Fortunata
di Roberta Cosimo
Garzanti, settembre 2026
pp. 312
€ 17,10 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
«Ci è fimmina me la tai» (p. 11). Assunta lo mormora appena, non ha mai avuto bisogno di alzare la voce, e Antonia, con il ricamo in mano e il ventre gonfio, tiene gli occhi sul filo e non risponde.
Il primo capitolo del romanzo d'esordio di Roberta Cosimo si apre con una richiesta che, di richiesta, ha soltanto la forma. Assunta, la cognata di Antonia, è la sarta di corredi più ricercata della zona e si è rimessa in piedi lavorando dopo la perdita della figlia di sei anni e del marito. Antonia e il marito Armando hanno già tre figli e vivono tutti insieme in un unico stanzone. Armando deve alla sorella più di quanto potrà mai restituire. Alla fine, nasce una bambina che ride già al primo vagito. Sul nome si litiga subito, infatti Assunta la vuole chiamare Giuseppina, come la figlia perduta, e i genitori Fortunata, e Fortunata, alla fine, resterà per tutti.
Le sarebbe piaciuto chiamarla così. Fortunata. Un giorno le avrebbe spiegato la scelta di quel nome, le avrebbe detto di quanto l’avevano amata fin dal primo istante, di come ogni scelta fosse stata mossa dalla speranza. Lo ripeté a fil di labbra: «Fortunata». Il nome voleva sceglierlo lei, Assunta doveva concederle almeno questo. (p. 24)
Partendo da lì, il romanzo la segue per una ventina d'anni, dai primi anni Venti fino agli anni della guerra, fra due case che distano pochi minuti a piedi e un'idea opposta di futuro. Da Assunta ci sono la sartoria, le discipule, un baule che aspetta il corredo e la sola e unica regola di obbedire, sempre. Dai genitori, invece, c'è il chiasso dei fratelli, la farina di Antonia e un fischietto di terracotta con cui la madre annuncia da lontano il proprio arrivo. In mezzo, una bambina che parla troppo che viene tolta da scuola, legge di notte alla luce dei mozziconi di candela e a sedici anni, alla vendemmia, incontra Michele, un ragazzo alto e magro che corre invece di camminare. Poi la guerra si porta via gli uomini e a Fortunata tocca una scelta che la zia avrebbe voluto non vederle mai fare.
L'autrice avverte che è un'opera di fantasia ispirata a una storia vera, quella dei suoi nonni, come spiega nell'intervista in coda al volume. Il libro ha in effetti il sapore dei racconti di famiglia. All'epoca, dare un figlio a chi poteva mantenerlo meglio non era una rarità, e la narrativa recente conosce il tema (penso a L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio).
Il prologo si apre con la venuta al mondo della creatura, poi il primo capitolo torna indietro di quattro mesi: un'analessi che fa del parto una resa dei conti già in corso. In seguito, il tempo si raddrizza e va avanti dritto per cinquanta capitoli, scanditi più dal calendario che dagli anni e ci ritroviamo tra i profumi della Pasqua salentina, il Corpus Domini, la vendemmia, la fòcara e anche immersi nel Natale, gustando il sapore delle cartellate. La grande Storia entra di sbieco, dietro le imposte chiuse e nelle lettere che le donne portano in sagrestia perché qualcuno le decifri. Il narratore è onnisciente, ma a turni e dà a ciascuno la propria parte di ragione, soprattutto al coro delle donne salentine sugli usci che, come nella tragedia, commenta, sentenzia e spesso muove la trama.
«Parlano, parlano, non fanno altro», ribatteva esausta. «Ma le chiacchiere suntu fumu te caminu. Lu ientu ne lu porta.» Avrebbe voluto che almeno una di quelle voci maligne fosse stata lì presente ad ascoltare le risate sincere e spontanee che riecheggiavano tra la camera e il cortile. (p. 273)
La lingua è la parte più interessante. Il dialetto salentino sta nelle battute, nei proverbi, nelle filastrocche, reso a orecchio o anche, e spesso, riformulato in italiano subito dopo. Il romanzo mette in scena questo grande tema con Fortunata che scopre sui libri il nome delle cose e il piacere di poterle dire in italiano.
Leggendo, Fortunata imparò nomi di cose che non conosceva. Erano i nomi che permettevano alle cose di esistere, nuove parole che le concedevano il privilegio di imparare a parlare in italiano. Avevano un suono dolce che sostituiva le espressioni dialettali usate quotidianamente. Era vero: in dialetto bastava un termine dove in italiano serviva una frase intera. Ma com’era bello conoscere le parole per formularla. (p. 164)
Il personaggio meglio riuscito è Assunta e le mani sono la sua ossessione. Le tiene pulite, le protegge con guanti e manicotto di lana, controlla quelle di tutti gli altri. Intorno a lei il romanzo costruisce una piccola economia del dono in cui ogni arancia e ogni anfora d'olio sono un credito, e Assunta non dimentica un favore fatto e non permette a nessuno di dimenticarlo. Armando e, soprattutto, Antonia, la madre mite che quando serve trova il coraggio di dire alla cognata quello che pensa, sono l'umile contrapposizione a tanta durezza. La loro tenerezza sta nei dettagli, infatti Armando porta alla figlia libri incartati nella velina affinché la calce del cantiere non li sciupi, ribellandosi tacitamente al volere della sorella.
Alla luce fioca della fiamma sfogliava quei romanzetti che, seppur raramente, riusciva a comprare per poche lire all’unica edicola del paese o a procurarsi di nascosto tramite il padre. I libri di Liala li aveva trovati in città. (p. 162)
La parte centrale gira un po' su sé stessa, ma la crescita di Fortunata è il percorso più godibile all’interno del romanzo. Da bambina è curiosa, chiede il perché di tutto, imita tutti, dalla maestra ai balilla in marcia, insegna il punto croce alle bambole di pezza. Da adolescente, Fortunata capisce di non poter vincere contro la zia e decide di non arrendersi lo stesso. Sa che deve fare la brava, cuce sempre meglio e intanto si ritaglia angoli di libertà. Da donna rimane generosa in modo pratico, senza prediche. Il mestiere non lo rinnega, ma a pesare non è l'ago, è colei che glielo ha imposto come destino unico.
A volte pensava alle suore dell’Addolorata, chiuse all’interno delle mura del convento, e si sentiva come loro, come avesse fatto voto di obbedienza. Le monache lo avevano scelto o lo avevano solo accettato? Non aveva mai osato chiederlo, né a loro né a sé stessa. (p. 124)
Per chi vive in Salento o ha a cuore le tradizioni della terra tra i due mari, leggere Fortunata è come entrare nella cucina di qualcuno di famiglia. Le donne sugli usci con la sedia portata da dentro, la salita, la piazza con l'orologio, il pane cunzatu e le pittule, le gocce d'olio nel piatto d'acqua per scoprire il malocchio, la fòcara di gennaio, le tarantolate che ballano, la tramontana che, dice la zia, prima o poi si porta via chi è troppo leggera. E le parole mescia, vagnona, piccinna. Alle battute in dialetto mi veniva da rispondere. Ho pensato spesso ai miei parenti lontani, quelli nati negli anni in cui comincia il romanzo, e alle storie che avrebbero potuto vivere e che nessuno ha scritto. Un'Assunta, un'Antonia e un Armando che non alza la voce c'erano sicuramente in ogni via.
Valentina Botrugno

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