Ho avuto la fortuna di intervistare uno dei miei scrittori italiani preferiti, un autore collegato a modelli illustri della letteratura italiana come Gadda e Svevo, ma anche votato alla dissacrazione e alla dissacrazione del presente, forma estetica tra le più valide per comprenderlo. Inevitabilmente costretto alle follie del reale, infatti, la voce narrante di Operazione Shylock di Philip Roth intona: «“Alleluia” […] a Colui che Ci ha Creato, a Colui che Ci ha Plasmato dal Fango, il Solo Unico e Onnipotente Comico, IL NOSTRO SOVRANO REDENTORE, ARISTOFANE» (p. 273), perché solo la commedia può portare a un confronto libero col contemporaneo, che par essere qualcosa di assai simile al comico e al satirico.
Da questi presupposti e dalla sua candidatura alla finale del premio Katundo opera seconda ha preso vita la mia conversazione con Alberto Ravasio. Il KOS è un riconoscimento dedicato al libro forse più difficile da scrivere, quello che deve confermare un autore già felicemente noto con il suo esordio. In alcuni casi del passato le opere seconde sono state più fortunate di quelle che le hanno precedute e al posto di incrinare la considerazione di uno scrittore, queste cementificarono la sua notorietà negli anni. I grandi back to back del passato sono titoli olimpici come La metamorfosi di Kafka che seguì l’uscita di America, La ragazza dai capelli strani di D. F. Wallace, Melancolia della resistenza di Krasznahorkai e Le benevole di John Littell, giusto per mettere sul piatto qualche nome.
L’autore di oggi con il suo ultimo romanzo Il grande mantenuto, uscito per Quodlibet nella collana CompagniaExtra, si è dimostrato valido erede di questa mentalità e al posto di comportarsi come i miei insegnanti mi rinfacciavano di fare al liceo («Sì, è bravo, ma si è subito adagiato, fa una decina di passi solo per poi sedersi sul divano») ha pressato a forza nella testa dei lettori che la sua firma è una certezza.
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| Il grande mantenuto di Alberto Ravasio Quodlibet, marzo 2026 pp. 372 € 18 (cartaceo) € 10,99 (ebook) |
RAVASIO: Quando tempo fa sono stato escluso dai finalisti di un premio perché ero malpelo di pelo o forse perché la mia ex agente, che ancora mi deve seicentoventisette euro e novanta centesimi di diritti, era nella giuria e in diretta video mi ha votato contro a ogni singolo ballottaggio, come se io fossi la dittatura cattopatriarcale e lei Giovanna d’Arco scritta da Parrella, mi sentivo così triste e suicidario che ho chiamato al telegrafo il mio caro amico scrittore totemico, che riciterò poco sotto, e l’amico scrittore totemico, rimodulando il proverbio della volpe contro l’uva, per consolarmi nel torto mi ha detto: «Alberto, ricordati sempre: i premi sono merda, merda sparsa a caso». E così, in suo onore e in caso di vittoria, ossia di merda sparsa a caso sulla mia testa infelice, pochi giorni prima della finale al nuovo ma già glorioso Katundo mi ero preparato il seguente discorso: «I premi saranno anche merda, merda sparsa a caso, ma questa sera a San Marzano del Garda, insieme a voi gente stupenda, mi sento anch’io finalmente un coprofago». Mi sono detto che avrei detto così, ma poi sacrosantamente non ho vinto e anche se avessi vinto non l’avrei detto comunque perché appena ho detto alla redazione di Quodlibet cosa avrei detto, oltre a augurarmi la sconfitta plebiscitaria con ghigliottinamento pubico, mi hanno detto che i miei prossimi libri, tra cui La gravidanza di Guglielmo Sputacchiera, avrei dovuto pubblicarmeli con Caccamatta Edizioni o Gruppo Editoriale Volabasso, baracche editrici che esistono solo nel mio immaginario podoascellopornografico. Quanto all’eventuale premio opera terza, dopo il POP e il KOS minchionerei a oltranza sulla formula dell’acronimo e lo chiamerei Gabibbo, il Gabibbo Opera Terza, acronimicamente detto il GOT, mentre sulla giuria, per provare a pareggiare il KOS che ha un triumvirato critico illuminato, comporrei una giuria altrettanto significativa ma leggermente più polifonica, autorissosa, che si ammutina su se stessa: Gilda Policastro, Daniele Giglioli e, a seconda degli impegni, uno tra Antonio Scurati e Nicolás Maduro detto «el gallo pinto».
