Il tempo rubato
di Rosalyn D'Mello
Edizioni Alphabeta Verlag, 10 settembre 2026
Traduzione di Cristina Vezzaro
pp. 288
€ 19 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
Questo saggio fluttua. Scrivo su bigliettini, volto pagina e mi impongo di fare incursioni in avanti. Ho abbandonato qualsiasi nozione di controllo sulla struttura e la forma finale che assumerà. È quel che è, conseguenza del tempo rubato (p. 32)
Quando una donna diventa madre, cosa rimane di lei? Appartiene o non appartiene a sé stessa? Se lo stesso atto di nutrirsi diventa indispensabile per tenere in vita un altro corpo, che dipende interamente dal suo, lei – ovvero la sua individualità – nel mentre, di cosa si ciba? E chi dispone del suo tempo?
Questa è la ricerca, tenera e avvolgente, che si srotola tra gli appunti settimanali – o, come ama chiamarli, «secrezioni» (p. 110) – che, nel rituale dei ritagli di tempo, Rosalyn D'Mello annota per nove mesi (quasi una seconda gestazione) sugli sviluppi della sua neonata maternità. Prende così forma un testo ibrido e non etichettabile (saggio-monstre, come spesso è definito; memoir, cronaca diaristica) tenuto insieme da una coinvolgente ma controllata urgenza comunicativa.
I contenuti che D'Mello lascia affiorare sui fogli bianchi, per tramite della sua affezionata stilografica Lamy, non sono che lampi abbozzati in confronto alla densità, rarefatta e visionaria, che si affaccia alla coscienza della sua incarnata maternità. Maternità che, tuttavia, le impone l'attesa: quell'avanzo di tempo da "rubare" agli adempimenti quotidiani per dare forma – e prima, ricostruire – l'articolazione dei suoi pensieri, mirando solo «alla polpa, una carnosità biologica» (p. 110). Sfilato il tappo della penna, le idee tornano però a fluire, abbondanti e rigogliose, mentre la scrittrice esplora come poter esprimere la propria soggettività quando si è uniti in una diade indifferenziata con un altro essere vivente. Il piccolo Joseph, che brilla tra le righe, si impone come estremità inseparabile di un rapporto impenetrabile e intimo, ma al contempo universale: quello che unisce una madre a suo figlio neonato.
Sono sopraffatta dall'insostituibilità di questo mio corpo. Dal fatto che nessun altro possa rimpiazzarmi nell'ora del bisogno materno. Questo particolare mi esalta e mi spaventa. (p. 23)
È questa la maternità, mi sento di dire: questo dover rimandare i propri desideri perché ci sono altre impellenze più urgenti. (p. 147)
La lettura – che consiglio discontinua, in accordo con l'ossatura che ha preso questo memoir – porta il lettore non solo a intuire l'universo sfaccettato e dirompente di D'Mello, ma a testimoniare, al contempo, l'andatura della sua evoluzione interiore. Il testo è caldo; la parola, viva e nutriente, come il latte che svuota il seno mentre viene assimilitato nella sua capacità di sostentamento. In questo modo, si presenzia a un rito privato ma atavico, che risveglia in noi l'intuizione di essere stati, a nostra volta, neonati bisognosi di madre, della quale siamo vissuti in funzione.
La dimensione della casa è il contenitore della narrazione di D'Mello, assumendo la forma di un oikos tutelare protetto da una energia allegorica e fertile la cui presenza aleggia tra le righe, e che la stessa autrice a più riprese invoca come Madre divina, «un'entità celeste, senza forma, senza genere, animata da un'energia fibrosa» (p.90). Parallelamente si svelano ingredienti, odori, ricette dal nome esotico ma che
si intuiscono familiari, mentre le tapparelle sono abbassate e le porte
chiuse a custodire il sonno. La scrittura si impasta così con la cucina, la differenziazione di
Joseph come individuo si mischia con il recupero
dell'alterità della donna-madre, che tra fogli sparsi si raccoglie, si
rimette insieme e si restituisce alchemicamente in una forma nuova.
L'espressione di sé è riaffermata da D'Mello alla luce della maternità, e
non nonostante.
Non meno efficace, nel testo, è lo spazio occupato dal motivo della discriminazione, che tocca anche il tema più delicato della (dis)appartenenza. Attraverso l'esperienza della maternità, D'Mello riflette intimamente sulla sua difficoltà in quanto donna immigrata indiana nell'occupare un posto nel paese di Termèno, nel Sudtirolo, che talvolta la contiene, talvolta sembra respingerla, con diffidenza e incomprensione. Riflessioni vibranti ed educative sul femminismo, sulla maternità in una società capitalista e razzista, sul sentimento di colpa e di vergogna, sulla lingua e sul rapporto con le proprie radici, mai recise ma solo saltuariamente rivitalizzate da contatti diretti, sono questioni che, per quanto disseminate tra i frammenti del tempo rubato, appaiono materia compatta e armonica nella percezione complessiva della narrazione.
Rosalyn D'Mello, nel suo eclettismo e varietà di interessi – è scrittrice femminista intersezionale, critica d'arte, editor, ricercatrice e docente universitaria – ha saputo fare del frammento il collante del suo "tempo rubato", riuscendo, con la sua forza di attrazione del medesimo, a trattenere tutto al suo interno, con coerenza e controllo. L'autrice è riuscita, in altre parole, a «lasciarsi accadere» (p. 64), permettendoci di abitare con lei un tempo permeato dalla presenza, invece che dalla verticalità. Se la parola resta importante, a distinguersi in questo saggio-monstre è soprattutto il gesto – la quintessenza quotidiana, abitata con una spontaneità priva di performance. È così che la scrittura diventa una cura ricostituente, un atto di amore verso sé stessi e verso quello «spazio mentale, sacro e inviolabile» (p. 51) che ogni donna, dopo aver spinto dal grembo una nuova vita nel mondo, è chiamata a riconoscere, pretendere e tutelare.
Giulia Tardio

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