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"Il femore di Rimbaud", nel romanzo di Franz Bartelt non sappiamo mai a chi credere.

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Il femore di Rimbaud
di Franz Bartelt
Prehistorica Editore, agosto 2026

Traduzione di Alice Laverda e Lamberto Santuccio

pp. 237
 18 (cartaceo)


«Tra le meraviglie esposte, il collezionista aveva solo l'imbarazzo della scelta, un calzino di Arthur Rimbaud con un buco sull'alluce (il buco era di Arthur, il calzino della madre), un osso della mano di Napoleone, una provetta (sigillata) contenente la sifilide di Alfred de Musset, un barattolo (sigillato) pieno di piattole inglesi vecchie di tre secoli, in buono stato di conservazione.» (p. 9).

Majésu Monroe è un rigattiere (lui preferisce definirsi antiquario) che vende oggetti descritti come unici, ognuno con una propria affascinante e quantomeno sospetta storia, in giro nei mercatini francesi. Incontra Noème Parker, ragazza, figlia di una famiglia molto ricca e conosciuta. Tra i due inizia una storia d'amore, di avventure, di reati, di crimini, fondata sull'arte oratoria di lui e sulle spinte anticonformiste di lei. Nel giro di poche settimane si sposano e da quel momento si inanella una serie di eventi tragici, costellati da personaggi dell'alta società locale.

A chi dobbiamo credere?

A narrare la storia è proprio Majésu, noi non abbiamo altro che il suo punto di vista, le parole ricercate e la multiforme cultura, di un uomo che per descrivere la sua infanzia dice: «Con un pennello e una scatola di colori avrei sicuramente battuto Picasso nella sua specialità, o quasi. Ma non mi hanno mai regalato il cofanetto del pittore in erba. Di conseguenza non ho potuto rendermene conto da solo. Che perdita per la storia dell'arte!» (p. 7). 

A chi stiamo dando credito? A un genio? A un truffatore? A una persona affetta da disturbi mentali? A un accattone guidato da ingombranti manie di grandezza? A un fine calcolatore? A un esaltato? Ma in fondo per scrivere (e per vivere) qualcosa di intenso da lasciare alla storia, una dose di esaltazione la si deve pur avere, che male c'è. Altrimenti come avrebbe fatto Rimbaud a diventare Rimbaud, pur essendosi dedicato alla letteratura per un lasso di tempo così breve? E Verlaine sarebbe Verlaine, se non avesse sparato all'amante Rimbaud? Insomma, Prehistorica Editore sceglie, secondo me, le opere narrative più interessanti, quelle in cui, arrivati verso la cinquantesima pagina, non puoi far altro che sospendere il giudizio, affidarti al narratore, sganciarti dal concetto di verità e lasciarti andare al testo.

Noir, poliziesco, ma soprattutto grottesco

Il femore di Rimbaud è un romanzo giallo, perché da un certo punto in poi ci porta alla ricerca di un colpevole, è tetro perché ci sono delle morti, è poliziesco perché alle pagine dedicate alle indagini si alternano fughe e rincorse esilaranti, ma se mi chiedessero di scegliere un solo genere, sarebbe senza dubbio il grottesco. La cifra tragicomica non accompagna la storia, ma la connota, le dà una forma che in nessun altro caso avrebbe. E così ci troviamo di fronte a lunghi ed improbabili dialoghi tra Majésu e l'ispettore Bradouate, un pubblico ufficiale, a dire del protagonista, completamente affranto nel dovergli comunicare lo stato di fermo: «Piangeva sulla mia spalla, mi chiamava amico mio, fratello, si chiedeva: che ne sarà di noi? Fumava una sigaretta dopo l'altra con un nervosismo angoscioso che mi faceva male solo a vederlo. Mi ha sistemato nella cella migliore e ha mandato qualcuno a comprarmi della birra, per alleggerirmi l'attesa» (p. 113). 

Molti personaggi del romanzo fanno smodato uso di alcool, compresa Noème, rafforzando l'idea, semmai ce ne fosse bisogno, di diffidare dalla credibilità delle loro parole e dalle loro azioni. Iperboli, metafore astruse, sinestesie, assurdità, verbosità, o soltanto ubriachezza? Ma, anche in questo caso, Rimbaud sarebbe stato Rimbaud senza eccessi, droghe e alcool? Piccoli sacrifici per fare grande la storia. La propria.

Le classi sociali, la corruzione, i poteri oscuri

«Noème, idealista, sognatrice, aveva voluto rompere i rapporti con questa razza opulenta. A scuola aveva iniziato a ribellarsi, rifiutandosi di rispondere alle domande dei professori, disprezzando apertamente progressi alquanto lampanti come il teorema di Talete o la coniugazione del verbo cuocere. Per anni aveva dimostrato un odio senza esclusione di colpi nei confronti di Andromaca, che equiparava a una ruffiana di bordello. Concordo con lei. A un certo punto aveva persino aderito al partito comunista francese» (p. 15). 

Il femore di Rimbaud è un romanzo di critica sociale, ma tenuta sotto traccia (perché come dicevo sopra, superata dalla cifra grottesca), in fondo però non risparmia nessuno. Dalla giovane che per rifiutare i rituali della sua classe sociale si lancia in velleitarie battaglie di principio, alla polizia ambigua e dalla dubbia rettitudine morale, passando per gli accademici pomposi che non sanno vivere su un piano di realtà (c'è un professore esperto di accenti circonflessi nelle opere di Rimbaud), ognuno contribuisce a costruire un mosaico sociale articolato, che costringe il lettore a rimettere sempre tutto in discussione. Perché ci sono temi troppo esseri da non essere trattati attraverso la satira.

Insomma, come forse si deduce da questa mia recensione entusiastica, trovo che il romanzo in questione sia sagace, ritmato, originale nella forma e nella sostanza, tanto da essere uno dei miei preferiti letti quest'anno. E trovo Prehistorica tra le case editrici più interessanti, capaci di individuare opere letterarie con scrittura e punti di vista fuori dai circuiti della prevedibilità.

P.S. Arthur Rimbaud è morto nel 1891, a trentasette anni, in seguito all'amputazione di una gamba.

Rossella Lacedra