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Dall'altra parte del vetro, dove le persone non ci appartengono: "La stagione dell'acquario" di Anna Cathrine Bomann

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La stagione dell'acquario
Anne Cathrine Bomann 
Iperborea, giugno 2026

Traduzione di Eva Valvo

pp. 256
€ 19,00 (cartaceo)
€ 10,99 (eBook)

La mia realtà: esistere in una città senza aria pulita né significato né spazi infiniti. Sbattere contro pareti invisibili, oltre le quali si intuisce qualcosa di incomprensibile e irraggiungibile. Alzarsi ogni mattina con la sensazione che al mondo manchi qualcosa che manca dentro di me. (p. 132)
Ci sono romanzi che raccontano la solitudine come una ferita da guarire e altri che la osservano come una condizione profonda dell’essere umano, qualcosa che non può essere eliminato ma soltanto compreso. È proprio La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann, un libro che si muove nelle zone più silenziose dell'esistenza, là dove il bisogno di essere amati incontra la paura di non essere abbastanza per gli altri.
 
Bomann, psicologa e scrittrice danese, ha costruito la sua narrativa intorno a una domanda fondamentale: quanto conosciamo davvero noi stessi e quanto della nostra identità dipende dallo sguardo dell’altro? Dopo il successo de L’ora di Agathe, l’autrice prosegue la sua ricerca sull’interiorità umana con una scrittura apparentemente semplice, ma attraversata da interrogativi complessi.
 
In La stagione dell’acquario il centro della narrazione è Vigga, una giovane donna che vive una distanza dolorosa dal mondo che la circonda. La sua esistenza sembra costruita attorno a un senso di estraneità: mentre gli altri avanzano, cambiano, costruiscono nuove forme di appartenenza, lei rimane in una posizione marginale, osservatrice più che protagonista della propria vita. Il rapporto con Maiken, l’amica alla quale Vigga è profondamente legata, diventa uno dei nodi centrali del romanzo. Non si tratta semplicemente della storia di un’amicizia che attraversa una crisi, ma della rappresentazione di una dipendenza emotiva: quella che nasce quando una persona concentra, su un unico legame, tutte le proprie possibilità di sentirsi riconosciuta e vista. In questo senso il romanzo mette in discussione l’idea che la felicità coincida necessariamente con l’integrazione ed è proprio qui che Bomann scava con grande sensibilità nella zona ambigua dei sentimenti. Non cerca colpevoli. Non trasforma l’amicizia in una storia di tradimento. Mostra piuttosto la fragilità delle aspettative che depositiamo nei rapporti umani. Spesso non soffriamo soltanto per ciò che gli altri fanno, ma per la distanza tra ciò che abbiamo immaginato e ciò che la realtà può realmente offrirci.
 Da piccola credevo che il muro fosse tra me e gli altri. Mi avvicinavo sempre troppo, facendo arretrare la gente, mi avvinghiavo forte alla gamba del mio papà, sedevo in braccio alla mamma e la stringevo troppo. Tum tum, tum tum. L’ho capito solo anni dopo, che la sensazione di distanza non ha niente a che vedere con le leggi della fisica, perché il muro ce l’ho dentro di me. (p. 154)
Dopo una serie di esperienze lavorative, Vigga comincia a lavorare in un acquario ed è in questo territorio che entra in gioco Rosa, il polpo che diventa uno degli elementi più significativi del romanzo. Il rapporto con l’animale introduce una dimensione diversa rispetto ai legami umani. Rosa non appartiene al mondo delle aspettative, delle promesse, delle richieste reciproche. È una presenza altra e diventa un vero e proprio interlocutore silenzioso, una presenza che costringe Vigga alla riflessione sull’intelligenza, sulla coscienza e sulle relazioni. Fisicamente Rosa è descritta come un essere in continuo mutamento. Il suo corpo non ha una forma definitiva: si contrae, si distende, si appiattisce contro il vetro dell'acquario oppure si raccoglie in una massa quasi informe. I suoi otto tentacoli sembrano muoversi con una volontà autonoma, esplorando ogni superficie con le ventose, mentre la pelle cambia consistenza e colore a seconda dello stato emotivo e dell'ambiente circostante. È un animale che sembra sfuggire continuamente allo sguardo umano e per Vigga diventa non solo ossessione di ricerca, ma anche unico vivente possibile a cui dedicarsi per un certo periodo di tempo. 
 
