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"La figlia vera" di Jemimah Wei: il ritratto di una generazione persa nei legami familiari e nel bisogno di amore

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La figlia vera
 
di Jemimah Wei 
Mondadori, febbraio 2026 

Traduzione di Chiara Mancini 

pp. 430 
€ 22,00 (cartaceo) 
€ 14,99 (ebook) 

A volte capita di incontrare degli esordi che risuonano dentro come i romanzi di autori e autrici consolidati che da anni costruiscono le loro storie, e La figlia vera di Jemimah Wei è uno di questi. Come descrive i sentimenti umani più gretti ed egoistici, senza per questo incattivire i personaggi, è un'arte che solo scrittori con un animo sensibile possono riuscire a compiere. Lo sguardo di Wei è così presente sulle vite delle sue protagoniste che sembra non staccare mai gli occhi da loro. 

Siamo a Singapore, e la storia incomincia nel 2015: Arin e Gen, due sorelle, non si parlano da tempo, ma la loro madre è in fin di vita e ha come unico desiderio che le due si rincontrino. Dopo poche pagine, lo scenario è lo stesso ma siamo nel 1996. È Gen a prendere le redini della narrazione e ci racconta di quando una bambina sporca e affamata di nome Arin si ritrova controvoglia nell'abitazione della famiglia Yang, composta da una nonna, una madre, un padre e una figlia unica, Gen appunto. Le due bambine, vicine per età ma dalla lontana parentela, sono in principio caute l'una con l'altra. Si tengono d'occhio ma non si accostano, e Arin in particolare non sembra avere voglia di parlare con nessuno. Tuttavia, con il passare del tempo, Gen accoglie la bambina in casa, le insegna alcune cose, la difende dalle angherie della nonna. Così, diventano sorelle. La narrazione torna nel 2015, tra un flashback e l'altro, e alla scelta di Gen: chiamerà o no la sorella – del cuore, non di sangue –, con la quale è cresciuta, per avvisarla dell'imminente dipartita della madre?  

Gen è una narratrice tutto sommato affidabile, per quanto largamente di parte: ha sempre molte ragioni per nutrire diffidenza verso Arin, per odiare le sue compagne di classe e rifiutarsi di risalire dal baratro dopo una brutta battuta d'arresto. L'effetto prodotto in chi legge è quello di sbattere contro le stesse solide pareti di reticenza e rabbia per tutto il tempo, come una mosca in un bicchiere, e a nulla varrà l'impegno di Gen per cambiare città, continente addirittura: il senso di inferiorità, di colpa e di perdita, che la presenza di Arin le ha innescato sin dal primo momento della sua comparsa in famiglia, non passerà facilmente. 

«Il mio errore era essere sentimentale, non cauterizzare la ferita. Lasciarla suppurare» (p. 366): è vero, l'errore di Gen sembra essere quello di voler forzare il rapporto con Arin, affinché tutto vada liscio, come se lo dovesse alla madre, che tanto sforzo ha profuso nella causa; al padre, per cancellare gli sbagli della sua parte di famiglia, la stessa che ha fatto catapultare Arin fino a loro. Infine, sente di doverlo alla stessa Arin, per la quale ha un sincero affetto sororale, ma a cui rivolge anche le insoddisfazioni della vita adulta e il sentimento di rabbia, che la nutre sin da piccolissima. Gen, infatti, fa comprendere al lettore, con una narrazione molto paziente e lunga, i piccoli passi mossi nel percorso tortuoso dell'ambizione. Nasce come una studentessa brillante, che per questo attira su di sé gli elogi della famiglia e del vicinato, ma, alle soglie dell'università, si ferma bruscamente, incomincia a dubitare e non smetterà fino alla fine della storia. La bravura di Wei è quella di inserire una narratrice autodiegetica, che rende autentico il racconto, là dove serve un'esperienza in prima persona. 

Per esempio, pagine dal contenuto molto convincente e interessante si compongono riguardo la precaria condizione lavorativa dei giovani singaporiani. Quest'ultimi sono schiacciati da una terribile competizione, che ha origine già dalle scuole, che selezionano gli studenti migliori per le migliori università del Paese. «I cuori esausti dei singaporiani» (p. 212) di cui Gen ci parla non reggono troppo a lungo il peso delle aspettative familiari e sociali; i giovani studenti si ammalano nel sogno di una buona posizione lavorativa e nella solitudine della corsa all'università, durante la quale non c'è posto per amicizie e amori. Chi sceglie di non studiare non ha una vita più semplice, però: con lucido realismo, Wei parla delle prospettive di lavoro dei diplomati, che sempre meno si realizzano in impieghi tradizionali e preferiscono sognarsi nel mondo di Internet e dei social. Anche se ambientato nel 2015. La figlia vera mostra l'inizio del fenomeno dei social come piattaforme di lavoro e di presentazione di un sé che spesso non corrisponde al vero. 

Sulla scia di questo cambiamento, La figlia vera è anche un romanzo sulle differenze tra generazioni e sul rapporto tra genitori e figli. In particolare, è la madre, Su, a sobbarcarsi gli sfoghi della figlia, proprio perché è colei che più ha sacrificato per la famiglia. In un controsenso emotivo e instabile, si comprende che nella giovane Gen aumenta il senso di colpa ogni volta che sua madre la sprona così da evitarle una posizione incerta e insoddisfacente come la sua: se è stata la sua presenza a condannarla a un'esistenza di rinunce, non dovrebbe espiare questa colpa in qualche modo, anziché ricevere premi? 

Ma la convinzione di essere, come proclamato dalla nonna, una bambina cattiva, aveva messo radici profonde dentro di me. Pensavo che con il tempo il senso di colpa sarebbe svanito, ma in realtà non so se la sua morsa si sia mai allentata. (p. 104) 

La psicologia della protagonista è molto stratificata, complessa, poiché sembra avercela con tutti, soprattutto con se stessa, ma Wei non nasconde i momenti di tenerezza e di unione con i membri della sua famiglia. Non importa quanto lontano voglia fuggire, non potrà mai recidere quel legame. La precarietà dei sentimenti di Gen si rivela anche in uno stile che parte lineare e, poi, nei momenti di maggior pathos, diviene verboso e pieno. Come se ci volesse trasmettere il senso di ineffabilità delle sue emozioni dicendo e parlando a più non posso. L'ansia di assoluzione per dei peccati che non ha commesso è continua e, spesso, produce un effetto straniante in chi legge, poiché potrebbe essere scambiata per egocentrismo. Ma Gen è, di fatto, la narratrice della storia e dunque al centro del racconto, che viene filtrato attraverso la sua lente, il suo vissuto e le sue esperienze. 

Camilla Elleboro