Immaginate di imbattervi, per caso, su un social, in un post che riporta la foto, mai vista, che ritrae i vostri nonni, giovani, belli, eleganti, in viaggio di nozze a Cortina e sotto la foto leggere insulti indirizzati alla nonna («anche sua nonna era una puttana», «magari non una puttana, ma di certo una spia comunista. E prima ancora una collaborazionista dei fascisti», p. 36). Commenti rabbiosi che rimanderebbero a un ruolo un po' scomodo, una determinata posizione che nonna Leman avrebbe assunto, secondo l'hater, nella Storia del Paese. Che, per inciso, è l'Albania. Gli insulti non risparmiano la stessa autrice di questo libro, Dignità, uscito per Feltrinelli, Lea Ypi, docente di Filosofia politica alla London School of Economics e sono legati a un suo precedente saggio, Libera. Diventare grandi alla fine della Storia (2022), nel quale fa i conti con la sua crescita nell'Albania post-comunismo, discendente da una famiglia che nella Storia albanese ha avuto un ruolo non certo di terz'ordine. Xhafer Bey Ypi, bisnonno dell'autrice (e suocero della sua nonna) fu infatti primo ministro dell'Albania tra il 1922 e il 1923, ispettore capo della Corte reale ai tempi di re Zog, nonché presidente e plenipotenziario per la Giustizia nel Comitato di amministrazione provvisorio che formò un governo collaborazionista, salutando l'arrivo delle truppe italiane in Albania come liberatrici dalla monarchia. Di fatto, un'occupazione portata avanti da Mussolini, con il consenso dei nazisti. Il figlio Asllan, marito di nonna Leman e quindi nonno dell'autrice, fu però fieramente avverso al padre e per le sue idee politiche finì, per 15 anni in carcere, da cui uscì distrutto nel fisico e nel morale. E le sue erano le stesse idee che nonna Leman portava avanti con convinzione. E con grandissima dignità, nonostante tutte le sofferenze subite.
Questa lunga premessa storica, che tocca soltanto una parte del libro, è necessaria per comprendere la molla scattata in Lea Ypi alla visione di questa immagine dei suoi nonni sui social. Una foto privata, che lei nemmeno aveva mai visto. Chi ha postato questa foto? E perché? E, soprattutto, chi era davvero nonna Leman, con la quale Lea aveva vissuto per anni a Tirana? Una spia? Comunista o fascista, o entrambe le cose? O niente di tutto ciò? La decisione di restituire dignità alla memoria della nonna è stata la spinta per Lea Ypi a rimettersi in viaggio, tornare in Albania e scavare nel passato della propria famiglia. Cercando documenti, note, immagini, firme, atti nei principali archivi albanesi e greci. Sì, perché nonna Leman era nata a Salonicco. Nonna Leman discendeva, infatti, da una famiglia aristocratica, greca, ma di origine albanese, nella quale si parlava in francese, la lingua della cultura e della raffinatezza. Una famiglia cosmopolita, colta, ricca di relazioni e aperta alle influenze del mondo esterno.
Come far coincidere questi elementi, noti a Lea, con l'accusa di spionaggio rivolta alla nonna? Lea Ypi ci restituisce un libro densissimo, da leggere senza fretta, addentrandosi nei meandri di una storia che forse pochi di noi conoscono, complicata e ambigua, come solo i Balcani sanno essere. Il risultato è un libro che si fatica a definire, è un romanzo, è una saga familiare, è una storia vera, è un memoir, è una ricerca archivistica, è la ricostruzione di un ambiente storico e politico ed è anche, per certi versi, un trattato morale perché ha a che fare con la capacità di rimanere umani e di conservare la propria dignità anche contro le sferzate della Storia:
C'è qualcosa nello spirito umano, diceva la nonna, che resiste a ogni tentativo di oltraggio, ingiuria o umiliazione - qualcosa che manca agli animali, perché non sono in grado di pensieri salvo quelli relativi alla loro esistenza immediata. Quel qualcosa si chiama dignità (p. 36).
