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Un romanzo che ci parla di una straordinaria amicizia a cavallo di due millenni: Giulia Baldelli presenta le "sue" ragazze

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È nelle librerie dal 30 giugno scorso ed è alla sua quarta ristampa. Un grande passaparola tra lettori e lettrici lo ha consacrato come uno dei libri da inserire nella propria personale lista di lettura, nonostante le sue 572 pagine che scivolano via e ci lasciano orfani quando si arriva al finale. Un'appassionata Giulia Baldelli ci parla del suo romanzo Un mondo soltanto, in occasione di una delle tantissime presentazioni che hanno portato le "sue" ragazze, Tessa, Virginia, Cecilia e Irene, in giro per l'Italia. Una storia che ci fa riflettere sull'amicizia e sulle sue trasformazioni, sulla maternità e sul passaggio di testimone tra generazioni in una vicenda che attraversa trent'anni della nostra Storia tra Fossombrone, Fano e Bologna e che racchiude tutto quanto in "un mondo soltanto".

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Il tuo romanzo é stato accolto con entusiasmo sia dal pubblico sia dalla critica, mettendo tutti d'accordo. Sei stata paragonata a Elena Ferrante per le storie che racconti e per il modo nel quale le racconti. Come hai vissuto questo paragone?

Un mondo soltanto
di Giulia Baldelli
NNE, giugno 2026

pp. 574
€ 22 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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L'ho vissuto in modo molto semplice: ricordo che quando é uscito il primo articolo sulla stampa e da lì si é ingenerata questa similitudine, ho reagito con una "gioia tranquilla". Considero Elena Ferrante una maestra di scrittura e di lei amo in particolare la sua capacità di mettere in scena la narrazione, ovvero costruire la scena nella quale i personaggi si confrontano, agiscono e si muovono, sottraendo sé stessa da quella narrazione. Quindi ho apprezzato tantissimo questo paragone con una scrittrice che amo e leggo da ancor prima che diventasse così popolare. Si é parlato del fatto che ne raccolgo l'eredità, ma voglio precisare che ne raccolgo un'eredità che io considero generazionale. C'è un distinguo fondamentale nelle nostre narrazioni da individuare appunto nella generazione di donne che io inquadro e nella loro localizzazione, perché Ferrante ci mostra delle bambine del Sud Italia del secondo dopoguerra che giocano in mezzo alla polvere, non hanno libertà e non possono studiare. Le mie ragazze vengono dopo quelle bambine che sono già diventate donne, che sono maturate e hanno compiuto lotte pubbliche e lotte private delle quali hanno poi beneficiato le donne della mia generazione, che sono poi le mie protagoniste. Le ragazze di cui io parlo hanno una libertà non totale, ma importante, ricevuta quasi in dono dalle Lila e Lenù che le hanno precedute e questo segna una demarcazione fortissima tra i due tipi di narrazione.

La copertina del libro é una fotografia che sembra assolutamente perfetta per descrivere le tue ragazze: ce le vuoi presentare?

Quando é stata scelta la fotografia, non è stata attribuita a ciascuna delle donne ritratte la fisionomia del personaggio, però ci siamo resi conto che erano le lettrici e i lettori a fare questa associazione. E straordinariamente questa immagine descrive abbastanza bene le ragazze, anche se, ovviamente, il lettore può attribuire a ciascuna il volto che, leggendo, ha immaginato per loro. Dunque, c'è Cecilia, che è la generosa del gruppo del quale è la fondatrice; Irene, la leggera, per la quale dovrà essere il lettore a stabilire la natura di questa sua leggerezza; Virginia, la più rivoluzionaria, intelligente e determinata e al contempo fragile; e infine c'é Tessa, fuori dalla scena perché è lei a scattare la fotografia, esattamente come avviene nel romanzo. 

La voce narrante è proprio quella di Tessa, la voce più sgangherata e dissonante. Perché hai scelto la sua voce e come l'hai scelta?

La voce che ci guida nella storia, pur essendo questo un romanzo che si può definire corale, é quella di Tessa e questo comporta inevitabilmente che alcuni lati della storia rimangano sempre un po' in ombra e richiedano uno sforzo da parte del lettore affinché si svelino completamente. La sua é una voce in grado di generare un forte impatto nei lettori e nelle lettrici, nel bene e nel male, perché fa pochi sconti, é una voce affilata. L'io narrante é la mia dimensione di scrittura, é in grado di entrare nelle dinamiche emotive degli altri personaggi e non solo di sé stessa. Secondo me il potenziale di partenza di Tessa, il fatto cioè di essere figlia di una eroinomane e di non avere mai conosciuto il padre, sarebbe stato il motore giusto per questa storia che volevo durasse tanto, ma che non fosse lenta nel ritmo. Avevo cioè bisogno di una voce capace di sostenere un ritmo elevato. E Tessa lo sa fare e lo fa.

