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«Scrivo perché voglio capire meglio gli esseri umani»: su scrittura, confronto generazionale, lingua, classe. Intervista esclusiva a Douglas Stuart

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È da poco approdato in libreria l'ultimo acclamato romanzo di Douglas Stuart, pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo John figlio di John, nella traduzione di Carlo Prosperi. Un romanzo stratificato che parla di sentimenti complessi attraverso personaggi che lo sono a loro volta e per questo particolarmente reali, sfaccettati, né santi né cattivi. John figlio di John trasporta il lettore sull'isola immaginaria di Harris, nelle Ebridi esterne, alla fine degli anni Ottanta, tra croft e un quotidiano scandito dal duro lavoro, la terra, l'allevamento, la tessitura. È, soprattutto, una storia di umanità, di rapporti, di difficoltà a comprendersi, a partire da sé stessi. La storia di un figlio, Cal, che torna a casa dopo l'università, e che fatica a riadattarsi a quella vita e a nascondere la sua omosessualità; di suo padre John e del loro rapporto complicato, dei segreti che l'uomo da sempre custodisce, dell'immagine integerrima di sé che restituisce al mondo e della realtà profonda. In occasione del suo arrivo in Italia abbiamo avuto il privilegio di dialogare con l'autore, Douglas Stuart, per la quale ringraziamo infinitamente l'autore e la casa editrice.

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Vorrei partire dal titolo, John of John, perché mi pare abbia diverse valenze e, in un certo modo, possa darci già alcune indicazioni sulle tante stratificazioni del testo e dei rapporti tra i personaggi. John of John, John figlio che ha un legame di sangue, di eredità famigliare con il padre, ma che sottintende anche una forma di proprietà, altro tema peraltro centrale in questa storia la proprietà della terra. E, per contro, il loro rapporto è soprattutto all’inizio del romanzo non così stretto in termini affettivi e di comprensione reciproca. In quella preposizione tra i due nomi dunque avverto tutte le contraddizioni e le complessità del loro rapporto, ma anche del nostro modo stesso come lettori di avventurarci in questa storia. Cosa ne pensa?

Ci hai preso assolutamente con la tua interpretazione e ti ringrazio, davvero, per questa tua analisi. Io, come forse saprai, non ho più i genitori e da sempre sono ossessionato dal rapporto che c’è tra genitori e figli, da quanto noi come figli dobbiamo ai nostri genitori e quanto spazio di manovra invece abbiamo per essere noi stessi in quanto tali

Inoltre è anche un titolo che ci riporta alla dimensione di isola in particolare, perché su un’isola di questo genere se tu chiedi “Come ti chiami”, “Mi chiamo John McLeud” per esempio, ce ne sono tantissimi con quel nome e quindi quella domanda non significa niente. Invece su questo tipo di isola la domanda che ti fanno è “A chi appartieni?”, e quindi tu spieghi chi è la tua gente, la tua gente dice tanto di te e le persone capiscono dove collocarti. 

Poi in questo titolo c’è un altro aspetto, che è la condizione soffocante, e ci riporta al rapporto tra questi due uomini e la scelta dello stesso nome l’ho fatta perché in un certo senso volevo che fossero quasi lo stesso uomo; nel caso di John, abbiamo un padre che ha molta difficoltà a gestire il suo passato, mentre nel caso del figlio, la difficoltà è immaginare il suo futuro. E tra l’altro l’uno è in un certo senso la causa del disagio dell’altro. Entrambi si trovano in questa situazione in cui sono bloccati e faticano a comprendersi. La cosa che mi interessava molto era esplorare il rapporto padre e figlio perché possono anche volersi un gran bene ma dal punto di vista emotivo possono esserci, come in questo caso, oceani che li separano. E poi un ultimo aspetto importante del titolo, questo “of” che mi riporta a quella che è anche la parabola storica della queerness, dell’omosessualità: da una parte c’è Cal che diventa maggiorenne negli anni Novanta e quindi si aspetta una certa serie di cose che in passato non ci si aspettava – l’amore, essere felice, essere sé stesso – mentre suo padre che è arrivato a quel punto della sua vita negli anni Settanta non si aspettava nulla, non poteva avere alcuna aspettativa. Quindi ho voluto proprio affrontare questa parabola attraverso le diverse generazioni.

Come sottolineava in una recente intervista, questo romanzo può essere considerato parte di un trittico con i due che l’hanno preceduto, e che dietro la storia specifica di Cal e John continua quindi a raccontare anche l’evoluzione di un Paese, le sue trasformazioni, questa volta arrivando quasi alle soglie dell’era Blair. La materia sociale e politica mi sembra quindi sempre fondamentale in quello che scrive, indipendentemente poi da quanto questa parte occupi spazio sulla pagina, ma che pure ne permea ogni aspetto. È d’accordo? E quale potrebbe essere la direzione di un prossimo romanzo dunque?

