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I dolori del giovane Koskas: un personaggio che sembra uscito dalla fantasia di Woody Allen

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Le rivoluzioni di Jacques Koskas
di Olivier Guez
La Nave di Teseo, settembre 2026

Traduzione di Simona Mambrini

pp. 304
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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La cosmogonia di Jacques Koskas era complessa. Pieno di ammirazione e gratitudine verso l'Essere Supremo per aver creato l'edelweiss, la carota e la donna in una settimana, gli serbava tuttavia rancore per essere sparito e aver affidato le chiavi del suo giardino all'Uomo, non appena consumato il dolce peccato. Un tiro mancino che aveva causato una serie di catastrofi secondarie. Jacques dubitava. La vera fede sarebbe stata per lui troppo impegnativa e troppo vincolante, vertiginosa. Lo avrebbe costretto a unirsi al gregge da cui cercava con tutti i mezzi di distinguersi. Ma, non essendo del tutto sicuro dei suoi dubbi, si rifugiava in una pigra e rassicurante via di mezzo, né un rinnegato né un credente, al riparo, così credeva, dall'ira divina — non si sa mai. Al riparo anche dalla pura sottomissione, lui che dalla rivelazione avuta a Le Lavandou si era messo in testa di godere per le quaranta generazioni di venditori ambulanti e medici che lo avevano preceduto. Ma soprattutto al riparo da suo padre, eterno spauracchio, tanto buono e caro, del quale si sforzava di non ascoltare mai i consigli: non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di assomigliargli, troppo facile - essere un buon ebreo, un pilastro della sinagoga, una persona responsabile, giammai! (pp. 77-78)

Titolo ironico questo del nuovo romanzo di Olivier Guez, noto autore francese, vincitore di numerosi premi letterari: il protagonista della storia, Jacques Koskas, non fa alcuna rivoluzione ma anzi, nonostante ci provi, non ne azzecca una.

Jacques Koskas è un uomo di quasi di trent'anni che l'autore segue per un periodo di tempo che va dal 2003 fino al 2010: nato in una famiglia di mormoni ebrei francesi, subisce fin da bambino le regole, le imposizioni, le tradizioni che la sua religione domanda. Jacques però, se da infante era docile, da ragazzo diventa irrequieto, curioso, esasperando i genitori - due medici molto facoltosi, come d'altra parte tutta la sua famiglia - che non sanno più che pesci prendere: vorrebbero che mettesse la testa a posto, che si sposasse, che trovasse un impiego stabile.
Jacques però, fedele al suo carattere volatile e lunatico - eterno indeciso - cincischia, perdendo tempo con progetti fallimentari e una montagna di donne: ecco, le donne sono il pallino di Jacques, non ne ha mai abbastanza, salta da una all'altra con una facilità impressionante e, spesso, le tratta come pezzi di arredamento.

Impiegato presso una testata celebre, la Turbine, Jacques è sempre sul punto di pubblicare lo scoop della vita: cosa non vera, perché mente al suo capo e a se stesso. In realtà perde tempo, fantastica su grandi viaggi e reportage che vorrebbe gli valessero un Pulitzer o qualcosa di simile, e invece non ne combina mezza buona. Nel frattempo, coltiva i suoi flirt: colleghe, amiche, amiche di amiche, Jacques le prende tutte, anche quelle che lo irritano, che non gli piacciono poi così tanto. 
Durante la lettura, il lettore si trova a chiedersi: è un genio o il più grande dei ciarlatani?

Eppure Jacques senior e Claire non avevano badato a spese: lezioni private, parastinchi in schiuma elastica, ragazza alla pari australiana, macchinine anfibie, scuole di lingua in Polonia e Ungheria, pantaloni a zampa d'elefante acquistati a caro prezzo dagli zingari al mercato... Non avevano negato nulla a Jacques, soprattutto sua madre. Aveva tutti i numeri per diventare un uomo completo, un Cicerone dei tempi moderni. A trent'anni avrebbe dovuto mettere su famiglia, versare i contributi per una pensione integrativa e stipulare un'assicurazione sulla vita. Ma più il tempo passava, più la carne della loro cardi era in preda alla confusione, come affetta da un misterioso spleen. Bastava guardare la faccia da funerale di quello stecchino, conciato come un magnaccia portoricano con la cravatta a quadri troppo corta, per capire che qualcosa non tornava. Jacques senior, che aveva "tirato la cinghia" per diventare il più grande mammologo della storia, non tollerava un simile atteggiamento. (p. 83)

Trent'anni e nessun progetto nella vita a parte fare l'amore con tutte: eppure Jacques è un uomo intelligente, colto, pieno di entusiasmi, ma non ha la tempra per incanalarli in qualcosa di concreto. Fantastica continuamente, illudendo se stesso: prima o poi arriverà il suo momento. Il problema è che questo momento viene sabotato proprio da Jacques: prima si licenzia dal giornale, poi parte per gli Stati Uniti, convincendosi di cambiare vita ma ripetendo gli stessi identici errori;  fallisce anche in America, incapace di prendere in mano le redini della sua vita. Non contento, dopo la parabola americana, pensa di bene di tentare l'exploit in Brasile, ma il lettore ormai ha imparato a conoscere il proprio pollo e sa che anche lì Jacques combinerà solo pasticci.
E infatti così accade: un altro grandissimo fiasco.