Un mondo soltanto é suddiviso in quattro tempi ed è la storia di un'amicizia: come cambia nel tempo questo legame e cosa resta di quell'amicizia nata sui banchi di scuola nelle tue ragazze quarantenni che vivono in un mondo completamente diverso da quello dal quale erano partite?

La storia prende avvio nel 1995 a Fossombrone, un paesino dell'entroterra marchigiano, dove abita Tessa, ed é a Fano che quattro ragazze si legano quasi fatalmente in un rapporto di grande amicizia. Ho voluto seguire questo legame per trent'anni appunto, fino ai giorni nostri. Volevo seguire proprio le dinamiche di questa amicizia a partire dall'adolescenza fino ad arrivare alle insidie dell'età adulta, quando prende il sopravvento il rapporto di coppia, l'essere genitore, l'affermazione professionale e l'amicizia sembra messa quasi in secondo piano. Ecco, io volevo questa sfida e che le mie ragazze vivessero quell'insidia e la superassero. Di quell'amicizia resta l'umanità, la vicinanza, il loro modo per restare comunque vicine. 

Qual è il significato del titolo di questa storia e da dove é venuto? 

Ho scritto la storia senza attribuirle un titolo: aveva titoli diversi, ma che non mi convincevano fino in fondo. Poi mi sono detta che il titolo, in fondo, c'era già, c'era sempre stato, perché la frase si affaccia nel Prologo, quando nonna Rita consegna a Tessa una scatola che contiene i ricordi dell'amicizia delle ragazze adolescenti prima che si incrinasse. La nipote, titubante, afferma che oramai quel mondo non esiste più. ma la nonna risponde che in verità, non esistono più mondi perché c'é un mondo soltanto. Questo è il senso del romanzo.

Un mondo soltanto è un libro fortemente politico, nel significato più nobile di questo termine, che affronta il tema dell'esclusione, della genitorialità, dello scontro generazionale...

Questo è il romanzo più politico che ho scritto fino ad ora. Dobbiamo riappropriarci di questa parola che vediamo con timore, con distacco, repulsione e con posture che ci chiamano fuori, come se ci fossero più mondi, appunto: il mondo della politica e il mondo della mia vita. Ma non é così perché la politica ci appartiene ed é nostra. Io porto la politica in questo romanzo attraverso la vita delle ragazze, con i loro corpi che in questi trent'anni del mio romanzo-mondo mostrano la trasformazione che le vede figlie e poi madri in un passaggio di testimone generazionale.

Nel romanzo si parla molto anche di famiglia: le ragazze vivono in famiglie tra loro diversissime e imperfette ciascuna a modo proprio, dove emerge che "le colpe dei padri non ricadono sui figli" dal momento che i tuoi personaggi hanno la forza di costruirsi ciascuno la propria vita. È così?

Rispondo con un gioco di parole: le colpe dei padri non ricadono sui figli perché qui si parla principalmente di madri. Il punto di vista della storia, come abbiamo avuto modo di dire, é netto e marcato. Io rifletto sulle responsabilità delle madri e delle donne. Scegliere di dare voce alle donne e spazio alle loro responsabilità non significa che io abbia fatto una scelta contro il genere maschile. La letteratura é una casa molto accogliente nella quale trovano spazio entrambi gli sguardi, senza che si debbano per forza scontrare.

Il romanzo ha un andamento circolare: la frase pronunciata da nonna Rita nel Prologo e ripetuta da Tessa nell'Epilogo, e il dono della scatola di nonna Rita che fa da contraltare al dono ai propri figli del romanzo che Tessa, proprio grazie a quella scatola, scriverà. Quale ruolo svolge la letteratura e aver messo nero su bianco la propria vita?

Dopo aver completato il romanzo, ho capito che questa è una storia sul perdono grazie alla lettura di altre persone. La scrittura è uno specchio che illumina parti te che non ricordavi di avere o non hai mai saputo di avere. La necessità di scrivere di perdono era in me così profonda che la scrittura l'ha portata fuori senza che nemmeno me ne accorgessi. Questo fa la letteratura, sia nella scrittura sia nella lettura. Leggere ci mostra parti di noi che avevamo dimenticato di avere. 

Rita è un personaggio potentissimo...

Appartiene a un'altra generazione. Fa a Tessa il dono più importante: una scatola nella quale la nipote potrà trovare e riconoscere sé stessa. È un atto di generosità estremo perché le dice che tutto ciò che sta cercando, é dentro di sé. 

Quando parli delle ragazze ne parli con molto affetto: sei pronta a lasciarle andare, le porti con te, dove andranno e dove ti stanno portando?

Le porto sempre con molto affetto. Io sono molto legata a questo romanzo. Gireremo insieme ancora tanto, parlerò di loro, andremo in altri Paesi. Il cammino con loro sarà lungo. Il legame con le ragazze è profondo, tanto che quando ho messo la parola fine al romanzo, mi sono sentita sola come Tessa prima di conoscere le sue amiche.


Intervista a cura di Silvana Maria Baroni.

Si ringrazia l'autrice per la generosità; immagine di copertina fornita dalla casa editrice, che ringraziamo.