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«Bestia tra le bestie, fidarsi solo della pelle»: la "Bestiola" di Jonathan Bazzi

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Bestiola
di Jonathan Bazzi
Mondadori, ottobre 2026

pp. 280
€ 19,00 (cartaceo)
€ 10,99 (eBook)

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Un trauma, se è davvero tale, può diventare una medaglia? (p. 129)

Sono anni che nella società contemporanea ci si chiede: “Quand’è che, veramente, un trauma smette di fare male?” e “Come, precisamente, si ristabilisce una riattivazione dell’attività quotidiana?”. Il trauma, per sua stessa natura, introduce una frattura nel flusso del tempo e rende l’immobilità una stasi di vita perenne. Ma il tempo, così indefinito e ipotetico, non è lo stesso per tutti, ed è scandito da fattori che ne interpongono le priorità, come l’amore, la vita e la morte per due gatti.

Jonathan Bazzi ritorna – con grande poesia e intimità – in libreria. Bestiola è il suo nuovo romanzo, o per meglio dire, il suo nuovo spaccato di vita in una vita che non è stata, negli ultimi anni, così clemente. È proprio il trauma, quello che decide di donare ai lettori, della morte dei suoi due gatti Mirtilla e Purè, che non è né annullato né dimenticato ma integrato come crepa nella sua storia. Dopo un periodo di letargo, fatto di traslochi e precarietà, Bazzi ritorna a scrivere affinché le memorie di coloro che ha amato prendano spazio tra le pagine bianche. Non è un libro sul lutto, non è un libro di resilienza e non è un libro sui gatti; è un libro che analizza la vita nascosta, quella che si pensa ma non si dice e che stratifica il senso dell’esistere al centro di eventi comuni.

In Bestiola, Bazzi compie un’operazione radicale che va ben oltre la semplice narrazione dell’affetto domestico o della pet-parenting contemporanea, perché spoglia il rapporto con l’animale da ogni residuo di padronanza, possesso o antropomorfizzazione consolatoria, per mettere a nudo qualcosa di molto più profondo: un vero e proprio atto di devozione e annullamento.

Ci chiediamo spesso perché e quando accade che un essere umano decida di annullarsi per un animale. In Bestiola, questo cortocircuito non nasce da una fuga infantile dalla realtà, ma da una precisa forma di resistenza esistenziale. Di fronte all’iper-stimolazione della vita performativa milanese – con le sue metriche di produttività, la precarietà sfacciata come ambizione e il rumore di fondo di una società che chiede presenza e prestazione continue –, l’animale diventa l'unico spazio in cui la maschera sociale crolla. I suoi gatti non sono "proprietà", né semplici compagni di stanza; sono creature pure, presenze assolute che pretendono una presenza altrettanto assoluta. In questo "farsi domestico" e servitore della vita felina, l'autore non cerca una subordinazione, ma una liberazione. L'animale non giudica, non produce, non chiede di performare: esiste. E nell'atto di dedicare la propria vita a quella presenza minuta e solenne, Bazzi trova l'unico riparo capace di disinnescare la paralisi del vivere contemporaneo, trasformando l'annullamento di sé non in una resa, ma nell'unica forma possibile di salvezza; in un romanzo che è al tempo stesso memorie di un’ossessione, diario di resistenza e manifesto contro l’alienazione moderna.

Ci sono cose che non vanno, in noi, per anni. Un peso, un fardello, una distorsione che sembra ormai essersi fatta fossile. Arriviamo al punto di pensare che davvero non cambierà mai. Poi, di colpo, in un posto diverso da quello della frustrazione, attraverso un incontro, o dopo un esaurimento delle forze e un breve periodo di convalescenza, qualcosa si muove. Senza un perché, tutto sembra sul punto di ripartire. [...] Dimentichiamo spesso di essere corpo, di reagire, anche in modo stupefacente, all’influsso sottile dei luoghi, delle geografie. Dimentichiamo il corpo. Il corpo, di noi, non si scorda mai. (pp. 62-62) 

In Bestiola, il momento in cui l'animale viene a mancare – dopo circa diciassette anni di vita simbiotica in cui la presenza di gatti come Mirtilla e Purè ha ridefinito l'esistenza dell’autore stesso – non è soltanto un evento doloroso: è un vero e proprio crollo della struttura spaziale e sensoriale della casa. Quando la presenza felina si dissolve, Bazzi si trova di fronte all'enigma fondamentale che attanaglia chiunque viva un trauma: come si fa a trovare un posto al dolore? E com'è possibile tornare a riabitare gli spazi, i sensi e le forme della quotidianità?

