di Dorothee Elmiger
Gramma Feltrinelli, 2026
Al centro della storia di Quello che non si può dire vi è una vicenda oscura e davvero accaduta: la scomparsa in una foresta tropicale dell'America Latina di due ragazze olandesi. Un regista teatrale decide di convocare in quella stessa giungla una serie di personaggi, tra cui una scrittrice che dovrà tenere un diario, per annotare ogni momento.
Fin dalle prime pagine Elmiger fa capire al suo lettore che non le importa molto ciò che succede nella storia, ma la modalità in cui questo verrà rappresentato. Si parla infatti del teatro «questo luogo di costante duplicazione», di una scrittrice che stava lavorando alla storia dell’occhio, cioè alle apparizioni e ai sortilegi dei mistici, e poi a una serie di 91 fotografie, che dovrebbero documentare il mistero della scomparsa delle olandesi (che in effetti il titolo era proprio Die Holländerinnen) ma che invece non mostrano nulla in modo nitido.
La scrittrice, che dovrebbe tenere un resoconto di una strana missione, è in realtà alle prese con il processo di dissoluzione della propria opera
ora che vive dunque questa dissoluzione, è evidente che non può più presentare una teoria della propria opera, ma al massimo - così aveva creduto all’inizio - una teoria della dissoluzione, dell’interruzione, del disfacimento. Ma questo processo, in realtà, non segue alcuna regola, non ha un disegno, si tratta di un vero e proprio preferirei di no bartlebyano che, come ha dovuto constatare nelle ultime settimane davanti al computer, si sottrae per sua stessa natura a ogni teoria. (p. 13)
Partendo da un fatto di cronaca reale – la misteriosa scomparsa nel 2014 di due giovani turiste olandesi nella giungla tra Panama e la Colombia – Dorothee Elmiger scrive un testo perturbante, che non è thriller né inchiesta, ma riflessione sui limiti del linguaggio e della razionalità.
La narrazione apparentemente si focalizza sulla voce narrante (la scrittrice) che segue una compagnia di teatranti che va nella foresta tropicale per ripercorrere i passi delle due donne, per alzare un velo sul mistero della loro sparizione. Un enigma insoluto, reso ancora più enigmatico da alcune immagini contenute nella fotocamera ritrovata sul luogo della scomparsa. Novantuno fotogrammi scattati tra l’una e le tre del mattino, con il pulsante premuto in rapida sequenza nel disperato intento di rendere percepibile qualcosa nell'intrico della giungla. Ma non è un racconto lineare: la narrazione si interrompe per dare spazio a digressioni e a riflessioni, alle microstorie e alle aspettative di ognuno dei partecipanti alla spedizione, ma soprattutto alle sue memorie traumatiche.
Fin dall'inizio del viaggio le era parso di avvertire una sorta di pericolo, un disagio che la investiva a ondate; ma allora non le era stato possibile dire se quella sensazione provenisse dal paesaggio che la circondava, dal clima - quasi fosse una perturbazione o una tensione meteorologica - o dal lavoro imminente, il progetto del regista. O se, invece, la sua fosse l'inquietudine di chi è dislocato, disorientato per il fatto di ritrovarsi all'improvviso in un mondo che non riconosce più. (p. 21)
Questo disagio investe a ondate anche il lettore: man mano che si entra nel cuore della giungla, la realtà si sfalda, e si avverte sempre più il "Grande Dio Vuoto", ossia l'abisso concettuale che inghiotte il senso logico del mondo.
Vincitore del Deutscher Buchpreis 2025, il romanzo di Dorothee Elmiger è senza dubbio un romanzo colto e raffinato, che sorprende per lo stile evocativo e straniante, che lascia addosso un'inquietudine che – quasi come una polvere sottile – si deposita sempre sempre più sull'animo del lettore.
La foresta tropicale, luogo magnetico e per nulla rassicurante è un simbolo del fallimento della razionalità occidentale, della sua funzione "rischiaratrice". Il buio e l'inspiegabile albergano nell'animo di ogni uomo. Citando Merleau-Ponty, l'autrice ricorda che «l'essenza propria del visibile è di avere un doppio invisibile in senso stretto, che il visibile manifesta sotto forma di una certa assenza» (p. 20).
Deborah Donato

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