in

Come si traduce Umberto Eco? Ce lo racconta Elena Kostioukovitch

- -


Elena Kostioukovitch dal 1980 al 2016 ha tradotto i sette romanzi di Umberto Eco e diversi suoi saggi. Fa parte della schiera, o “setta”, come scherzosamente il Professore li definiva, che lui stesso chiamava gli "ecografi di professione". 
Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni (La Nave di Teseo, 2026) è un testo corposo e affascinante perché non disvela solamente il rapporto di fiducia e affetto che si instaura tra uno scrittore e il suo traduttore, ma è una meditazione sull’arte della traduzione e, al contempo, sulla sua inscindibile valenza “politica”, nel senso più esteso del termine. Tradurre è operare un’ermeneutica, accostare un mondo (una forma di vita, per dirla alla Wittgenstein) a un’altra, mettere in relazioni due universi che non sono mai sovrapponibili. Il vecchio adagio recita «Tradurre è tradire», ma leggendo il saggio di Kostioukovitch mi vien voglia di dire che «Tradurre è capire» meglio, percorrere contemporaneamente i vari sentieri che si biforcano in un testo. Leggere Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni è un’esperienza polifonica, non solo perché ci ricorda che ogni traduzione vive nell’equilibrio tra fedeltà e libertà al testo, ma perché la traduzione è fusione di più voci, non solo quella dell’autore e del traduttore, ma quelle del testo, che nei romanzi di Eco sono sempre risonanti di citazioni più o meno mascherate.

L'abbiamo incontrata per parlare del suo rapporto con Umberto Eco, del ruolo del traduttore oggi e dei rappoporti fra editoria e potere.

***

Il suo testo si apre con il racconto di cosa fu l’irruzione de Il nome della rosa nella cultura sovietica. Per quanto possa apparire paradossale che un libro che parlava di un’abbazia medievale e della Poetica aristotelica sia stato censurato, questo indica, invece, la forza immaginifica del Medioevo di Eco. Cosa faceva paura al regime sovietico del libro di Eco e cosa, secondo Lei, oggi può ancora apparire “sovversivo” ne Il nome della rosa per il Potere?

Ogni dittatura tende a creare spazi chiusi, sordi, nei quali l’ingresso è vietato quasi a tutti e consentito soltanto a pochi «designati», scelti e accuratamente controllati dal regime stesso. Lo ricordiamo bene attraverso la profetica distopia di George Orwell, 1984. A coloro che sono vicini al Grande Fratello vengono concesse alcune deroghe, piccole libertà supplementari che il protagonista del romanzo non osa nemmeno immaginare. Noi che abbiamo vissuto nell’Unione Sovietica eravamo sottoposti a restrizioni in ogni sfera dell’esistenza. Riguardavano anzitutto la vita fisica e gli spostamenti. Era proibito viaggiare fuori dai confini dell’URSS e persino trasferirsi da una città all’altra senza una speciale autorizzazione scritta.
Anche l’espressione del pensiero era rigidamente circoscritta. Le rare occasioni ufficialmente previste, come le riunioni professionali o di partito, imponevano di pronunciare soltanto ciò che il potere prescriveva. Ogni parola finiva a verbale e un pensiero espresso con eccessiva libertà poteva costare il posto di lavoro oppure condurre in prigione. Era però essenziale che queste restrizioni, proprio come nel romanzo di Orwell, non riguardassero i pochi che, attraverso la violenza, si erano conquistati il diritto di «uscire dai limiti». Loro potevano oltrepassarli impunemente.

