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È ancora possibile scrivere un romanzo politico? Di più, un romanzo che nella politica coinvolga le nuove generazioni? Quelle che, secondo certi sondaggi, non sono interessate al voto, ma che al referendum sulla giustizia dello scorso marzo, hanno invece fatto da ago della bilancia, presentando al Paese un volto inaspettato: quello dei giovani che, se toccati nelle corde a loro più congeniali o sui temi che li appassionano davvero, ci sono e si fanno sentire. Perché i giovani si muovono per gli ideali, l'ambiente, la giustizia, la guerra, il lavoro. E allora, è possibile scrivere un romanzo che parli alla GenZ di politica?
Nicola Ruganti, insegnante e scrittore, di origini pistoiesi, ma di stanza a Roma, ha raccolto la sfida con Vertigine, un romanzo uscito all'inizio di quest'anno per Bordeaux Edizioni, nel quale cerca di dare risposta ad antichissimi interrogativi: è possibile riformare il sistema? Si può cambiarlo dall'interno o è ormai irrecuperabile, tanto da rendere inevitabile il ricorso a soluzioni radicali, anche violente, se necessario? La corruzione è insita nel sistema capitalistico? E se sì, come metterla al bando? Rassegnarsi, combattere o mettere in campo azioni che rispondono alla disperazione di chi non crede più a nulla? Il terrorismo, che tanto male ha fatto al nostro Paese, ha insegnato qualcosa?
A tutte queste domande i due protagonisti principali del romanzo, Anna e Paolo, danno risposte diverse. Ma chi sono Anna e Paolo? Come si incrociano le loro esistenze?
Anna è giovanissima, frequenta le scuole superiori e da tempo si batte per i grandi temi, soprattutto per l'ambiente, sulla scia del movimento dei Fridays for future che, seguendo l'esempio di Greta Thunberg, protestano per la giustizia climatica. Tramite sua sorella Irene, infermiera impegnata a dare sollievo alle vittime del Covid (siamo nel 2021), Anna conosce Paolo, un quarantenne che fa politica da sempre, è legato a un partito della sinistra, e si presenta alle elezioni per entrare nel consiglio comunale nella lista del candidato sindaco Ernesto Fulci. Paolo, che conosce in modo approfondito la storia italiana, soprattutto quella dei movimenti terroristici che hanno insanguinato il nostro Paese negli anni Settanta del Novecento, è però disilluso, si rende conto che il presente non gli offre quelle risposte che da anni cerca. Le elezioni comunali gli sembrano, allora, l'ultima chance per poter incidere davvero in un tessuto sociale che sta deragliando. Anna si appassiona ai temi portati avanti da Paolo (anche se la verve del futuro consigliere, a dire il vero, le sembra molto moscia) e decide di spendersi per portargli i voti dei giovanissimi. In questa avventura la segue una giornalista, Tessa, con la quale Anna si sente molto in sintonia. Anna è curiosa, sente che dietro a questo nostro presente c'è un passato di cui lei conosce poco, fa domande, cerca di capire e allora Paolo e Tessa si prendono a cuore la formazione politica della ragazza e le raccontano le storie che non si trovano nei libri di scuola. A partire dalla vicenda del giudice Mario Amato, ucciso nel 1980 perché aveva capito che il cosiddetto terrorismo di destra, quello dei Nar, Nuclei Armati Rivoluzionari, non era frutto di spontaneismo, bensì si legava a vecchie figure dell'eversione di destra e aveva una visione più globale. O dalla figura di Valerio Verbano, giovane militante di Autonomia Operaia, barbaramente assassinato, davanti agli occhi dei genitori, perché aveva raccolto un dossier sul neofascismo romano.
Anna è assetata di Storia, davanti a lei si squadernano gli anni più bui della nostra Repubblica e mentre Tessa e Paolo le raccontano i fatti più salienti, lei connette reti, mette insieme punti e collega i vecchi avvenimenti alle nuove lotte. Fino a farsi un'idea di quello che, per lei, è democrazia, giustizia, dignità e libertà. E del cammino necessario per ottenerle. Un percorso, come si capirà nel prosieguo della lettura, grazie soprattutto a un turning point inaspettato, che sarà molto lontano da quello di Paolo.
