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«L’amore e la cura fanno la differenza»: "Esercizi al buio" per tornare alla luce nel nuovo romanzo di Naja Marie Aidt

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Esercizi al buio
di Naja Marie Aidt
Utopia, 2026

Traduzione di Andrea Berardini

pp. 208
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9.99 (ebook)

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È un anno, il tempo della terapia, ma anche dello scorrere lento delle stagioni, quello dedicato dalla protagonista del nuovo romanzo di Naja Marie Aidt agli “esercizi al buio”. Si mette alla prova perché nel suo passato recente si annida un trauma, che la paralizza e le impedisce di stare nel mondo. È il trauma attivo, quello che deve essere lambito, avvicinato con cautela, perché non frantumi e disgreghi, quello che va affrontato solo nel momento in cui sia la psiche che il corpo sono pronti. Prima, però, bisogna ripercorrere tutto quello che si annida nel passato, i traumi passivi, gli eventi che costituiscono la “linea del tempo”, la storia di una vita. 

Mi esercito al buio perché ho paura. Mi esercito a stare al buio, ma mi esercito anche a uscire dal buio. Le sedute con l'uomo-DSPT dovrebbero aiutarmi a uscire dal buio. E il metodo consiste nello stare al buio senza avere paura. (p. 18) 

Eppure la narratrice si oppone a ogni tentativo di ricostruzione organica, di inquadramento, suggerito dallo psicanalista che prova ad aiutarla ad affrontare il suo disturbo post-traumatico da stress. Se la sua esistenza è una, è tuttavia composta da tanti aspetti, tante versioni di sé, tante scelte, non sempre coerenti. Non c’è teleologia nel percorso di una vita, ma libertà che si dispiega, volontà di rifuggire alle etichette, ai solchi scavati da altri, possibilità di ridefinirsi continuamente. 

La storia coerente del perché sono diventata quella che sono, io sto provando a smantellarla. Sto provando a scoprire le mie risorse, e per questo non voglio più essere schiava della cosiddetta storia della mia vita. (p. 11) 

I ricordi si possono quindi accumulare disordinatamente, seguendo le spinte della memoria, le suggestioni del presente, i confronti con le amiche di sempre, preziose, quelle che ci sono e sono disposte a dare spazio, o a contraddire quando è necessario. Anche i diverbi possono aiutare a definire la verità, o l’identità, dissipare la nebbia della ragione e chiarire i concetti, mettere a fuoco quel nucleo irriducibile che la protagonista sente dentro di sé, la radice della sua energia e della sua essenza, ciò che può restare intatto al di là degli eventi luttuosi o traumatici. 

Ho cinquantasette anni. I miei figli sono andati via di casa. Sono molto diversi tra loro. Io voglio bene a tutti e tre. Questa sono io. (p. 20) 

È importante per la donna, quando i pensieri corrono come schegge impazzite e tutto ruota troppo velocemente, ancorarsi al presente, a piccoli riti rassicuranti, fossero anche dormire sotto il tavolino del soggiorno, bere vino rosso scadente, o guardare tv spazzatura. Per guarire si fa il meglio che si può – si registra tutto, sul taccuino del nonno, per aggiungere un tassello alla volta alla ricostruzione di sé e a una storia condivisa con chi ha le proprie stesse radici; si annotano anche la fatica, la lentezza dei progressi, le continue ricadute. Tutto sembra pesante, inaffrontabile e fa paura («Resto seduta, a piangere, il cuore ingovernabile nel petto. […] Forza, alzati. Avanti. Scrivo un promemoria…», p. 29).

Dopo l’autobiografico Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo, l’autrice affronta nuovamente il tema del dolore di una donna, che è figlia, madre, sorella, amica. Tutti questi aspetti vengono esplorati, indagati, perché tutti permettono di dire alla narratrice, a più riprese e con una formularità volute e ricercata, «questa sono io». E che l’assunto riguardi il passato, il presente, o forse anche una proiezione nel futuro, risulta sempre vero, per il momento a cui si riferisce e in una prospettiva globale, esistenziale.

Per dire il vero, bisogna però rinunciare a ogni pretesa di assoluto. Per questo l’io narrante si sottrae al patto col lettore, rinnega ogni promessa di trasparenza («Ho dei segreti. Voglio tenerli per me. Sono miei. Ho anche dei segreti orribili, che confido solo all’uomo-DSPT», p. 23). Anche qui il frammentismo è la cifra stilistica del volume, ma «lo sciame di flash, di scene, di situazioni» (p. 11), i quadri solo apparentemente isolati che vengono presentati, si ricompongono poco alla volta, costituiscono un flusso che delinea la, rinnegata eppur presente, “storia di vita”.