P.S.: Entrambi i tuoi romanzi potrebbero tranquillamente diventare combustile per un autodafé voluto dal provincialissimo perbenismo inquisitorio (chi sarebbe il grande inquisitore?); eppure un lettore attento noterà che ai tuoi giochi di parole manca sempre un elemento affinché diventino veramente volgari. Quando c’è un ano non ci sono feci, quando il protagonista viene travolto dalla passione sadomaso non c’è facile sessualizzazione né violenza spettacolarizzata.
Nella destrezza e agilità del tuo stile ho visto quella qualità che uno dei protagonisti de Le meteore di Tournier, definendosi “il dandy del pattume”, possiede, ovvero una specie di nobiltà del basso profano, un elegante turpiloquio. Tony Soprano di Bergamo, scrivi e ti occupi delle discariche letterarie a cielo apertissimo. Allora ti chiedo: vedi anche tu questa eterea e zozza nobiltà che forse, nella letteratura di oggi, è una benedizione? Quante lettere minatorie di catechiste arrabbiate hai ricevuto dai permalosi cattovendicatori d’Italia?
RAVASIO: Mi sembra che l’Italia produca da sempre due tipi umanistici abbastanza opposti e tra loro litigiosi: da un lato c’è il prete delle lettere, il letterato epigono e solenne, che fa l’alto con l’alto, feticista del minore e delle note, dall’altro c’è lo scrittore dissacrante, il guastatore delle feste comandate, che invece fa l’alto con il basso, cioè che senza moralismi né catechismi racconta anche il basso sociale e quindi culturale, innalzandolo con uno stile che tiene insieme tutti i registri grazie al comico o perlomeno al non serioso, penso a una linea boccaccesca che attraversa la letteratura italiana e arriva fino a Gadda, Landolfi, Busi, Permunian, linea che nel presente editoriale si vede poco perché sabotata dalla vittimocrazia, dalla banalità del bene buonista. Questa dicotomia tra tipi umanistici inconciliabili e tipicamente italiani trova una sintesi, a mio avviso unica, nella lettera semiseria di Labranca a Calasso, contenuta in coda a Estasi del pecoreccio (di recente ripubblicato in Dal pop al popolo), in cui Calasso è appunto il grande epigono, il papa delle lettere italiane che canonizza solo i morti, meglio se col cognome impronunciabile, e che non si contamina mai «per cavità», direbbe Arbasino, col presente, con l’extraletterario, col popolare, mentre Labranca, capace di innalzare il bassissimo con il solo uso dell’intelligenza, nella lettera a Calasso, suo doppio antitetico, non solo mette in ridicolo l’alto per l’alto mostrandone tutte le bassezze, ma forse suggerisce implicitamente che il letterato epigono alla Calasso in fondo non sia altro che una versione più ripulita del trash, dell’emulazione fallita di un passato che fu, anche se il trash di solito è più divertente e meno permaloso.
P.S.: In varie interviste e presentazioni ripeti che quando scrivi ti riferisci a una platea ristrettissima di tre o quattro lettori, cioè quelle persone da cui vorresti, correggimi se sbaglio, che il libro venisse apprezzato.
Nel secondo album di Caparezza il primo brano è intitolato Il secondo secondo me e il succo antonomasico del discorso sta nella frase: «il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista».
Dovendoti scrivere addosso per la seconda volta e consapevole dell’aspettativa di noi sbombardati che ti leggiamo, sono nati dei nuovi sentimenti nei confronti della piccola platea?
