Il master di Ballantrae. Un racconto d'inverno
di R.L. Stevenson
Adelphi, 2026
a cura di Masolino D'Amico
pp. 314€ 22,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
Da molto tempo il mondo vuole conoscere la piena verità su questi strani fatti, e la curiosità del pubblico la accoglierà volentieri. Il caso ha voluto che io fossi intimamente legato agli ultimi anni e alla storia della casata; e nessuno al mondo è in grado più di me di chiarire queste faccende, né così desideroso di narrarle con fedeltà. (p.19)
Comincia così il manoscritto di Mackellar, che ci confida che i suoi ultimi anni trascorreranno più lievi se riuscirà a ripagare il debito che la Verità esige. Comprendiamo che c'è una storia che porta travaglio e inquietudine e pian piano facciamo la conoscenza, come Mackellar che ripercorre i giorni in cui arrivò nella tenuta Durrisdeer.
La storia si svolge durante la rivolta giacobita del 1745, in cui la famiglia Durie, per non perdere i benefici sia nel caso di una vittoria dei lealisti fedeli al re inglese Giorgio II che degli indipendentisti scozzesi, decide di schierare i due figli uno per una causa: il minore, Henry per la corona inglese e il maggiore, il Master, James per i rivoltosi.
Fra l'altro, James era fra i due il più movimentato e avventuroso, il suo fascino aveva da sempre adombrato la calma bontà di Henry, e continuerà a farlo anche da assente. Per completare questa contrapposizione tra fratelli abbiamo un padre che non fa mistero di preferire e stimare maggiormente James e una ragazza che, promessa sposa a James (e di lui innamorata), dopo la sua morte - o presunta morte - sposerà Henry.
Veramente anche un cieco avrebbe presto scoperto che su quella casa c'era un'ombra, l'ombra del Master di Ballantrae. Vivo o morto (e allora lo si credeva morto), quell'uomo era il rivale di suo fratello: suo rivale nel mondo, dove mai c'era una buona parola per Mr. Henry, e nient'altro che rimpianti e lodi per il Master; e suo rivale in casa, non solo per suo padre e per sua moglie, ma per gli stessi servi. (pp. 34-35)
Anche nella servitù, Stevenson ripropone la logica del doppio, con John Paul, capo della fazione del Master, che è l'alter ego di Mackellar.
Il ritorno di James segnerà la deflagrazione di tutte le tensione che sapientemente Stevenson aveva disseminato lungo le pagine, con una capacità di tenere a bada e solleticare al tempo stesso l'ansia del lettore. Abbiamo un crescendo fino alla fatale notte del 27 febbraio del 1757, su cui non ci è lecito anticipare nulla, per non rovinare l'architettura della faticosa tela di ragno tessuta dallo scrittore.
Nonostante non manchino le avventure e i cambi repentini di ambientazione, è l'attenzione verso le metamorfosi interiori ciò che seduce maggiormente. Il conflitto tra due fratelli che sono uno l'opposto dell'altro (cinico e spregiudicato il primo, onesto e leale il secondo) non conduce ad una dicotomia manichea. Non abbiamo il Male Assoluto, come in Hyde, ma pian piano, vedremo contaminarsi i caratteri dei due fratelli, come nella complementarità dello Yin e Yang. Se all'inizio, Stevenson mostra il carattere fascinoso del Male (nella figura di James) e il volto ben più opaco del Bene (Henry) lo svolgimento della storia farà capire che - come per Dottor Jeckyll e Mr Hyde - i due opposti si coappartengono.
L'ineludibilità di questa scissione fra le due forze era stata espressa da Stevenson nel rapporto fra Smollet e John Silver ne L'isola del tesoro. Il primo incarnava la disciplina e il potere legittimo, il secondo la forza sovversiva, in grado di generare la crisi del potere costituito. «Dove comincerebbe una storia – si chiede – se non ci fossero i cattivi?» fa dire Stevenson a quest'ultimo in un Apologo intitolato I personaggi del racconto. Stevenson sa che è la violazione della norma a mettere in moto la storia e Il Master di Ballantrae presenta in modo efficace e perturbante il ruolo del Doppelgänger. Il "cattivo" appare e scompare varie volte, viene dichiarato morto e poi "resuscita", segno dell'invincibile delle tenebre. Non è forse un caso che lo vedremo nelle terre selvagge, cioè lontane da qualsiasi legge, fuori dal logos occidentale.
È strano che io sia in difficoltà con una data - la data, fra l'altro, di un episodio che cambiò la natura stessa della mia vita e ci mandò tutti e tre in terre straniere. Ma la verità è che fui costretto ad abbandonare ogni mia abitudine, e trovo i miei diari molto mal redatti, con il giorno non indicato a volte per una settimana o due, e tutto l'aspetto della cosa è simile a quello di un uomo vicino alla disperazione. (p. 178)
E così il narratore si è definitivamente fatto contagiare dalla propria storia, anche lui annebbiato dal "Nemico".
Stevenson è un maestro nel dissimulare la profondità dei suoi contenuti e la stratificazioni delle sue strutture narrative. Tutto appare semplice, rocambolesco, ottimo per intrattenere ogni lettore. Sì, è davvero una «capacità stregonesca», la sua.
Deborah Donato

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