John figlio di John
di Douglas Stuart
Mondadori, settembre 2026

Traduzione di Carlo Prosperi
pp. 416
€ 23 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

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A me effettivamente ha sempre interessato molto quello che è il discorso di classe, il cambiamento della società, la forza lavoro e come i cambiamenti vanno proprio a cambiare le comunità, ma anche come questi mutamenti spesso sono imposti. C’è in effetti una sorta di trittico in cui volevo tracciare un po’ la storia della Scozia nella seconda metà del XXI secolo, come sta per cambiare il mondo anche se i miei personaggi non lo sanno cosa sta per accadere: quello che voglio fare è proprio presentarli nel momento del crepuscolo di una fase in cui il cambiamento è impellente ma loro non lo sanno e tutto sta per mutare. Quindi, ad esempio, a volte le persone pensano che io abbia scelto questo momento storico perché volevo che Cal vivesse in un mondo ancora analogico dove hai delle difficoltà particolari, invece la cosa che volevo sottolineare è come poi l’avvento di internet abbia rivoluzionato la vita in generale di queste zone rurali, a tutto tondo. Come ha cambiato completamente anche la concezione di questi luoghi: nel romanzo abbiamo questo croft dove vivono e che difendono con le unghie e con i denti e ciò crea tutta una serie di problematiche, ma è tutto un gran affannarsi quando non sanno che a breve non varrà più niente perché la loro vita, la loro attività di agricoltura nel croft, andrà a morire; non soltanto nelle Ebridi esterne ma nelle isole in generale perché a seguito dell’arrivo di internet si rivoluziona la nostra vita. La gente va in pensione e decide di trasferirsi in queste zone che dunque non sono più sperdute e sconosciute, ma questo fa sì che attraverso internet i giovani vedano anche quello che c’è fuori e che se ne vadano, con un conseguente spopolamento. 

Volevo proprio fare una fotografia di questo tipo di società, mentre siam sulla soglia di una nuova fase. A me interessa sempre molto parlare di classe e working class ma noto sempre una forma di arroganza quando si parla di queste cose perché si tende a pensare di fronte a un grande cambiamento come lo è stato l’avvento di internet quasi sempre solo a quello che accade nelle grandi città; parallelamente si tende a romanticizzare luoghi come le Ebridi e altre isole scozzesi e invece quando ci sono andato la prima volta nel 2019 mi sono reso conto che non è affatto quella la realtà: la vita è molto molto pratica, di soldi ce ne sono pochi e devi lavorare tantissimo anche per le cose più semplici e non c’è niente di romantico in queste condizioni. Poi altro aspetto interessante per me era che non volevo affrontare solo la questione della vita di persone gay in quanto tali ma proprio di uomini e donne che vivono in un contesto del genere e come fanno a garantirsi da vivere calcolando anche quanto sia diminuita la popolazione nel tempo in questi luoghi. Inoltre volevo abbattere uno stereotipo secondo cui si tende a pensare che la working class non sia interessata alla bellezza e invece non è così e in questo romanzo ho cercato di farlo venire fuori e soffermarmici.

A proposito di scrittura, di linguaggio. Vorrei soffermarmi un attimo sul gaelico, con cui sceglie di nominare i singoli capitoli e, soprattutto, diventa parte della storia, il linguaggio condiviso tra padre e figlio per tenere fuori – almeno così pensano – Ella, la nonna materna, forse anche per stabilire un legame tra loro, intimo, viscerale. Che cos’è stata per lei questa scelta nella costruzione del romanzo? E che cosa rappresenta nella realtà per lei il gaelico?

Il gaelico è una lingua di minoranza anche in Scozia, dove lo parla appena l’1% della popolazione, si chiama “lingua delle ginocchia”, perché si imparava stando sulle ginocchia della propria madre e ovviamente è anche una lingua che non piace al governo inglese, perché quello che loro non capiscono non va bene e si sono tanto sforzati per eliminarla. Mi piace moltissimo quindi pensare che in queste isole, lassù nelle Ebridi, si continui a parlare gaelico perché è un orgoglio e una sorta di sfida al governo. 

Poi c’è anche l’aspetto legato alle enormi possibilità drammatiche che arrivano dall’utilizzo del gaelico, perché ad esempio pensiamo a quello che dicevi anche tu, il riferimento a Ella: volevo proprio sottolineare come ci fossero questi rapporti claustrofobici tra generazioni diverse, con Cal che viene utilizzato un po’ come una pedina in questo senso e Ella considerata ancora una outsider perché non parla gaelico nonostante sia lì da cinquant’anni. Altro aspetto importante: quando ci sono John e Innes che parlano tra loro, in un momento di intimità, si parlano in gaelico; mentre quando parlano di cose più concrete usano l’inglese, perché è quella la lingua della praticità. 

Io non conoscevo il gaelico e ho dovuto impararlo, e c’è un altro aspetto importante che ho scoperto imparandolo: il legame strettissimo che c’è tra luogo e lingua nel senso che una lingua è anche profonda espressione del luogo in cui ci si trova a vivere, per cui se uno va alle Ebridi trova per esempio dodici parole per indicare il vento, perché è un elemento centrale del luogo. Il gaelico ha una capacità espressiva che all’inglese manca. 

