrosi, montagne scolpite e brulli panorami, dominati dalle sagome del Ben More e del Ben Hope […]. (p. 72)

Se l’aspetto paesaggistico, dunque, le atmosfere, l’isolamento e la magnificenza della natura riverberano tra le pagine del volume, nei racconti e nelle fotografie, non poteva essere tralasciato il discorso sull’identità scozzese, tra mai del tutto sopite spinte indipendentiste e simboli universalmente noti ma di cui Simon ne raccoglie anche le testimonianze meno conosciute, le storie dirette delle persone che mantengono in vita certe tradizioni. La storia scozzese è segnata dalle tensioni interne, dalle rivalità tra gli antichi clan fino alle sanguinose lotte per l’indipendenza dalla corona inglese. L’unione dei territori scozzesi al Regno risale al 1603 con il figlio di Maria Stuarda la cui salita al trono con il nome di Giacomo I unifica le corone di Scozia, Inghilterra e Irlanda. Sul finire del secolo, nel 1689, la popolazione scozzese insorge proprio per riportare sul trono la dinastia Stuart, defraudata del proprio titolo. La durissima repressione che ne segue condurrà nel 1707 all’Atto di Unione per sancire definitivamente il legame della Scozia come parte del Regno Unito, sciogliendo il Parlamento scozzese e il riconoscimento del governo centrale di Westminster. La perdita del Parlamento in Scozia da l’avvio a nuove tensioni, in un conflitto mai davvero risolto e che verrà represso nel sangue della cruenta battaglia di Culloden (1746): una battaglia che oltre per le ingenti perdite umane è tristemente nota anche per le Highlands Clearances attraverso cui i clan vengono spogliati di tutti i loro diritti, confiscate le terre su cui vivevano e confinati in misere fattorie. Lo spirito indipendentista e il riconoscimento dell’identità scozzese non possono tuttavia essere spenti del tutto e nonostante con il referendum del 2014 si sia scelto di restare parte del Regno Unito, il Parlamento scozzese ricostituito nel 1999 resiste e si lavora per la salvaguardia delle tradizioni, dei simboli, dell’identità appunto del paese.

Identità e tradizioni che passano dagli innumerevoli castelli disseminati sul territorio, memoria di antiche dinastie e dei rapporti con la corona inglese, dai siti archeologici che testimoniano cultura e costumi dei popoli che fin dall’antichità risiedevano in Scozia e i rapporti con le civiltà del nord Europa, dai miti e dalle leggende che popolano le brughiere, i laghi, le campagne, custodite e tramandate nei secoli prima in forma orale e poi, grazie a poeti e scrittori tra cui lo stesso Walter Scott, raccolte e trascritte «garantendo così la sopravvivenza di un patrimonio folklorico fino ad allora prevalentemente orale» (p. 176). Miti e leggende di cui si mantiene memoria anche oggi, attraverso festival, musei e opere letterarie, a plasmare l’identità scozzese.

Impossibile parlare di identità scozzese senza citare alcuni tra i simboli più immediatamente riconoscibili: il tartan, gli Highlands Games, l’Harris tweed, lo scotch, la lingua gaelica. Simon ripercorre gli aspetti più significativi di tali simboli, a diverso grado di approfondimento – per esempio, sul gaelico fa proprio una breve menzione, ricordando che l’isola di Lewis rappresenta il «cuore pulsante della cultura gaelica» (p. 102) ma io mi permetto di segnalarvi ancora l’intervista a Douglas Stuart e le sue considerazioni in merito. Ben più di un semplice tessuto, il tartan racchiude in sé tradizione, storia, identità, repressione, orgoglio, artigianalità.

Il tartan è un disegno su tessuto composto da almeno due bande di colore alternate, che si incrociano verticalmente e orizzontalmente formando un motivo a quadri ripetuto (Scottish Register of Tartan Act, riportato da Simon, p. 64)

È la stoffa indossata dagli Highlander, i clan del Nord, tra XVII e XVIII secolo, che divenne un simbolo di fedeltà al clan degli Stuart e a seguito della battaglia di Culloden proibita: gli Highlander spogliati del simbolo, dell’identità, «costretti ad adottare l’abbigliamento delle Lowlands, ispirato allo stile europeo» (p. 64). Per essere poi nuovamente autorizzato a fine Settecento, ripreso con orgoglio, rivendicato, poi perfino sfoggiato da Giorgio IV durante la sua visita in Scozia (la prima visita di un sovrano dopo la cruenta battaglia di Culloden) e diventare moda, a partire dagli iconici stilisti Vivienne Westwood e Alexander McQueen. Le infinite combinazioni del tartan – di cui dal 2008 esiste un registro ufficiale – rappresentano una traccia di tutto questo.

Un altro tessuto, l’unico al mondo tutelato da una legge parlamentare, che parla di identità, tradizione e resistenza: l’Harris tweed. Simon porta il lettore dentro «un capanno di legno sul retro di casa», quella di Rebecca Hutton, giovane artigiana dell’isola di Harris che insieme a sole altre sei fa parte delle tessitrici indipendenti ancora attive e registrate presso l’ente che certifica l’autenticità delle loro creazioni esclusivamente fatte di «pura lana vergine tinta e filata in uno stabilimento delle Ebridi Esterne e prodotta a mano nella casa di un tessitore dell’arcipelago» (p. 110).

Le pagine del Piccolo atlante edonista, le storie che racchiude, portano incisa l’identità, la tradizione, il desiderio di preservare il proprio passato e i luoghi, e sono per il lettore uno punto di partenza prezioso per cogliere l’animo della Scozia e delle persone che vi abitano, tra passato e presente, interrogandosi su aspetti diversi che vanno dalla politica e l’economia alla moda, l’arte, le competenze artigianali – la confezione del kilt per esempio, ci ricorda Simon, è stata inserita nella lista delle competenze artigianali a rischio estinzione - la lingua, il folklore, i luoghi e il modo in cui ne fruiamo. Uno spunto, per partire alla scoperta, nella realtà o tra le pagine ma sempre con sguardo curioso e aperto, di una terra maestosa e ammaliante.

Debora Lambruschini