Lo stesso accadeva sul piano ideologico e intellettuale. Alle immense masse della popolazione spettava pensare entro confini prestabiliti e leggere esclusivamente i testi autorizzati. Tutti gli altri libri erano riservati a una cerchia di eletti, alla cosiddetta «élite». Per questa élite era stato creato uno spazio che somigliava in modo sorprendente alla stanza segreta della biblioteca di Eco, il luogo dello Hic sunt leones. Si trovava nella Biblioteca statale di Letteratura straniera, dove lavoravo anch’io. Quella stanza si chiamava Specchran, abbreviazione russa di «deposito speciale». Fu proprio lì che trovai Il nome della rosa. E proprio lì cominciai a tradurlo. Il romanzo di Umberto Eco era proibito perché raccontava l’esistenza di uno Specchran come quello in cui io stessa lo stavo leggendo e traducendo. Un europeo chiamerebbe questa situazione paradossale una mise en abyme. Un russo, più semplicemente, direbbe: una matrioska.
Il romanzo di Eco era un potente avvertimento rivolto all’intera umanità sul pericolo di nascondere il sapere e affidarne il controllo a una ristretta élite. Quando questo accade, prima o poi tutto finisce per bruciare, proprio come brucia nel romanzo la biblioteca, universo che racchiude in sé il sapere e la perfezione del mondo.
È un fatto paradossale: la stessa minaccia potrebbe essere avvertita, nel Nome della rosa e più in generale nel pensiero libero, forte e ironico di Eco, anche dalle élite di oggi, se fossero abbastanza intelligenti e lungimiranti da riconoscerla. Oggi, grazie all’immenso potere dei social network, coloro che si considerano al di sopra di ogni legge in virtù della propria ricchezza cercano di rinchiudere il resto dell’umanità entro poche, primitive categorie mentali. Manipolano la coscienza collettiva, disabituano le persone a pensare, le inducono a votare secondo i propri interessi e a comprare senza fine tutto ciò da cui possono ricavare profitto.
Letto come un avvertimento, il romanzo di Eco invita il lettore intellettualmente libero a non lasciarsi guidare da chi gli concede soltanto un sapere limitato, accuratamente selezionato per accrescere il proprio potere e il proprio vantaggio.

    Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni
di Elena Kostioukovitch
La Nave di Teseo, maggio 2026

pp. 
€ 25 (cartaceo)
12,99 (ebook)

VEDI IL LIBRO SU AMAZON

Lei parla spesso di alcune
invenzioni lessicali, che si sono rese necessarie nella traduzione dei testi di Umberto Eco. Alcune di queste invenzioni sono poi rimaste nel vocabolario comune russo. Può fornirci qualche esempio?

Un esempio riguarda il lessico liturgico. Nel testo originale Eco adoperava termini appartenenti alla tradizione cattolica. In russo, una parte di quel vocabolario era ormai scomparsa dall’uso, perché per settant’anni la religione era stata repressa e relegata ai margini. Un’altra parte sopravviveva ed era conosciuta soprattutto dalle persone colte e dai grandi lettori, anche quando non erano credenti. Era però un lessico legato alla tradizione ortodossa. Mi trovai così davanti alla difficoltà di tradurre un’espressione apparentemente semplicissima come "Re Magi". In russo esiste la parola volkhvy, «magi», ma manca l’idea della loro dignità regale. E questo piccolo scarto lessicale racchiude un intero paesaggio culturale. Nella tradizione figurativa occidentale, i Re Magi si inchinano davanti a Gesù appena nato e depongono ai suoi piedi le corone, i segni della propria sovranità. Il potere terreno si sottomette così all’autorità divina, e dunque anche a un ordine morale superiore. La parola russa volkhvy, invece, evoca sapienti, indovini, talvolta persino stregoni. La regalità scompare e con essa si perde proprio l’immagine dei sovrani che si dedicano a eseguire le leggi divine, le leggi morali: rispettare la Legge, tout court. Per restituire quel significato inventai allora la parola volkhvozari, in russo волхвоцари, fondendo volkhvy, i Magi, con zari, i re. In alcuni contesti il neologismo ha attecchito. Per me questo è importante, perché una traduzione può ampliare il vocabolario dei lettori e, insieme, il loro orizzonte concettuale. Dietro una differenza minima fra due terminologie religiose possono nascondersi idee molto profonde sul rapporto fra il potere terreno, l’autorità divina e la legge morale. Questo è soltanto un esempio. Potrei raccontare un’intera collezione di parole nate traducendo Eco.

Questa estate il ministro dell’istruzione, Giuseppe Valditara, ha polemizzato con il saggio di Umberto Eco Il fascismo eterno, considerandolo incompleto, in quanto non terrebbe conto del totalitarismo comunista. Leggendo il suo testo, mi ha colpito che, invece, in Russia il saggio di Eco è stato letto come una critica al mondo sovietico e anche al regime putiniano. Lei coglie un “conflitto delle interpretazioni” tra il modo in cui Il fascismo eterno è stato recepito in Italia e nel resto d’Europa e in Russia?