Vigga rimane profondamente affascinata dalle ricerche sulla straordinaria struttura neurologica dei polpi. Gran parte dei loro neuroni non è concentrata nel cervello, ma distribuita lungo i tentacoli, che possono muoversi anche in autonomia. È quasi come se il loro corpo pensasse in modo diffuso, senza un unico centro di comando. Questa caratteristica diventa, nel romanzo, una metafora di una mente che sfugge alle categorie con cui l'uomo è abituato a interpretare il mondo. Sono proprio le pagine dedicate ai polpi ad essere tra le più suggestive del racconto perché spostano continuamente il centro della narrazione: da un lato raccontano dati scientifici, dall'altro trasformano quelle informazioni in una riflessione filosofica sull'alterità. Vigga non studia Rosa soltanto per curiosità naturalistica; attraverso di lei cerca di capire se sia possibile esistere senza dover continuamente rispondere alle aspettative degli altri. E proprio il polpo, animale solitario e sfuggente, sembra offrirle una prospettiva diversa. Più la osserva e più finisce per riconoscersi in lei. Non perché si senta uguale a Rosa, ma perché, come lei, ha spesso la sensazione di vivere ai margini, di non essere capita dagli altri e di non riuscire ad abitare il mondo secondo le aspettative che sembrano guidare tutti. 
Scrivo: Il polpo trascorre gran parte della vita da solo, senza un branco, e al contrario degli umani ha sviluppato un’intelligenza fondamentalmente asociale. La sua evoluzione è la storia di una complessità solitaria e idiosincratica. Un’intelligenza fondamentalmente asociale: mi ricorda qualcosa. E la mia evoluzione? È la storia di un’idiosincrasia solitaria e a tratti idiota. E pensare che ho avuto la fortuna di conoscerti. Che ci siamo separate milioni di anni fa, per ritrovarci adesso. (p. 59)
Lì dove l’amicizia umana può trasformarsi in aspettativa e paura dell’abbandono, il rapporto con l’animale sembra aprire una possibilità diversa: quella di stare accanto a un altro essere senza chiedergli di colmare un vuoto. È proprio questa la riflessione più profonda del racconto. Forse il problema non è la solitudine in sé, ma il modo in cui tentiamo continuamente di eliminarla attraverso gli altri. La stagione dell’acquario invita a riconoscerla come parte dell’esperienza umana, come uno spazio che può diventare anche conoscenza.
 
Vigga vive l'amicizia come una struttura assoluta, quasi esclusiva. Tutte le aspettative affettive, ogni bisogno di appartenenza e di riconoscimento vengono riversati su un'unica relazione. Una costruzione tanto intensa quanto fragile. Non appena Maiken inizia a investire le proprie energie nella costruzione di una famiglia, Vigga interpreta quel cambiamento come un abbandono.
 
L’autrice cerca di sciogliere un nodo profondamente contemporaneo: l'amicizia viene spesso raccontata come la risposta alternativa alla famiglia o alla coppia, ma il romanzo mostra quanto anche questo legame possa diventare soffocante quando vi si concentrano aspettative totalizzanti. Nessun essere umano può sostenere il peso di rappresentare l'intero universo emotivo di un altro. L'abbandono che Vigga percepisce non nasce dalla cattiveria di Maiken, ma dall'impossibilità strutturale che un rapporto rimanga immobile mentre la vita continua a trasformarsi. In questo senso La stagione dell'acquario è un romanzo sulla delusione delle aspettative. Non perché l'amicizia venga svalutata, ma perché viene privata di ogni retorica salvifica.
 
Vigga non riesce ad abitare il mondo e neanche le relazioni perché tutto sembra ricordarle continuamente ciò che non è: non è una donna in carriera, non è una madre, non costruisce una famiglia, non coltiva un progetto definito. Vive ai margini di un modello esistenziale che appare già scritto per tutti gli altri. Il romanzo mette così in discussione una delle narrazioni più radicate del nostro periodo: quella secondo cui esisterebbe un percorso obbligato verso la felicità, fatto di lavoro stabile, coppia, figli e integrazione sociale. L'isolamento diventa allora non soltanto una condizione psicologica, ma anche una forma di resistenza involontaria. Vigga non sceglie consapevolmente di stare fuori dal mondo; semplicemente scopre di non riuscire ad abitarlo secondo le regole che sembrano funzionare per gli altri.
 
Più che offrire risposte, Bomann costruisce domande. Che cosa significa appartenere? Quanto possiamo chiedere agli altri senza trasformare l'amore e l'amicizia in una forma di dipendenza? La stagione dell'acquario non propone una riconciliazione perché la sua forza risiede proprio nel rifiuto di qualsiasi consolazione, forse è proprio quando smettiamo di chiedere agli altri di salvarci che diventa finalmente possibile incontrarli davvero. Amare qualcuno non significa possederne il tempo, le scelte o il futuro. Un’amicizia non è una promessa di immobilità, ma un incontro tra due vite che continuano a trasformarsi.

Serena Palmese