RAVASIO: Una volta Cavazzoni mi ha detto che Manganelli gli avrebbe detto che sopra le seimila copie si vende a caso nel senso che si vende casualmente a chi per Natale compra il libro ma avrebbe potuto benissimo comprarsi una cravatta, il che, tradotto in sociologico, è un po’ come dire che i lettori italiani hanno l’editoria che si meritano. Ovviamente, ogni volta che dico che Cavazzoni mi ha detto che Manganelli gli avrebbe detto eccetera, non faccio in tempo a cominciare che, a seconda della stagione, mi finiscono sul muso castagne, verdurame, meloni, perché, così mi ripetono, compito dell’intellettuale sarebbe andare incontro al popolo, evangelizzare cioè moralizzare, divulgare cioè semplificare, un po’ come accade sempre più spesso ai docenti della scuola pubblica che sono chiamati appunto a andare incontro agli studenti, a occuparsi sempre meno della disciplina che insegnano e sempre più della sua banalizzazione didattica, facendo la parafrasi, le slide, gli appunti pronti, avvicinando la classe mentre la allontanano dai testi. Io però non voglio e non posso minimamente idealizzare un popolo bue di cui sono stato vitello e quando a diciotto anni, ritardato socialmente e dunque bibliograficamente, non riuscivo a capire Manzoni, non ho mai pensato, forse per culto medievale del libro chiuso e quindi vero, che in Manzoni non ci fosse niente da capire o che Manzoni dovesse venirmi incontro dall’aldilà papista. Oggi invece il lettore, forte del suo acquisto, insieme al libro si convince di aver comprato anche lo scrittore e dal momento che l’ha comprato è cliente e in quanto cliente ha sempre ragione, anche su di te che il libro l’hai scritto, perciò o capisce al volo o non c’è niente da capire e se si annoia vuol dire che non l’hai saputo intrattenere, non l’hai saputo prendere alla pancia, alle maniglie dell’amore con amore, vuol dire che non gli sei venuto incontro, mentre io, scrivendo, non vado incontro a nessuno, io non mi muovo, anche perché, socraticamente, so solo che non so dove cazzo sono.
P.S.: Ne Il grande mantenuto ci sono una lingua, una cultura che cozzano in ogni pagina contro quello che pare un aspetto più puro e principale, esumando Baudelaire direi che ogni periodo ha in sé Spleen et Idéal. Ogni periodo sottintende quel tema e citandolo direttamente od oscurandolo, comunque ne parla e ne è avvelenato. Sto parlando dei soldi, dei baiocchi, dei dinè, della grana, degli schei, di quel linguaggio aziendalista che è diventato un’etica e un pollice recto o verso per annientare o innalzare qualsiasi idea.
Se tutto ormai è azienda o patrimonio si può davvero parlare di qualcosa senza parlare di soldi?
RAVASIO: Forse senza parlare di soldi non si può parlare di niente ma di certo non si può parlare di soldi senza parlare di tutto il resto che, autocitandomi addosso, c’è ancora, ma il problema è che nei romanzi contemporanei italiani non tornano mai i conti e spesso non tornano i conti nemmeno quando i romanzi sono ancora chiusi, non c’è neanche bisogno di aprirli e già nella quarta si parte in quarta a mentire: Tizio vive e lavora tra Milano e Parigi, Caio vive e lavora tra Londra e Salonicco. Ma intanto non si capisce mai che lavoro faccia Tizio, come campa Caio, come facciano Tizio e Caio a vivere tra due città, non si capisce se hanno due affitti, due mutui, due immobili, e soprattutto non si capisce come possano permettersi il cosmopolitismo poetico se gli anticipi sono quelli che sono, se il giornalismo culturale viene pagato cento euro a pezzo e sei mesi dopo, se corsi annuali di scrittura vengono pagati poche migliaia di euro e sempre sei mesi dopo, se di sola traduzione letteraria non vivono nemmeno Carmignani e Cavagnoli, insomma entrate e stile di vita nella maggior parte dei casi non tornano, c’è qualcosa sotto o meglio c’è qualcosa prima, un privilegio economico di partenza che però non viene mai dichiarato, anzi. Una volta aperto il romanzo infatti, il nuovissimo modo dei giovani scrittori italiani ricchi di parlare di poveri risente, credo, delle lezioni di scrittura immersiva e empatica: sono passati dal “voi poveri”, che va da Manzoni a Verga fino a Pasolini, al “noi poveri” accampando la scusa del precariato generazionale e dello smantellamento delle classi sociali con conseguente appiattimento su una monoclasse che Pecoraro chiama, un po’ troppo ottimisticamente visto il suo pessimismo, il “cetomedioide”, ma le classi esistono ancora e esistono ancora di più adesso che, scassato l’ascensore sociale, le si può solo discendere, perché un conto è voler fare lo scrittore dopo la magistrale umanistica a Lucerna e con la casa del padre lacaniano ai Parioli e un altro è voler fare lo scrittore essendo figlio di turnisti e dopo aver fatto il geometri a Usmate Brianza di Sotto.
Intervista a cura di Paolo Sciortino
Si ringraziano l'autore e l'ufficio stampa del Premio Katundo per la disponibilità. Foto dell'autore fornita dal Premio Katundo.
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