Immaginare una contrapposizione radicale fra il totalitarismo fascista o nazista e quello cosiddetto «comunista» significa guardare al Novecento attraverso una lente ormai antiquata. Le differenze storiche e ideologiche esistono, ma la parentela strutturale fra quei regimi è profonda. Vi ritroviamo lo stesso disprezzo per l’individuo, la stessa disponibilità a sacrificare milioni di vite, quelle dei nemici come quelle dei propri cittadini, la stessa manipolazione della verità al servizio dell’ideologia. Forse all’origine di questo qui pro quo vi è proprio la parola «comunista», che copre uno spazio concettuale troppo vasto. È una parola, e Marx non può essere chiamato a rispondere di tutto ciò che è stato compiuto in suo nome. Occorrerebbe chiamare in causa non i regimi "comunisti" che non sono mai esistiti, ma regimi stalinisti, sovietici, maoisti, quello cubano, quello nordcoreano. Sono autoritarismi/totalitarismi, fratelli del fascismo e nazismo. In questo modo si scioglie appunto la polemica, piuttosto ingenua, secondo cui hitlerismo e stalinismo rappresenterebbero due estremi opposti. La vera linea di separazione passa altrove. Da una parte vi è la democrazia, che Eco ha sempre difeso. Dall’altra vi sono i regimi disumani del Novecento, stalinismo e nazismo e fascismo tutti insieme, costruiti sulla manipolazione delle coscienze, i quali Eco ha sempre biasimato. Il patto tedesco-sovietico dell’agosto 1939, con il suo protocollo segreto, preparò la spartizione della Polonia. La Germania nazista la invase da occidente il 1° settembre; l’Unione Sovietica da oriente il 17 settembre. I due regimi ridisegnarono insieme i confini del Paese occupato e i loro eserciti celebrarono persino una cerimonia militare congiunta a Brest. Nei territori conquistati costruirono apparati repressivi fondati sul carcere, sulle deportazioni e sul terrore di Stato. Uguali come due sosia. In seguito Hitler e Stalin si fecero guerra. Questo fatto storico è incontestabile, ma non deve nascondere la sostanza politica e ideologica della loro iniziale collaborazione, né la profonda affinità dei metodi di dominio. Ancora una volta conviene rileggere Orwell. In 1984 esistono tre regimi totalitari mostruosi che combattono incessantemente fra loro. La guerra reciproca non li rende meno simili. Al contrario, serve a ciascuno di essi per perpetuare il proprio potere.

Umberto Eco è stato anche un traduttore. Recentemente, ad esempio, La Nave di Teseo ha pubblicato la sua traduzione di Sylvie di Gerard de Nerval. All’esperienza della traduzione ha dedicato il saggio Dire quasi la stessa cosa. Cosa significa tradurre un traduttore? Era necessario un confronto più serrato?

A dire il vero, Eco traduttore non mi ha mai affascinato. Nelle sue traduzioni trovo parecchie soluzioni discutibili, senza che questo sottragga nulla alla sua genialità. Nel mio libro mi sono concessa la libertà di criticarlo sia come teorico della traduzione, sia come praticante di quest’arte scivolosa, sottile, insidiosa, refrattaria alle regole rigide, disseminata di trappole e trabocchetti nascosti. È un’arte che esige da ciascuno di noi un investimento di tempo assolutamente impensabile. Eco cominciò a tradurre Sylvie nel 1953 e pubblicò il risultato nel 1999. Impiegò dunque quarantasei anni per un racconto di appena cento pagine. Me lo disse lui stesso. È un dato che rivela quanto possa essere interminabile il lavoro della traduzione, persino per un uomo della sua intelligenza e della sua cultura. Eppure, a mio parere, nemmeno dopo quarantasei anni il risultato raggiunge la perfezione. Tradurre un traduttore, dunque, non significava per me inchinarmi davanti a un’autorità. Significava sottoporre ogni sua scelta, e ogni mia scelta, a un confronto ancora più esigente. La familiarità di Eco con la traduzione rendeva questo confronto più serrato, più consapevole e, qualche volta, anche più divertente.

Una parte molto interessante è quella che Lei dedica all’aspetto “artigianale” della scrittura e al passaggio dalla scrittura a matita o a penna, a quella a macchina e infine al PC. Lo diceva anche Belbo nel Pendolo. Come è cambiata la sua esperienza di traduzione in questa doppia rivoluzione?

È impressionante constatare che, dopo ogni «salto tecnologico», indietro non si torna più. Anch’io, agli inizi della mia attività, scrivevo i testi a mano, a matita. Poi scoprii che con la macchina da scrivere lavoravo più velocemente e, soprattutto, che il pensiero usciva già più «pettinato»: più preciso, dettagliato, definito. Quando arrivò il computer, la macchina da scrivere non fu mai più toccata.
Eppure qualcosa in me, forse l’artigiana di vecchio stampo, mi impedisce ancora oggi di dettare un testo a qualsiasi apparecchio. So che molte persone dettano e poi rivedono sullo schermo ciò che hanno detto. Per me è assolutamente impossibile.
Il pensiero che passa attraverso le dita, quello della scrittura, è distante anni luce dal pensiero che passa attraverso la bocca, quello delle lezioni e delle conferenze. Producono due stili profondamente diversi.
Credo che qui si trovi anche la ragione della mia incapacità di leggere in pubblico il mio testo preparato "all'uopo", in anticipo. No, io preparo, scrivo, rileggo e memorizzo un testo, lavorando naturalmente con l’aiuto delle dita. Poi, davanti al pubblico, improvviso una versione orale che si appoggia in maniera assai vaga a quel «prototesto» scritto. Il pubblico riceve così un’altra elocuzione, creata dalla voce e dalla presenza. Un testo nato dalla bocca vive sempre una vita propria.

