di Michèle Pedinielli
Fandango, 2026
pp. 252
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Dietro ai cani è il secondo capitolo delle indagini di Diou, e arriva dopo un esordio, Boccanera, che aveva già imposto il tono del polar mediterraneo come genere capace di tenere insieme la satira sociale e un affetto ostinato per i suoi personaggi.
Chi si affaccia a questo secondo romanzo senza aver letto il primo perde qualcosa: alcune reazioni di Diou, certi legami con i comprimari acquistano peso solo alla luce di ciò che è già successo, ma Pedinielli non scrive sequel senza aprire territori nuovi. In questo secondo volume ci troviamo nella Valle della Roya, quella frontiera montana e ostile dove i migranti tentano il passaggio verso la Francia rischiando, letteralmente, la pelle.
Il cadavere di un ragazzo eritreo, fuggito per evitare l'arruolamento forzato, è il detonante dell'indagine. Diou lo scopre a Nizza e mentre l'ex compagno Jo, che oggi ritroviamo commissario, se ne occupa per vie ufficiali, lei sceglie di seguire la pista a modo suo, risalendo fino a Breil-sur-Roya. Lì il romanzo incrocia la solidale Nadia e il pragmatico Jacques-detto-Marguerite, ovvero gli abitanti di un paese di confine che si sono fatti, quasi loro malgrado, sentinelle di un'umanità che le istituzioni preferirebbero non vedere. Pedinielli non ha bisogno di alzare la voce per rendere palpabile l'indignazione e lascia che siano i fatti (le pattuglie, le dissuasioni, l'ostilità burocratica verso chi porta soccorso) a parlare da soli. È una narrativa impegnata, ma mai a scapito della storia.
“Qui non tutti accettano l’arrivo dei rifugiati e ancor meno il fatto che vengano accolti. A noi sembra evidente che non si possa lasciare una persona completamente esausta e affamata su una montagna, con le temperature che abbiamo di notte. Senza parlare delle ferite che hanno potuto provocarsi lungo il percorso: si immagini che alcuni arrivano in infradito. Non lasciare morire qualcuno sul proprio terreno è un gesto basilare. Ma non tutti la pensano così. Per questo siamo prudenti con le persone con cui parliamo o con i posti…” (p. 139)
Parallelamente a questa linea, leggiamo di un'inchiesta sulla scomparsa di una ragazza, che trascina Diou nelle pieghe inquietanti dell'estremismo, e qui il romanzo si apre su altre linee narrative che risultano un po’ numerose e la tensione dell'indagine ne patisce. Non manca la suspense, ma manca in parte quella morsa che teneva incollato il lettore nel primo volume. L'impressione, alla fine, è che Dietro ai cani funzioni meno come meccanismo a orologeria e molto di più come romanzo corale, costruito sull'accumulo di atmosfera e sulla densità umana dei suoi personaggi piuttosto che sulla progressione serrata del mistero. Chi cerca un polar da fiato sospeso potrebbe restare parzialmente deluso; chi invece si affeziona ai personaggi e ama vederli muoversi in un microcosmo coerente ha già trovato ciò che cercava.
“È il tuo cane?”“No.”“Sarebbe stata una sorpresa.”“Perché?”“Non ti ci vedo con un cane.”“Perché?”“Occuparsi di qualcuno oltre a te stessa, le responsabilità, l’attaccamento, cose così…”Non mi scompongo. Nonostante il tempo Jo non dimentica nulla. E non lascia passare nulla. Prima di riuscire a ribattere una cosa bella incisiva, che non sono ancora riuscita a trovare, sento i due toni della pula che si avvicina. (p. 19)
Attorno a Diou si muove una galleria di comprimari che tornano dal primo romanzo con naturalezza, si aggiungono volti nuovi e tutti sembrano avere un posto preciso nel paesaggio affettivo della protagonista. È una scrittura che possiede un'eleganza asciutta, quasi orale, capace di alternare la battuta tagliente al momento di sospensione emotiva senza apparire calcolata. Resta, sopra ogni cosa, l'impressione di un romanzo che mette al centro le persone, come somma di piccoli gesti, di caffè condivisi, di ostinazioni e di ricerche quotidiane.
Diou è una donna irrisolta, a tratti brusca, capace di intestardirsi nei modi sbagliati ed è proprio per questo che riesce a farsi voler bene. Con Dietro ai cani, Pedinielli conferma di appartenere a quella linea di polar francese dove il genere è un pretesto per raccontare un pezzo di paese, con le sue ferite aperte e la sua ostinata, imperfetta umanità.
Stasera mi ci vorrebbe qualcosa di rassicurante, di consolatorio. Ma il primo libro che mi attira è uno dei miei Camilleri preferiti, quelli in cui Montalbano è a un passo dal lasciare la polizia. Non certo il più allegro. (p. 52)
Valentina Botrugno

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