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La lotta pacifica per la parità si combatteva giorno dopo giorno nella Oxford degli anni Venti: "La quattro ragazze di Oxford" di Joanna Miller

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Le quattro ragazze di Oxford
di Joanna Miller
Corbaccio, ottobre 2026
 
Traduzione di Maria Olivia Crosio

pp. 416
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«Non andiamo tutte a Oxford per diventare Marie Curie. Molte di noi sono solo persone normali che ci vanno per ricevere un’istruzione di qualità, e questo vale anche per i maschi». (p. 398)

Sono tante le ragioni che spingono giovani donne a iscriversi all'università di Oxford negli anni Venti, ma ognuna di loro – a vario titolo – porta sulle spalle il ricordo della Prima guerra mondiale, recentissima, e la responsabilità di dare una svolta al proprio futuro. A volte a dispetto delle famiglie, altre volte misurandosi con le aspettative ancora più alte di genitori che pretendono l'eccellenza. 

In ogni caso, che lo vogliano o meno, le studentesse di Oxford devono dimostrare di meritarsi di studiare lì: ci sono professori che mostrano evidenti preferenze verso gli allievi maschi, studenti che si muovono nel campus come se fossero padroni del mondo e invece fanno sentire le coetanee come ospiti a cui si è concesso di stare al college. 

È in questa sfida quotidiana contro gli stereotipi, contro regolamenti molto restrittivi per le donne e un mondo creato a misura maschile (dalle panche in biblioteca alle disposizioni per feste e gestione del tempo libero) che si incontrano le quattro ragazze del titolo: tutte risiedono nelle stanze del corridoio otto al college St Hugh's, aperto alle donne da poco tempo. Sono ragazze diversissime, che forse non si sarebbero frequentate in condizioni diverse, e invece si scoprono più affini di quanto avrebbero immaginato all'inizio, pur mantenendo ognuna delle peculiarità narrativamente convincenti. 

Per cominciare, c'è la ventunenne Beatrice Sparks, che viene continuamente ricondotta alla fama di sua madre, attiva femminista, nota conferenziera e portavoce della lotta politica. Beatrice è stata cresciuta all'ombra della madre, sentendosi chiamare "sciocchina" in ogni occasione, perché non era mai all'altezza delle aspettative. Insomma, lei «non è il tipo di persona che fa la storia» (p. 15), e porta nel mondo con timidezza la sua statura imponente. 

Diversissima da Beatrice è Marianne Grey, classico esempio di ragazza con quella che definiremmo sindrome dell'impostore. Innanzitutto, è molto povera rispetto alle compagne e non sa godere della propria libertà. Cresciuta dal padre, dopo la morte di parto della madre, Marianne è il prototipo della figlia accudente. Non vuole dare fastidio, è divisa tra il desiderio di studiare e quindi dare soddisfazione al padre e il senso di colpa per averlo lasciato da solo. Nel fine settimana, quando può, cerca sempre di tornare a casa per aiutare il padre a scrivere il sermone per la domenica (o almeno questo è ciò che dice alle compagne; la verità è ben più complessa...). 

A loro si aggiunge Theodora Greenwood, detta "Dora", a Oxford al posto del fratello George, ucciso in guerra a Cambrai. E anche Charles, fidanzato di Dora, è morto poco dopo George sul campo di battaglia. Questi due lutti condizionano pesantemente la sua serenità, come si può immaginare, ma fa fatica a dimostrarlo, perché tutti si aspettano da lei che sia popolare quanto gli altri Greenwood. Infatti, rispetto alle compagne, Dora ha un ulteriore fardello: tenere alto il buon nome della famiglia, quando nessuno la crede capace di laurearsi. La madre, infatti, alza le spalle se lei non passa un esame e non capisce perché non si sposi con un buon partito anziché temporeggiare con lo studio. 

Per finire, troviamo Ottoline Wallace-Kerr, soprannominata "Otto", la ribelle del gruppo, che si fa spesso portavoce delle ingiustizie presenti al campus. Un po' la ricchezza della sua famiglia aiuta, perlomeno la fa sentire protetta, un po' la anima il profondo desiderio di parità: non c'è festa a cui non voglia partecipare, andando contro al coprifuoco o alla necessità di avere sempre una donna del St Hugh's come sorvegliante. Il divertimento, più esibito che vissuto, è un modo per stare al passo con la fama di sua sorella, Gertie, che qualche anno prima si era resa popolarissima a Oxford, ma è anche un tentativo di dimenticare cosa ha vissuto quando, durante la guerra, ha provato ad aiutare come crocerossina. 

Quella raccontata da Joanna Miller sotto forma di una brillante commedia è in realtà la storia di una generazione traumatizzata a vario titolo dalla guerra, che prova disperatamente a darsi una seconda possibilità. Vitali e determinate ad affermare i propri diritti, fragili per un percorso familiare, sentimentale o personale tutt'altro che semplice, le protagoniste di Le quattro ragazze di Oxford vivono sulla pagina, si muovono e fanno entrare anche chi legge in una delle università più famose al mondo. E se oggi pensiamo che Oxford sia uno dei baluardi del sapere, scoprire le tante contraddizioni che lo hanno animato negli anni Venti stupisce, ma fa comprendere meglio come anche tra le mura del campus si siano combattute numerose battaglie pacifiche per la parità. 

GMGhioni