Lei scrive che “sente le voci dei personaggi”. Acute, rauche o graffianti. Qual è la voce più affascinante, allora, fra i personaggi di Eco? Quella più seduttiva…

È la voce ironica, e a tratti profondamente sentimentale, di Jacopo Belbo, l’alter ego di Eco nel Pendolo di Foucault. La più seduttiva e la più difficile da tradurre. Dove potevo pescare, nella realtà sovietica e fra gli intellettuali sovietici, un personaggio che somigliasse a Belbo? Non ce n’erano.

Uno dei capisaldi della teoria dell’interpretazione di Lector in fabula e I limiti dell’interpretazione è la netta differenza fra l’Autore modello e l’autore in carne e ossa e, specularmente, tra Lettore modello e lettore empirico. È stato sempre possibile per Lei, non fare entrare la persona Eco nella frequentazione sua quotidiana con l’Autore Modello/Eco? (Tra l’altro il quarto capitolo lo ha intitolato "Non dare retta a Umberto Eco").

In realtà, il concetto di Autore Modello comincia a morire appena si conosce l’uomo vero, con la barba, la pancetta e gli occhiali, il cappello Borsalino e le sciarpe dai colori accesi scelte per lui dalla moglie Renate.
Eco era ormai diventato un amico affettuoso. Durante il lavoro cercavo però di costruire una distanza artificiale. Assumevo il ruolo della traduttrice «ideale» e affidavo a lui quello, un po’ fasullo, dell’Autore collocato sul piedistallo, irraggiungibile dalle pratiche banali delle domandine sul contenuto.
Per una sorta di gioco ai limiti dell’insensato, evitavo di chiedergli spiegazioni sul testo. Preferivo trascorrere una settimana fra dizionari ed enciclopedie, inseguendo da sola la soluzione.
Una volta, dopo avere sprecato non so quanto tempo alla ricerca del significato di una parola, finalmente mi arresi e domandai a Eco che cosa volesse dire.
«È un errore tipografico», rispose imperturbabile. Poi aggiunse: «Avevo dimenticato di dirvi che questa parola non esiste».

«Noi traduttori in carne ed ossa ci distinguiamo da quelli automatici per un tratto inerente: non ci spegniamo mai. Giorno e notte viviamo con dentro il romanzo di turno, e questo chiodo è con noi per più o meno un anno, o due, dipende. Ci svegliamo nel cuore delle notti e, con matita e foglio sul comodino, annotiamo la soluzione onirica di un ennesimo rompicapo» scrive lei, parlando anche della collaborazione tra i traduttori del medesimo autore nelle varie lingue. Oggi l’uso massiccio dell’Intelligenza Artificiale fa credere ai più ingenui che il mestiere dello scrittore e del traduttore possano andare in pensione. Spesso ciò diventa anche un argomento per scoraggiare i giovani che vorrebbero intraprendere la professione di traduttori. Può rincuorarci sull’insopprimibile esigenza di traduttori in carne ed ossa?

Credo che la figura del traduttore, colui che sa quando scegliere un metodo adattativo e quando uno trasformativo, sia destinata a rimanere per sempre nel processo del lavoro editoriale di qualità. Il traduttore potrebbe anche decidere, all’inizio, di non riscrivere da sé l’intero testo e di affidarsi al collega artificiale. Alla prima pagina, però, si accorgerebbe di avere compiuto una scelta piuttosto assurda. Tutto ciò che conosce «in più» sull'autore e sul testo, preme per entrare nella traduzione. Al tempo stesso, alcuni elementi che l’Intelligenza Artificiale ha trasferito dall’originale in modo perfettamente giustificabile gli sembrano lungaggini superflue, da accorciare o eliminare. Ogni frase gli suggerisce una sfumatura diversa, un ritmo più netto, una soluzione legata a conoscenze che la macchina non possiede. Il traduttore in carne e ossa si irrita, si stressa, non sa più come intervenire. Alla fine apre sul computer un file Word vuoto e comincia a scrivere il romanzo di Umberto Eco come se fosse il proprio romanzo. Resta naturalmente vero che il traduttore artificiale affronta con risultati più che dignitosi la semplice trasposizione di un testo da una lingua all’altra. È capace persino di cogliere e tradurre sfumature piuttosto sottili; una certa eleganza non gli è affatto estranea. Eppure, quando un traduttore esperto si mette a rileggere il prodotto già confezionato dal collega elettronico, gli prudono talmente le mani dalla voglia di rifare tutto a modo suo che, nella quasi totalità dei casi, finirà per aprire un file Word vuoto e ripartire dall’inizio. Probabilmente, mentre procede, darà ogni tanto un’occhiata al lavoro fatto dall'AI. Perché no? Gli è stato offerto, senza alcuna fatica, un ulteriore punto di riferimento e di controllo.