Si tratta, innanzitutto, della storia di una donna in questo mondo, che sperimenta le possibilità dell’autodeterminazione, ma anche il sopruso. Esercizi al buio è un romanzo profondamente femminile e che del femminile fa un tema portante. Si riflette a più riprese, e in più modalità, sulla condizione della donna, sulle ipocrisie e le piccole e grandi violenze con cui si deve confrontare nella società che abita. Ecco perché tanto importante nella narrazione e nel processo di guarigione della protagonista è il rapporto con le amiche Nicola, Lea, Annie, Rose. Ciascuna è portatrice di una propria storia, di un proprio percorso, o si trova in una diversa fase della vita. Aidt, nel descrivere il loro legame, vuole rappresentare il reale, anche se impoetico, o forse proprio per questo. Nella sorellanza, nel sostegno e nella comprensione reciproca, nell’accettazione del cambiamento, sta infatti per l’autrice una possibile chiave del ritorno a una quotidianità che si sente perduta. 

Parliamo un po’ dei figli (perlopiù adulti), degli estrogeni che ci stanno abbandonando, del sudore e dell'insonnia e della sensazione di non riuscire più ad abitare la nostra pelle, e di quanto sia ingiusto che le donne debbano affrontare tante tribolazioni per tutta la vita, poi ci scambiamo nuovamente qualche aneddoto sui parti (abbiamo tutte ascoltato gli aneddoti sui parti delle altre migliaia di volte), sulle ultime mestruazioni, alcune di noi hanno ancora il ciclo, e vi ricordate quando volevamo fare sesso in continuazione e sembravamo delle dee perfino nei giorni peggiori e non capivamo quanto fossimo belle? Sì, sì e sì. E sì. Sono osservazioni banali, si possono leggere nella posta del cuore di qualsiasi rivista femminile, nessuno ha voglia di ascoltarle, nemmeno noi, nondimeno questa è la nostra vita, così come è adesso. (p. 22) 

Le amiche sono pazienti, arrivano quando la famiglia non basta più, anche perché si sono scelte. Loro attraversano il tempo, con loro si può crescere ancora ogni giorno. Loro accettano anche di tirarsi indietro quando il momento non è giusto, quando la narratrice non riesce ad affrontarle. Loro sanno, perché lo provano a loro volta, che si può essere tante cose insieme, stare nella complessità della contraddizione.

Mentre le pagine del romanzo scorrono, anche la natura corre, segue il suo corso. Guardando il glicine e il castagno che cambiano forma e colore fuori dalla sua finestra, la protagonista prova a stare meglio, crearsi «una routine. Una struttura. Un giorno alla volta» (p. 89). Dalla natura, realizza poco alla volta, si può imparare anche la rinascita. Anche lei, deve rifiorire, trovare un bilanciamento tra la mente, che continua a sfuggire, e un corpo che ricomincia a sentirsi libero e vivo.

Nuotiamo tutte e cinque, finché non cala il buio. […] Il mio corpo, penso, è mio e di nessun altro. Poi andiamo a sederci nella sauna, nude, magre o grasse, con la pelle scura o chiara, con i capelli lunghi o corti, i seni grossi o i seni piccoli, le vene varicose, le voglie, la pelle che penzola e si corruga, siamo più o meno sfatte e sediamo qui, così come siamo, così come siamo diventate nel corso della vita, e una quiete profonda si spande in me, il calore della sauna mi entra dentro, eccoci qui, eccomi qui, è così che sono, e mi sta bene. Grazie, dico alle altre. (p. 99) 

Nonostante il dolore, chiedendo aiuto, guardandosi dentro si può costruire un universo di senso, imparare ad attraversare il buioormai è buio pesto, sono immersa nel buio, e torno a casa attraversando il buio», p. 105). È fondamentale nel percorso prendersi la responsabilità solo di ciò che è imputabile a sé, non delle vite e delle scelte degli altri. Guardare in faccia i propri traumi, per accettare la sofferenza come parte del proprio esistere, e rendersi conto che a volte «un po’ di amore e stabilità» (p. 158) possono bastare a creare nel proprio immaginario un modello diverso rispetto a quello appreso, e forse a trovare la forza per salvarsi.

Naja Marie Aidt scrive un’opera dolorosa e potente, che pur non proponendo soluzioni facili o definitive non chiude la strada alla speranza. E se la storia della sua protagonista rimane individuale, nella sua ricerca profonda di un significato, nel suo tentativo di ritrovarsi, non sarà difficile per chiunque legga il libro (ma io immagino soprattutto una lettrice) trovare qualcosa in grado di scavare un solco profondo, che perdurerà molto dopo aver letto l’ultima riga.

Sono fragile, ma non più di molte altre cose a questo mondo. Sono forte, come molte altre cose a questo mondo, sono fragile e forte, e va bene così. (p. 180)

Carolina Pernigo