Tornato dal Brasile si scopre malato: la malattia, forse finalmente, sarà la causa di un cambiamento radicale? Finalmente Jacques metterà la testa a posto? Per un momento ci crediamo, ma Koskas non sarebbe Koskas se non facesse quello che sa fare meglio, ovvero prendere pessime decisioni. Una di queste lo costringerà a fuggire rapidamente a Berlino, dove incontrerà Frauke, una bellissima donna tedesca di cui si innamora, per la prima volta in vita sua, sinceramente.

L'intenzione di Jacques di andare in Germania e vivere come un anacoreta si infrange in nemmeno due giorni sotto i colpi del sesso con Frauke.

Sotto un sole autunnale color ambra, dei facchini polacchi trasportavano il suo pianoforte, il mobile da toeletta, una litografia di Sigmar Polke e una trentina di paia di scarpe: Frauke si trasferiva a casa di Jacques. Ben presto, i due piccioncini trovarono un affiatamento. Jacques era felice, ma anche incredulo: non avrebbe mai immaginato che vivere con una donna potesse essere così piacevole. Si godeva la nuova intimità, la sua presenza rassicurante, la banale quotidianità, il fruscio della spazzola sui suoi capelli, quell'incantevole rituale che lei ripeteva ogni sera davanti allo specchio o il modo così sensuale con cui succhiava i cubetti di ghiaccio del gin tonic che lui le preparava quando tornava dalle prove, prima di morderli con un colpo secco. Al mattino, la osservava sbadigliare e stiracchiarsi prima di scendere dal letto in mutandine, i seni puntati verso l'armadio, leggermente imbronciata, ancora insonnolita. Dopo aver bevuto un caffè nero e fumato la sua prima sigaretta, lo consultava, civettuola. Questo vestito? Questa gonna? Abbinata a questo scialle? Se gli avesse dato ascolto, avrebbe messo ogni giorno la sua camicetta con la lavallière color marron glacé. (p. 191)

Insomma finalmente Jacques si innamora davvero e cerca di concretizzare i suoi sogni: un libro, progetti da portare a termine, forse il matrimonio. Eppure, come dicevo prima, l'autore ci abitua a dei pattern, dei comportamenti ripetuti: come lettori, impariamo a incasellare il personaggio di Jacques in un "tipo", cioè quello eternamente indeciso, inconcludente, immaturo e capriccioso. 
Di Frauke è davvero innamoratissimo, ma basterà?

Senza voler dire troppo del finale, mi sembra che il personaggio di Jacques Koskas, e tutti i corollari, non sfigurerebbe in un film di Woody Allen: le manie, le fissazioni, le nevrosi, il suo essere sempre così infantile, accesso da sprazzi di genio ma anche di momenti di forte depressione, tutto questo ci dice che rientra in quel tipo di carattere molto amato dal regista. Sembra davvero che sia uscito dalla sua mente.

E ci si affeziona anche, nonostante spesso faccia esasperare: ma insomma, vuole combinare qualcosa nella vita? Perché continua a prendere una decisione pessima dopo l'altra? Si tratta davvero di destino avverso o sono i suoi stessi comportamenti che lo portano al sabotaggio?
Il fatto è che per quanto ci si possa affezionare (e non nemmeno detto) Jacques è un personaggio scomodo e irritante: riusciamo a empatizzare con un uomo totalmente avulso dalla realtà, che soffre di manie di persecuzione e non riesce a capire quando esagera? Non è facile farsi piacere un narcisista, irresoluto cronico. E non è nemmeno bello il modo in cui tratta le donne, o gli amici: prende prende senza dare nulla in cambio, dando poi la colpa agli altri per i conseguenti allontanamenti. 
Non lo definirei neanche un anti-eroe: Jacques Koskas non è stato creato per rompere gli schemi, ma per instillare nel lettore l'irrefrenabile voglia di prenderlo per le spalle e scuoterlo.
Insomma, Jacques, vedi di darti una svegliata. La risposta è esasperante persino all'ultimissima pagina.

Deborah D'Addetta