Eco le domandava in che modo i traduttori reagissero alla richiesta di “rendere innocui” gli autori occidentali. Lei usa un termine forte: «Leviatano editoriale». Esiste ancora questo Leviatano? 

Infatti, scrivevo che, «nel corso del “propinamento” del testo attraverso le viscere del Leviatano editoriale, eravamo spesso costretti ad attenuare, nei paratesti, le reali convinzioni politiche degli autori, temendo che a uno scrittore magari critico verso il comunismo potesse essere addirittura negata la pubblicazione». Nella Russia di Putin, dove grazie al cielo non vivo e non lavoro, e della quale ormai, lo confesso, mi interessa sempre meno occuparmi, la situazione è diventata ancora peggiore. Le opere di molti autori tradotti vengono pubblicate con tante spesse cancellature nere da sembrare quadri di Emilio Isgrò. È accaduto, per esempio, alla versione russa del libro di Roberto Carnero, Pasolini. Morire per le idee: decine di pagine sono state coperte da pesanti strisce nere. Altri libri vengono semplicemente distrutti. Ho pubblicato sulla stampa italiana gli elenchi di opere che, per ordine del potere centrale, le biblioteche regionali russe dovevano eliminare o persino bruciare. Vi comparivano moltissimi autori, compresi diversi scrittori europei. Questo è il Leviatano del regime dittatoriale, descritto con tanta precisione da Umberto Eco nel saggio Il fascismo eterno. Anche nel nostro libero mondo europeo esiste un Leviatano, sebbene si comporti in modo diverso. È disposto a nutrirsi soltanto del cibo più semplice, banale, commerciale e surrogato. Quando gli viene proposto qualcosa di più complesso per il lettore, qualcosa che in altri tempi editori come Adelphi avrebbero considerato un onore e un piacere pubblicare, contribuendo così a formare il gusto del pubblico e a elevare il livello culturale proprio e dei lettori, il Leviatano editoriale di oggi si ritrae. Davanti a un’opera di grande qualità, che richieda però attenzione, cultura e fatica, si rifiuta di inghiottirla. La risputa.

Sono passati dieci anni dalla morte di Umberto Eco e trovare una figura di intellettuale italiano che possa avere, a livello mondiale, la sua stessa autorevolezza sembra una missione impossibile. Come è recepita oggi la cultura italiana all’estero? Quali sono gli autori che suscitano più interesse?

Io vivo e lavoro in Italia, quindi mi è difficile descrivere i processi intellettuali che si svolgono altrove. Posso però affidarmi ai dati editoriali, che continuano a indicare Umberto Eco come un autore attualissimo, insieme a Carlo Collodi, Elena Ferrante e Andrea Camilleri. Esiste poi una figura più nuova e veramente onnipresente: un topo che scrive e pubblica libri e si chiama Geronimo Stilton. In termini quantitativi, è probabilmente il più grande fenomeno italiano contemporaneo. Secondo i dati diffusi da Mondadori, i suoi libri hanno superato i 187 milioni di copie e sono stati tradotti in 52 lingue. Ancora oggi mi mangio le mani pensando che, nel 2002, Geronimo Stilton in persona mi propose di diventare la traduttrice e promotrice delle sue opere nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Feci qualche tentativo, senza ottenere un successo immediato, e poi rinunciai, benché l’autore mi piacesse molto. Adesso stento persino a immaginare quanti zecchini d’oro avrebbe potuto fruttarmi quell’impresa, se fossi stata un po’ più tenace. Il topo, evidentemente, aveva fiuto. Io, in quell’occasione, un po’ meno.

Intervista a cura di Deborah Donato. Ringraziamo Elena Kostioukovitch per la disponibilità e la generosità delle risposte.