E poi ancora un altro aspetto, il fatto che nel mio romanzo l’uso del gaelico rappresenta un po’ anche i desideri di queste persone, come John guarda al passato e parla il gaelico e come Cal invece guarda al futuro e non lo vuole parlare più. Aggiungo un’ultimissima cosa visto che nessuno mi fa mai questa domanda sul gaelico e ti ringrazio tanto di avermela posta: ho notato che quando sei in Scozia è raro sentire qualcuno che parla gaelico e quando capita ne sei colpito ma anche con connotazione negativa, si tende a pensare che chi lo parla sia uno zoticone che guarda al passato; qui torna il discorso di prima della questione di classe e di una certa forma di vergogna se lo si parla.

Quello che rende straordinario il romanzo sono i personaggi che ha creato. Perché sono persone, fatte di carne e sangue, pieni di difetti e mancanze appunto, umani proprio per questo. Non ci sono eroi assoluti come non ci sono d’altronde villain, ma uomini e donne che tentano di fare il meglio di quello che possono, con quello che sanno, con quello che hanno a disposizione. È rischioso forse scrivere personaggi di questo tipo, ma quando si riesce nasce sulla pagina qualcosa di interessante davvero. E, aggiungo, la sua posizione verso i personaggi mi è parsa sempre attenta a non giudicare. Che cosa ne pensa? Quali sono state le sfide e la bellezza di costruire personaggi di questo tipo?

Forse scrivo perché voglio capire meglio gli esseri umani io stesso e quindi quando parto ho un’idea di massima della storia e dell’ambientazione ma sono solo un punto di partenza perché poi, in realtà, scrivo molto lentamente proprio perché voglio conoscere i miei personaggi, averne il tempo come con le persone, capirli nel profondo. Tra l’altro non so se questi personaggi vengono da dentro di me o dall’esterno, perché magari c’è dentro di me qualche problematica irrisolta, qualche domanda a cui non riesco a dare risposta e da lì nasce a volte un personaggio. 

Altro aspetto, nei primi due romanzi, con i due personaggi ragazzini c’era una chiarezza, una positività dal punto di vista morale, mentre in questo caso è diverso perché abbiamo degli adulti. Ad esempio, io sono figlio di una mamma che soffriva di una dipendenza e, quando da bambini si vive questo, si impara che la stessa persona può volerti un gran bene ma anche ferirti e pure che si può avere paura di questa persona. Per cui c’è tutto un ampio spettro di sfaccettature che caratterizza l’essere umano e questa è una lezione molto dura da apprendere da bambini ma molto utile se poi diventi scrittore. 

E poi altro aspetto importante è la religione, come può avere un ruolo e come si crea proprio questa tensione, questo rifiuto ad esempio dell’omosessualità e crea un dilemma, un dolore dal punto di vista dell’essere umano. Però ecco, secondo me, il fatto di essere gay e la religione è un nodo che non si scioglierà mai, non alle condizioni attuali. Però questa contraddizione tra religione e omosessualità diventa una contraddizione esterna – tra quello che la religione dice e ciò che invece i personaggi fanno – ma anche una contraddizione interna perché per esempio John fa finta di essere questa persona integerrima che però all’interno non è. Ama profondamente Dio ma ama anche Innes, seppure non dovrebbe secondo quello in cui crede. Quindi c’è una grande complessità che caratterizza tutti questi personaggi, tale che questo libro infatti io l’avevo finito due anni fa: l’avevo lasciato un po’ sedimentare ma per sei mesi ho avvertito che qualcosa non andava; e allora mi sono messo a parlare con i personaggi e mi sono reso conto che a un certo punto della prima versione avevo fatto fare qualcosa a John che lui in realtà non avrebbe mai fatto ed è stata un’illuminazione. Come se io avessi dato prevalenza alla trama senza ascoltare i personaggi. A quel punto, ahimè, ho dovuto buttare via metà libro e cambiare quello che accadeva ma il risultato così mi soddisfa.

Una cosa con cui mi piace sempre chiudere le intervista: che tipo di lettore è?

Bellissima domanda, non me l’ha mai fatta nessuno. Va detto che io ho iniziato a leggere tardi e devo dire che mi piace leggere storie che mi trasportano in un mondo intero, dove possa immergermi completamente e dove ci sono personaggi con cui passare settimane e settimane della mia vita. Anche se fatico un po’ a identificarmi come un tipo particolare di lettore. Pensandoci bene, come lettore sono più affascinato dai personaggi, dalle persone, voglio incontrare l’umanità quando leggo, vivere delle vite che non sono la mia e quindi cercare anche di conoscere davvero a fondo questi personaggi per andare oltre questa sorta di solitudine, come a creare dei rapporti con loro.


Intervista a cura di Debora Lambruschini. Ringraziamo l'autore e la casa editrice Mondadori per la disponibilità