Vertigine è un romanzo militante, che fa i conti con tematiche molto complesse: le verità insabbiate, il marcio che torna, o che forse non se n'è mai andato, la corruzione che regna nelle grandi città, la fatica di governare, la voglia di tenere la schiena diritta, l'impossibilità di accettare compromessi. Sarà proprio la decisione di cosa fare, una volta scoperchiata la pentola del malaffare, di come affrontare questa catastrofe a dividere Anna e Paolo, secondo le antiche distinzioni di un tempo, tra chi pensa che cambiare sia possibile e chi pensa invece che nulla sia salvabile.
Una lotta armata prevede un progetto, un insieme di persone, un tempo più o meno lungo, un'elaborazione collettiva. Io ho pensato che finché non avessi deciso di procedere avrei frequentato pienamente la democrazia in tutte le sue forme. Davanti all'ultimo fallimento, ma non personale, ho deciso che il tempo dell'azione era arrivato. (p. 163)
Fondamentale, in tutto il romanzo, è la tematica del tradimento. Paolo si sente tradito da Ernesto, Anna si sente tradita da Paolo e intorno a questo tema, che richiama le tragedie greche, girano la corte dei politici, dei maneggioni e i gruppi di cittadini che reclamano un cambio di passo o che rimangono indifferenti.
Tanto si potrebbe ancora dire su questo romanzo che si è preso l'onere di rispondere alla domanda se un romanzo politico sia ancora possibile e utile per le nuove generazioni. Onestamente, non so dire se sia riuscito pienamente nell'intento. Personalmente ho avuto la sensazione che l'espediente narrativo scelto per introdurre la storia d'Italia nel romanzo – i racconti che Paolo e Tessa fanno ad Anna – risulti a tratti artificioso. Le vicende storiche vengono riportate con un livello di dettaglio quasi documentaristico: sentenze citate con il loro numero, riferimenti a leggi, date, ricostruzioni puntuali, citazioni lunghissime che difficilmente troverebbero spazio in una conversazione reale. Questo, a parer mio, contribuisce ad accentuare la sensazione di forzatura. Ci sono inoltre intere pagine di analisi che sembrano richiamare, probabilmente in modo intenzionale, il linguaggio e l'impostazione dei volantini ciclostilati degli anni Settanta. Da un lato emerge con chiarezza la profonda conoscenza che l'autore ha del periodo storico e dei suoi protagonisti; dall'altro, questa competenza finisce talvolta per prendere il sopravvento sulla narrazione. In alcuni passaggi il libro assume i toni di un saggio storico più che quelli di un romanzo, e questa oscillazione tra i due registri, a mio avviso, rende la lettura, a tratti, meno scorrevole e contribuisce ad appesantire un po' il ritmo del racconto.
Al di là di queste osservazioni sul piano della scrittura, va riconosciuto a Ruganti il merito di aver dato voce a chi continua a impegnarsi per migliorare la società e di aver provato a restituire i due volti della politica: da un lato quello di chi la riduce a uno strumento di tornaconto personale, dall'altro quello di chi, nel senso più autentico e originario del termine, la intende come cura della comunità. Il romanzo si chiude, infine, con una nota di speranza e di fiducia nelle nuove generazioni. E il fatto che Ruganti sia insegnante rende questo messaggio ancora più significativo: evidentemente, nei ragazzi e nelle ragazze che incontra ogni giorno vede curiosità, senso critico, desiderio di mettersi in gioco e di cambiare le cose. E forse, la vertigine del titolo, è proprio questa. Uno sguardo che invita a credere che la Generazione Z possa essere diversa da quella spesso raccontata, in modo riduttivo, da una parte dei media.
Sabrina Miglio
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