È proprio nella narrazione di questo vuoto che Bestiola compie il suo atto politico e critico più coraggioso, ponendo l'accento sulla concessione di legittimità per il lutto animale.

In una società come quella italiana – ancora fortemente imbevuta di una visione antropocentrica e spesso paternalista verso il mondo animale – il dolore per la perdita di un gatto o di un cane, o di qualsiasi altra forma vivente, viene frequentemente associato a una fragilità infantile, una bizzarria da "gattari" o squilibrio emotivo, per scontrarsi con una rigida e ipocrita gerarchia dell'importanza emotiva. È qui che Bazzi mette a nudo anche una serie di umane verità, senza mai posizionarsi sul piedistallo morale per giudicare il mondo da cui cerca rifugio; al contrario, mette in piazza le proprie contraddizioni, le proprie piccolezze e le nevrosi che lo affliggono nell'era della visibilità permanente. 

Uno dei nodi più dolorosi e autentici del libro è la riflessione sulla mercificazione della creatività. Bazzi racconta la malsana convinzione che il suo secondo libro non abbia saputo replicare l'impatto, "la magia" e i numeri travolgenti dell'esordio Febbre; da qui nasce la paralisi che rimanda l'uscita di Bestiola. Non nasconde la propria fame di conferme, il desiderio del piedistallo, la tentazione umana di sentirsi speciale e compreso. C'è in Bazzi la ricerca di una comunità o di un interlocutore con cui condividere interessi ideali, il bisogno profondo di essere "visto" davvero. Ma questa naturale spinta all'affermazione si scontra con il panorama contemporaneo, dove la condivisione si è ridotta al feticcio della presenza digitale.

In Bestiola trova spazio una critica lucidissima alla quotidianità mediata dai social. Bazzi descrive la spirale dello scrolling continuo, il voyeurismo digitale e la tortura del confronto perenne con la vita e i successi altrui. Le piattaforme, invece di favorire la scoperta di sé o una reale vicinanza, si rivelano per ciò che sono: generatori di una solitudine atomizzata, specchi urticanti in cui la propria identità finisce per prosciugarsi.

È proprio nell'intersezione tra queste fragilità che la presenza dei suoi gatti assume un valore salvifico definitivo:

Mi sono rimesso a scrivere, quando ho pensato che non l’avrei più fatto, perché loro hanno ripescato sul fondo la morbidezza che, a un certo punto, devo aver ritenuto proibita. [...] Tutto quello che posso fare, ora che non ci sono più, è raccontarlo, provare a salvarlo dalla bocca nera del tempo. Una storia per dire che non resta che questo: una piccola etica della tenerezza. E il sapere che esiste – è esistita, e forse esisterà ancora – una specie di gioia primitiva. Una gioia senza ragione. (p. 268) 

È in questo scatto che la scrittura di Bazzi, sempre chirurgica, nitida, eppure attraversata da una poesia sottile, rivela tutta la sua potenza espressiva. Con una lingua precisa che sa farsi carne e memoria, Bestiola trasforma un'esperienza intima in un'interrogazione solenne che potrebbe riguardare tutti. Non ci sono risposte facili, ma una scrittura che funziona come tana e amuleto. Un libro necessario che ci ricorda come, al netto delle nostre vanità ferite e del rumore del mondo, l'unica forma di salvezza possibile passi ancora da un atto di pura devozione verso ciò che è fragile, irriducibile e selvaggio nella sua grazia.

Serena Palmese