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Un delicato viaggio che vorresti non finisse mai: "La marcia di Mina" di Yōko Ogawa

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La marcia di Mina
di Yōko Ogawa
Il Saggiatore, settembre 2026

Traduzione di Laura Testaverde

pp. 304
€ 19 (cartaceo)
€ 6.99 (ebook)


Avete presente i carillon? Ecco, io ho un debole per questi oggetti perché con le loro musiche dolci e talvolta un po' sinistre, sembrano custodire il tempo e affidare al loro movimento circolare un segreto di vita sconosciuto ai più. Questa è più o meno la stessa sensazione che ho provato nel leggere La marcia di Mina, magnifica opera della celebre autrice giapponese Yōko Ogawa.

Ambientato nella primavera del 1972, il romanzo affida il proprio sguardo a Tomoko, una dodicenne sradicata dalla sua quotidianità a Tokyo e spedita nella sfarzosa residenza di una zia ad Ashiya, cittadina costiera intrisa di echi letterari e modernismo borghese. L'impatto con la nuova realtà è quello di un ingresso in un reame incantato: un’imponente residenza in stile occidentale popolata da figure alquanto singolari. Quella che all'apparenza si presenta come una classica parentesi di formazione si trasforma presto nell’ingresso in un universo incantato e claustrofobico al tempo stesso. La villa, con le sue diciassette stanze d’ispirazione occidentale e il giardino che custodisce un ippopotamo pigmeo femmina di nome Pochiko, ultimo e solitario superstite di un vecchio zoo, diventa il teatro di un’infanzia che oscilla tra la favola e il presagio.

Nel boschetto «qualcosa» si mosse: un ammasso nero che non potrei definire altrimenti. «Laggiù qualcosa si è appena mosso, no?». Indicai con il dito. « Ah, è Pochiko». Il tono di Mina si era addolcito appena. «Pochiko l'ippopotamo». Seppi così all'istante che in quella casa c'era un altro abitante molto importante. (p. 21)

Ciò che colpisce della scrittura di Ogawa è la totale assenza di drammaticità forzata. L'effetto drammatico a tutti i costi non c'è, perché la scrittrice preferisce costruire strati e strati, accumulando immagini, silenzi e piccoli oggetti carichi di mistero, come le scatole di fiammiferi collezionate e animate dalla cugina Mina. Mina, figura fragile e febbrile, è affetta da asma ma è anche dotata di un forte magnetismo,  il perno attorno a cui ruota questo universo domestico protetto, un rifugio che pare miracolosamente immune alle turbolenze del mondo esterno, pur portando in sé il marchio indelebile della caducità. La classica gabbia dorata, diciamo. Inizialmente, la dimora appare come un rifugio ovattato, immune ai movimenti sociali che scuotono il Giappone di quegli anni. Con il tempo, tuttavia, Tomoko comincia a percepire le incrinature di quel microcosmo: le assenze misteriose dello zio, la clausura volontaria delle donne di casa recluse nei propri universi di carta, fino al tesoro di Mina.

Lo zio spense le luci. Fermando il cameriere che stava per accendere le candele, disse: «No, lasci. L'incaricata dei fiammiferi, a casa nostra, è Mina: lo fa lei. Non esiste altra bambina in grado di accendere fiamme belle come quelle che accende lei».  (p. 90)

Attraverso una prosa a tratti surreale, a tratti onirica ma sempre penetrante, il romanzo ha l'intento di indagare la natura sfuggente dei legami familiari, manifestando il peso dei segreti conservati, archiviati nel cassetto e mai pronunciati ad alta voce e traccia una linea d’ombra che separa l’innocenza dalla consapevolezza adulta. Ognuno dei pittoreschi personaggi di questa storia abita una personale solitudine: un castello di carta costruito nel tempo e pronto a crollare per la sua fragilità. 

Questa sensibilità verso l'animo umano e le sue complessità ha un che di commovente perché l'autrice riesce nel difficile compito di restituirci personaggi così autentici da farceli vivere tridimensionalmente, con tutte le loro sfumature: ombre e luci. 

A fine lettura prevale senz'altro il senso di nostalgia e turbamento per aver chiuso con un mondo che ci aveva completamente assorbiti. Confrontandosi con la classica struttura del romanzo di formazione, l’autrice declina l’archetipo dell’estraneo catapultato in un universo sconosciuto, trasformando un tema classico, la perdita dell'età dell'innocenza, in un’esperienza sensoriale a tratti davvero folgorante. Tomoko adulta, volgendosi indietro a contemplare quel frammento decisivo della sua giovinezza, restituisce al lettore il sapore di un tempo rimasto sospeso tra la bellezza struggente della natura e la sottile inquietudine di un equilibrio destinato, inevitabilmente, a dissolversi. 

Il racconto alterna la dolcezza dei primi ricordi al trauma improvviso e originario: la perdita del padre nel 1966, la prima di una serie di ombre che caratterizzeranno il testo. Questa scansione temporale, fa da cassa di risonanza alla brevità dell'esistenza. Eppure, il tono non scade mai nel cupo: la prosa di Ogawa sa tingersi di un’ironia minuta, fatta di venature surreali e di un fascino quasi fiabesco, dove l'inquietudine e la meraviglia convivono nello spazio di una sola immagine. 

La marcia di Mina è una lettura magica, che richiede davvero tanto tempo, se la si vuole apprezzare appieno. Un'opera capace di lasciare un'impronta duratura nella coscienza di chi sa abbandonarsi alla sua malinconica e luminosa armonia. Bellissime anche le illustrazioni interne che accompagnano meravigliosamente la lettura.

Carlotta Lini