Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere
La nave di Teseo, settembre 2026
pp. 192
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Non ho frequentato molto quel rosa. Non essendo di famiglia contadina il maiale potevo solo comprarlo, e, data l’impossibilità di accedere ai pezzi più pregiati dell’animale di cui non si butta via niente, a un certo punto io e mia madre ci siamo ritrovate la casa piena di cotiche. (p. 18)
In un freezer sbrinato di rado ci sono delle cotiche di maiale nel cellophane, comprate perché i pezzi buoni costavano troppo e nessuno in casa sapeva cucinarle. Una ragazza di quindici anni, sola per quasi una settimana, le mangia su un balcone insieme a un'amica più grande, succhiando quel grasso liscio e insapore, e ride, e prova una libertà che nel giro di qualche ora si guasta. Questo episodio si svolge nel primo saggio di Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere.
È la prima raccolta di saggi, undici per la precisione, preceduti da un prologo, di Claudia Durastanti, che di romanzi ne ha scritti cinque, tra cui La straniera e Missitalia, dove aveva messo al centro la propria famiglia. Il rosa è il colore che fa da filo conduttore e, preso in gradazioni quasi sempre più cupe di come lo si ricorda, tinge tutti gli elementi del libro, tra cui l’albergo di Tenera è la notte e le scarpette di raso rimaste dopo le lezioni di danza. I falsi amici del titolo, intesi come le parole che in due lingue si somigliano e significano altro e che i traduttori trattano come errore, diventano qui il modo per chiedersi che cosa desideriamo quando ci lasciamo ingannare dal luccichio di una parola.
La sua lezione mi è rimasta impressa; di solito mi rendo conto di essere innamorata di una persona quando i suoi modi di dire precipitano nei miei e mi prendo tutto: accenti brutti e calchi, falsi amici e passati remoti. (p. 138)
Il saggio più riuscito, per me, è il terzo, Rosa d'America. Durastanti ha tradotto Il grande Gatsby per Garzanti (2025) e racconta quasi cinque anni di lavoro come un triangolo amoroso con Fitzgerald e Fernanda Pivano, la cui versione ha imparato ad amare come l'unica possibile e, a un certo punto, si accorge di essere più ossessionata da Pivano che dal romanzo. L’autrice dà l'immagine, a partire dall'intervista a Kerouac del 1966, di una donna che ha imparato a non guardare altrove mentre l'altro cade e che si annoia più di quanto lasci intravedere. Il saggio è retto da una scelta filologica perché Gatsby era sempre stato tradotto al passato remoto, il tempo dei capolavori italiani; ma Durastanti lo traduce al passato prossimo, perché il remoto rispetta le genealogie e Gatsby non ha antenati e il personaggio d'autore diventa un "sognatore bastardo". Il passato remoto, osserva, in Italia sopravvive soprattutto al Sud, e a Roma, all'università, una professoressa le diede una volta della fascista per quello e per un voi di troppo: il fascismo si fa spazio nel libro prima come marchio di lingua, poi arriva nel saggio che gli è dedicato.
Essendo meridionale io stessa, l’ho usato molto senza pensarci, ma arrivata a Roma per l’università, una professoressa a cui avevo chiesto un’informazione mi aveva preso in giro dicendomi “Parli come una fascista” perché all’aggravante del passato remoto avevo aggiunto quella del “voi”. Un commento sproporzionato, eppure da quel momento la mia abitudine si è rappresa in una patina di imbarazzo. In ogni caso, per la maggior parte delle persone, è considerato un tempo verbale morto, estremamente adatto a tutto ciò che ormai è irraggiungibile e dunque irreale. (p. 50)
Il presente entra nel libro con l'ottavo saggio, Fascio-romance. Durastanti battezza così un filone di bestseller storici con protagoniste femminili e fondale fascista, in cui lo scontro finale tra la partigiana di nobili sentimenti e il fascista senza scrupoli sembra già scritto.
Il registro passa da Pavese a Heat di Michael Mann, da Carla Lonzi ad Amy Winehouse senza cambiare tono e ogni salto serve a dare sfogo a un'idea. L'io è la protagonista che si dichiara moralista (senza essere sicura di avere una morale!), divide le cantanti con cui è cresciuta in Ragazze Maledette (bionde) e Lavoratrici (scure), precisando con una serietà che fa sorridere che Kim Gordon, ai fini del saggio, è una falsa bionda. Sono dettagli che danno al rosa un peso tangibile ed è un colore che si disfa quando il prodotto è scadente.
Tutti i saggi partono da un oggetto e solo dopo arriva all'idea; si leggono meglio uno alla volta, e il tono oscilla tra l'ironia e una gravità che non annuncia mai di esserlo. In tutto ciò, la maternità si fa strada a pezzi e diventa il nuovo criterio attraverso cui si dà carattere al mondo.
Mi preoccupo che mia figlia diventi un soggetto politico, che eserciti un senso morale in sede di voto, che abbia attenzione per chi vive al margine e usi i mezzi a sua disposizione per migliorare materialmente la condizione delle persone attorno a lei, ma non voglio che ne usurpi l’esperienza e il lessico. Le direi di evitare di incappare nell’errore della memoria fine a se stessa, che troppo spesso resta solo testimonianza, senza alcuna trasformazione. Perché la trasformazione ha un costo che va al di là della letteratura e che dipende dall’esercitare la propria coscienza politica insieme agli altri. (p. 33)
Valentina Botrugno

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