E Ypi dedica tutta se stessa a recuperare e offrire al mondo questa altissima forma umana che la nonna aveva perseguito per tutta la vita. Ma non solo per lealtà familiare, no, Lea Ypi intende restituire la storia di una donna che, per censo e per amore, si era trovata ad attraversare la storia albanese nei suoi momenti più complicati. Una parabola che, forse, l'autrice non aveva ben compreso in vita. E adesso sente tutta l'urgenza di tener fede alla promessa che aveva fatto alla nonna e non era riuscita a portare a termine nel giusto modo, quella di parlare di lei durante la cerimonia funebre. Ora che nonna Leman è ridotta al silenzio non può più raccontare la sua storia, la sua versione dei fatti, la sua verità ed è in balia di commenti, scritti con leggerezza da chi non c'era, che ne restituiscono un volto falso, contraddittorio, che Leman non può più controbattere. E allora Lea Ypi prende su di sé questo ruolo, sarà lei la voce della nonna, lei che, attraverso ciò che sa e ciò che apprende dalla ricerca storica e archivistica, cercherà di restituire la verità.
Partendo dalla ricostruzione storica degli anni d'oro di Salonicco, il libro ripercorre le tappe della storia albanese, tra fine Ottocento e Novecento, dall'Impero ottomano alla monarchia, dall'occupazione italiana a quella nazista, fino alla liberazione. E lo fa attraverso ampi squarci di racconto e improvvise apparizioni di documenti desecretati da qualche archivio che riportano con freddezza gli snodi fondamentali della vita di nonna Leman. Come l'arresto del marito sospettato di essere collegato a gruppi intesi a sovvertire il Potere del Popolo, di tramare con membri dell'intelligence straniera, di fare opera di agitazione e di propaganda contro le riforme del governo. Accuse infamanti per le quali, a quel tempo, non c'era nessuna pietà. Le voci che si levano dai famigerati documenti degli archivi inducono anche a riflessioni profonde: che valore dare a questi documenti ufficiali? Rappresentano la verità assoluta? O quei fogli, ingialliti dal tempo e divenuti fragili come carta velina, riportano la "voce del padrone", la versione di chi sta al potere e può piegare la Storia a suo piacimento? Le fonti non si pongono sempre in maniera neutra, ma, spesso, sono il megafono del potere costituito. E quelle voci, oltretutto, sono per lo più maschili, le donne, pur con il loro tributo di dolore, di lavoro e di impegno, non sono contemplate. Accanto al linguaggio freddo e burocratico degli impiegati degli archivi, ci sono i ricordi, le voci familiari, quei racconti rievocati e risentiti tante volte, la tenerezza dei legami. E ancora, a contrasto, le testimonianze della polizia segreta, gli atti del tribunale. A costruire un quadro narrativo complesso e ricchissimo plasmato da linguaggi diversi tra loro.
Dignità è un libro che, partendo da una storia familiare, di una famiglia che la Storia ha contribuito a costruirla, racconta di un mondo in rovina, quello conosciuto alla metà del Novecento. In quella foto apparsa sui social Leman e Asllan sorridono, vestiti elegantemente, dopo una giornata sugli sci, sulla terrazza dell'Hotel Vittoria di Cortina, felici. Nel 1941. Mentre in Italia impazza la guerra e il mondo conosciuto intorno a loro sta crollando.
«Mi sentivo la persona più felice vivente, diceva, e Cortina era il posto più felice al mondo». Sì, proprio così insisteva, malgrado il luogo fosse l'Italia, e il tempo l'inverno del 1941, quando la guerra infuriava in Europa come mai prima (p. 31)
Tra guerre, nazionalismi, dittature ammantate di populismo, nonna Leman attraverserà questo sconvolgimento, cercando di salvaguardare come un gioiello il bene per lei più prezioso: la dignità. Che fa rima con resistenza, capacità di tenere la schiena dritta, anche quando il potere, il regime, cerca di spezzarti. Per questo il ritratto che esce da questo libro è quello di una donna fantastica, tenace, perseverante, intelligente, capace di sopportare i colpi della sorte, raffinata, colta. E soprattutto libera.
E in questo senso la storia di Leman parla anche al nostro tempo, complicato e in continuo divenire, verso un futuro che si prospetta incerto e pauroso. Se saremo capaci di attraversarlo come Leman Ypi, nata Leskoviku, attraversò il suo, avremo capito che cosa vuol dire essere umani. E sapremo come rapportarci alla Storia, che si ripete. Ecco perché Dignità non si limita a raccontare soltanto il passato, ma ci offre dei codici per affrontare il presente.
Sabrina Miglio
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